16 marzo 2015

Tutti i dubbi sulla “coalizione sociale” di Landini

Francesco Seghezzi


Un nuovo partito? No un nuovo movimento, anzi no, una nuova coalizione sociale. Non si è ancora capito bene la fisionomia della creatura socio-politica che si muove nella mente di Maurizio Landini, ma quello che è certo è che sta agitando molto il panorama politico e sindacale. Non vogliamo qui entrare in merito all’opportunità o meno di queste scelte, né valutare gli spazi che questa iniziativa potrebbe ritagliarsi nel panorama politico italiano. È più interessante cercare di cogliere il modello di rappresentanza che il leader della Fiom vuole, a parere di molti, importare dalla recente esperienza spagnola di Podemos e valutare le caratteristiche della versione italiana.

 

È innegabile che le organizzazioni di rappresentanza siano oggi in crisi, tanto i partiti quanto i sindacati. I numeri parlano da soli: sempre meno tesserati ai partiti e sempre meno italiani che si recano alle urne da un lato e sempre meno membri dei sindacati dall’altro. Anche le soluzioni adottate per uscire da questo stallo sembrano simili: Renzi costruisce la sua figura sulla rottamazione e concentrando l’attenzione sulla sua persona e non sull’organo di cui pure è segretario, Landini dal canto suo è anch’esso da più parti accusato (in primis dalla Fim-Cisl) di essersi ritagliato il ruolo di uomo immagine del sindacato.

 

Cambiare per Landini non significa una revisione completa del modello confederale, quanto invece aprirsi all’esterno e fare da federatore di tutti quei movimenti con i quali si possono portare avanti battaglie comuni.

 

Un sindacato che nelle sue riflessioni non rappresenta più larga parte dei lavoratori e per questo deve cambiare. Ma cambiare per Landini non significa una revisione completa della struttura e del modello confederale, quanto invece aprirsi all’esterno, allargarsi e fare da federatore di tutti quei movimenti e associazioni con le quali si possono portare avanti battaglie comuni.

Guardando alla storia recente, però, nutriamo diversi dubbi su questa soluzione come formula per il rinnovamento del sindacato italiano. In particolare è utile osservare due esperienze e prospettive per aiutarci nel nostro ragionamento.

 

La prima è quella di stampo statunitense secondo la quale il sindacato in crisi, con numeri di iscritti sotto il 20%, deve uscire da sé stesso e ricostruirsi a partire da una dimensione movimentista. A partire dalle manifestazioni di Seattle contro il G8 del 2000, passando per il World Social Forum, ha condotto, attraverso un classico esempio di eterogenesi dei fini, all’ulteriore calo del numero degli iscritti ai sindacati. Parallelamente si stanno diffondendo sempre di più associazioni di lavoratori auto-organizzati che, al di fuori delle logiche sindacali classiche, portano avanti battaglie importanti con discreti risultati. Queste si concentrano soprattutto nei settori dove il sindacato non rappresenta i lavoratori, come i fast-food, il commercio all’ingrosso (Walmart su tutti) e i lavoratori domestici.

 

La seconda esperienza è quella alla quale la nuova “cosa” di Landini viene paragonata: il partito Podemos in Spagna. Creatura politica nata dall’esperienza degli indignados, di cui facevano parte disoccupati e lavoratori precari e sottopagati, questa sembra basarsi su una logica speculare a quella proposta dal sindacalista della Fiom. Si tratta infatti di una iniziativa che non nasce dal sindacato, ma nasce in opposizione ad esso (prova ne è che da Podemos è nato un nuovo sindacato autonomo, Somos) in un sommovimento sociale, “dal basso” si direbbe.

 

È un modello di rappresentanza che Landini vuole costruire dall’alto. Sembrerebbe una nuova federazione che vuole tenere dentro disoccupati, lavoratori precari e autonomi.

