13 febbraio 2017

“Time Porosity”: una chiave di lettura per la nuova realtà del tempo di lavoro

Idapaola Moscaritolo


Lo scorso 26 gennaio, presso l’UCL Faculty of Laws, University College London, si è discusso del tema del tempo di lavoro negli odierni contesti lavorativi e della sua disciplina, partendo dall’analisi teorica di Èmile Genin sul concetto della c.d. “Time Porosity (E. Genin, Proposal for a Theorethical Framework for the Analysis of Time Porosity, International Journal of Comparative Labour Law and Industrial Relations, vol.32 n.3, p. 280-300). Innumerevoli gli spunti di riflessione nati durante il dibattito tra gli studenti della London Labour Law PhD Reading Group, cui ho avuto la possibilità di partecipare tramite collegamento Skype.

 

Innanzitutto, cosa s’intende quando si parla di “Time Porosity”?

 

La porosità, nel suo significato testuale non è altro che la caratteristica di un corpo o di un materiale che presenta piccoli spazi vuoti nella sua massa. Applicato al tempo di lavoro, il concetto di porosità indica quella frazione di tempo di lavoro che è poroso per lo svolgimento di attività personali e viceversa. Sostanzialmente, la “Time Porosity”, indica le possibili forme di interferenza tra ciò che è considerato tempo di lavoro e ciò che è considerato tempo personale.

 

In particolare, il dibattito ha evidenziato come i nuovi trend dell’organizzazione del lavoro, influenzati da un crescente progresso tecnologico e da una maggiore richiesta di flessibilità oraria, richiedano di porre l’attenzione sulla difficile delineazione dei confini tra tempi di lavoro e tempi personali. Da qui l’esigenza di interrogarsi sulla perdurante validità della tradizionale concezione di orario di lavoro, che parrebbe essere non più adeguata a rispondere alle moderne dinamiche riguardanti i tempi di lavoro e i tempi personali.

 

Le vigenti definizioni giuridiche di orario di lavoro variano secondo il contesto nazionale di riferimento. In Europa, ad esempio, la Direttiva 2003/88/CE, definisce l’orario di lavoro come “qualsiasi periodo in cui il lavoratore  sia a lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni“. Dalla lettura della Direttiva affiorano, tre parametri distintivi della disciplina sull’orario di lavoro: il vincolo di subordinazione, la disponibilità del prestatore, l’attività commissionata dal datore di lavoro.

 

Come emerso dalla discussione con il London Labour Law PhD Reading Group, e come ben chiarisce lo studio della professoressa Genin, non sempre i tre parametri sono presenti contemporaneamente durante l’esecuzione della prestazione nei contesti lavorativi attuali. Si pensi, ad esempio, al lavoratore che continua la sua attività lavorativa a casa: l’indicatore attinente all’attività commissionata dal datore di lavoro sarà indubbiamente soddisfatto, tuttavia non sarà soddisfatto l’indicatore della disponibilità, né tanto meno quello concernente il vincolo di subordinazione, giacché lavora al di fuori dell’orario di lavoro quantitativamente previsto dalla legge. È in queste situazioni che la definizione legale di orario di lavoro non pare rispecchiare le situazioni lavorative attuali e in cui risulta rilevante, pertanto,  il framework d’analisi relativo alla “Time Porosity“.

 

