Un altro autunno caldo

Non c’era proprio bisogno degli scontri di ieri fra polizia e lavoratori per temere l’aprirsi di un nuovo autunno caldo. La situazione sociale del Paese, purtroppo, è già surriscaldata anche al netto dei manganelli. Il caso dell’Ast, rappresenta solo la punta di un iceberg composto da centosessanta partite sindacali aperte attorno ad aziende che minacciano la chiusura.
 
Oppure, nel migliore dei casi, pesanti ristrutturazioni a carico della propria manodopera. Il tutto, per giunta, in una fase nella quale l’Istat certifica, mese dopo mese, l’incapacità del sistema a creare nuova occupazione. I “tavoli aperti” coinvolgono circa 90 mila lavoratori, 81 aziende del Nord, 56 al Sud e 23 che agiscono su tutto il territorio nazionale. Un quadro che si affaccia purtroppo su un abisso.
 
Ciò che in questo scenario fa presagire il peggio non è però il clima ribollente di qualche piazza, ma l’atmosfera da guerra fredda che si sta instaurando nei rapporti fra mondo sindacale e politico. Entrambi soggetti che mettono radici nello stesso campo politico, ma che ora  -ecco il guaio peggiore- rischiano di essere condizionati nelle loro prese di posizione da una battaglia interna fra maggioranza e minoranza del partito democratico non sempre decifrabile nei reali obiettivi degli uni e degli altri.
 
La soluzione di casi come quello di Terni e delle tante altre vertenze aperte postula un dialogo negoziale triangolare fra sindacati e imprese con un governo presente come facilitatorne dei problemi. Sullo schema di quanto accaduto, per fare un esempio concreto, con la vicenda Electrolux chiusa con un compromesso che ha soddisfatto tutte le parti in causa. Solo che premessa per il successo di simili e difficili situazioni è un forte e radicato sentimento di collaborazione e di reciproca fiducia fra i soggetti seduti al tavolo. Atmosfera che ora, nel volgere di pochi giorni, appare profondamente mutata.
 
Non è un bello spettacolo quello che Susanna Camusso offre al Paese e ai lavoratori quando dice che Matteo Renzi è a Palazzo Chigi perché così hanno voluto Sergio Marchionne e i cosiddetti poteri forti. Pessimo poi quello offerto da qualche pasionaria del fronte renziano che replica mettendo in dubbio la legittimità dell’elezione della segretaria della Cgil. Si sa che le parole sono spesso peggio delle pietre e anche dei manganelli. Perciò il presidente del Consiglio, innanzi tutto, fa bene a richiamare se stesso e i suoi sostenitori a una maggiore sobrietà verbale. Ma anche sul versante sindacale appare indispensabile il ritorno a una misura nell’uso delle parole che non alimenti l’increscioso sospetto di voler fornire una valida sponda sociale d’appoggio a chi briga per rovesciare il tavolo del governo e riaprire (non si capisce neppure come) la partita interna al Pd.
La somma di due torti non ha mai fatto una ragione. Il presidente del Consiglio dovrebbe capire che un conto è voler ridimensionare il potere di veto spesso abusato in passato da parte dei sindacati, ma tutt’altro conto è usare nei confronti dei medesimi toni provocatoriamente liquidatori: il rischio è quello di alimentare reazioni tali da impedire ogni passo in avanti.
 
I tanti disoccupati e i molti lavoratori che temono di diventarlo presto sanno meglio di chiunque altro che la soluzione dei loro problemi non è facile e neppure a portata di mano. Ma sanno anche di avere il diritto di chiedere ai loro rappresentanti e al governo di tenere aperti tutti i canali negoziali e di non essere usati come gli scudi umani di una battaglia politica.
 
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Un altro autunno caldo
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