 

Il modello di Landini, e la storia da cui nasce, sembra non avere le caratteristiche di queste due esperienze che, tra pregi e difetti, stanno segnando la vita sociale americana e spagnola. Il soggetto nuovo infatti non nasce certo dal basso, non nasce da sollevazioni e manifestazioni popolari, non nasce da quella che potremmo chiamare la vita della società. È un modello di rappresentanza che vuole costruire dall’alto. Sembrerebbe una nuova federazione che possa tener dentro disoccupati, lavoratori precari e lavoratori autonomi senza rinnegare però la natura sindacale, come Landini ha più spesso ricordato. Ci troviamo quindi davanti ad una logica tutt’altro che sussidiaria ma con caratterizzata da un certo dirigismo.

 

La struttura si pone quindi come una nuova confederazione che possa rappresentare i non rappresentati, facendo leva proprio su questo vuoto. E il limite sembra essere proprio nel fatto che tutto questo non nasce dal mondo del lavoro, non nasce dalla volontà dei lavoratori ma da quella che gramscianamente potremmo chiamare la classe degli intellettuali (immagine rinnegata da un Landini che insiste, fin forzatamente, a costruirsi una immagine più popolare possibile). Non è a caso infatti che a Roma si sia trovato insieme ad Emergency, Arci, Gruppo Abele, realtà nobilissime ma che compaiono più ai concerti del Primo maggio che sulle pareti delle abitazioni di precari e disoccupati. Un movimentismo guidato e ideato dall’esterno e da una certa elite quindi, che rischia di inciampare nella contrapposizione ideologica con Renzi. Il tentativo infatti pare quello di ingabbiare una fascia di società individuata dall’esempio spagnolo per contrapporla all’assenza di corpi intermedi desiderata dal premier. Non vuoi la società civile, io la costruisco in opposizione a te.

 

È tutto da buttare quindi? Certamente no, se il fondamento ultimo del pensiero e della protesta di Landini risiede nel tentativo di disintermediazione del rapporto individuo-società più volte teorizzato da Renzi, non si può negare che il sindacalista, e con lui tutte le parti sociali, abbiano le loro buone ragioni. Allo stesso modo la stessa esigenza di rinnovamento del sindacato che il leader della Fiom sottolinea è da prendere sul serio e da affrontare urgentemente.

 

Il limite sembra essere nel fatto che tutto questo non nasce dal mondo del lavoro, ma da una classe di intellettuali.

 

Un consiglio tanto banale quanto impegnativo è guardare alla realtà del lavoro che cambia. E guardarla con gli occhi di chi davvero ha a cuore il lavoro e i lavoratori e per questo non deve inventare nuove forme estranee a questo mondo ma rinnovare profondamente quelle esistenti. I dati stessi mostrano che la grande maggioranza degli italiani, pur tra le critiche, ha ancora un’ampia stima per il sindacato. Creare una realtà al di fuori di esso, senza che questa nasca direttamente dai lavoratori, ma dall’alto rischia di compromettere ancora di più il senso e l’immagine delle parti sociali.

 

Guardare la realtà del lavoro significa cogliere che ci stiamo indirizzando sempre di più verso una centralità dei mestieri e delle professioni, per cui la tutela della job security non può più essere lo scopo di un sindacato moderno. Il lavoratore oggi ha bisogno di un sostegno nella sua continua formazione, nella riqualificazione nei momenti in cui si trova senza lavoro, di un’organizzazione che riesca ad aiutarlo nel riconoscere le competenze che può spendere su un mercato del lavoro che va velocissimo. È un ritorno al sindacato di mestiere? Può darsi, non nella forma del primo Novecento certo, perché la realtà socio-economica è molto cambiata. Ma il modello che gli studiosi americani, vedi Heckscher, chiamano associational unionism è da studiare senza pregiudizi. Un sindacato sussidiario che inizialmente sa di non sapere, ma rivolgendo lo sguardo alla realtà del lavoro impara insieme ai suoi membri soluzioni nuove.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di ADAPT

@francescoseghez

 

* Pubblicato anche su Linkiesta.it, 14 marzo 2015.

 

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