A tal riguardo, Genin delinea tre esempi per illustrare la “Porosità del Tempo”: il lavoro da casa, la “sovrapposizione strutturale” e la “sovrapposizione personale”. Nel primo caso, non si tratta di un semplice cambiamento di postazione (dall’ufficio a casa o in altri luoghi), ma rappresenta un’estensione del lavoro non terminato nel consueto orario di lavoro e protratto anche al di fuori di esso. In questo caso la porosità è espressione di nuove tecnologie che hanno influenzato l’organizzazione del lavoro e i modi in cui si lavora (sul punto v. What does telework mean in the 21st century? Face to face with Jon Messenger). Nel secondo caso, si tratta di una “sovrapposizione strutturale” tra il tempo di lavoro e quello personale: si pensi ad esempio alle cene aziendali o ai viaggi d’affari che richiedono la mobilità dei lavoratori, spesso anche al di fuori del loro ordinario tempo di lavoro. Qui, difficile è la demarcazione tra tempo di lavoro e personale, che, piuttosto tende a sovrapporsi come conseguenza di maggiori richieste di flessibilità e disponibilità. Infine, nel terzo caso, la “sovrapposizione personale” si realizza quando il tempo personale rifluisce nel tempo di lavoro, ossia quando le attività personali (es. shopping online, telefonate ed e-mail personali, ecc.) sono svolte durante l’orario di lavoro. L’attività personale interferisce, quindi, con il tempo di lavoro (sul punto interessante lo studio condotto su un gruppo di ingegneri da  L.A. Perlow, The Time Famine: Toward a Sociology of Work Time, 44 (1) Admin. Sci. Q. 57,1999). Anche in questo caso la porosità è legata all’utilizzo delle tecnologie (mobili e non).

 

In questo scenario, scaturisce un dato chiaro: la definizione dell’orario di lavoro appare ormai desueta e inadeguata a rispondere alle mutate esigenze, in cui il lento superamento del modello capitalista della subordinazione è evidente. La “Porosità del Tempo” e la conseguente interferenza tra il tempo di lavoro e il tempo personale, non è riflessa nelle regolamentazioni dei diversi Paesi. Nonostante ciò, alcuni legislatori hanno cominciato ad interessarsi della tematica, come ad esempio nel caso francese, in cui, a partire dal 1° gennaio scorso, è in vigore il c.d. “diritto alla disconnessione”. Si tratta di un diritto che non è il risultato di una mera “invenzione legislativa”, bensì istituzionalizza pratiche aziendali già preesistenti, ed ha come fine quello di delimitare i confini tra tempo di lavoro e tempo personale, dovuti anche all’onnipresenza della tecnologia, che consente di essere sempre connessi, e quindi disponibili (cfr. E. Dagnino, I. Moscaritolo, Diritto alla disconnessione: un diritto di nuova generazione?). Stimolante sarà indagare come nella pratica il lavoratore potrà avvalersi di tale diritto in un contesto di competitività e produttività contrassegnato dalla sempre crescenti pressioni aziendali.

 

La chiave di soluzione alle questioni poste potrebbe essere quella di un intervento del legislatore, nazionale ed europeo, volto a erodere la rigidità della disciplina sull’orario di lavoro e ad implementare una regolazione sull’interferenza tra i tempi di vita e i tempi personali. La strada migliore da percorrere è quella di creare una maggiore interazione con la contrattazione collettiva, che maggiormente vicina agli interessi delle parti, può supportare il legislatore, arginando le incertezze e la rigidità della materia.

 

Tuttavia, a questo punto, risulta del tutto lecito chiedersi se il fenomeno della “Time Porosity” sia sempre esistito oppure sia una mera risultante del progresso tecnologico alla luce della Grande Trasformazione del Lavoro. La riflessione svolta in occasione del seminario, che rispecchia la posizione della professoressa Genin, mette in evidenza come il fenomeno esisteva anche prima, e che, pertanto, l’uso della tecnologia, rappresenta un’ulteriore causa scatenante di tal fenomeno. Certo è, che la prefigurazione di nuove sfide presenti e future (sul punto interessante un confronto con la recente sentenza Uber; inoltre v. E. Dagnino, Note a margine della sentenza Uber UK), pone la possibilità di un maggior incremento della porosità del tempo, dovuto ad una crescente flessibilità organizzativa in capo al lavoratore.

 

Sarà solo aprendosi a nuove prospettive e analizzando le possibili problematiche giuridiche in gioco, non per forza delineate negli schemi di una regolazione rigida, che il lavoratore potrà trovare un terreno fertile per l’effettivo bilanciamento fra i ritmi del lavoro e ritmi dell’esistenza (v. A. Niccolai, Orario di lavoro e resto della vita, in Lav. dir., 2009, p. 244), in cui l’esplicazione del potere imprenditoriale sia coniugato al meglio con le esigenze personali e di lavoro del prestatore di lavoro.

 

Idapaola Moscaritolo

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@idapaola

 

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