17 giugno 2019

Sostenibilità ambientale, sociale ed economica: i tasselli di un puzzle tutto europeo

Maria Cialdino


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Bollettino ADAPT 17 giugno 2019, n. 23

 

Nel settembre 2015, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, costituita da 17 Obiettivi (cd. SDGs) finalizzati non soltanto all’implementazione del progresso sostenibile, ma anche ad avviare una profonda trasformazione economica e sociale. Il raggiungimento dei 17 SDGs ha spinto l’Unione Europea a guidare importanti lotte per la sostenibilità ambientale. Eppure, le sue azioni per lo sviluppo sostenibile non hanno sempre colto il legame con rilevanti sfide sociali ed economiche come il cambiamento demografico, i progressi tecnologici o la distribuzione disomogenea delle opportunità lavorative sul suolo europeo, generando un malessere crescente.

 

In tal senso, un recente report dell’European Political Strategy Centre della Commissione Europea, intitolato Europe’s Sustainability Puzzle, osserva come in tema di sostenibilità in molti casi, l’UE abbia intrapreso azioni pionieristiche. Tuttavia, spesso le sue politiche sono rimaste eccessivamente ristrette alla logica dei silos o radicate a premesse economiche tradizionali basate su approcci di sviluppo lineare e su preoccupazioni di breve termine – non riuscendo quindi a cogliere le cause profonde di questi problemi” (p. 2), raccomandando agli attori politici di tutti i livelli di governo di “catturare le molteplici dimensioni della sostenibilità e superare l’approccio incentrato sulla logica dei silos” (p. 3).

 

Già nel gennaio 2019, la Commissione Europea, mediante un documento dal titolo Towards a Sustainable Europe by 2030, stimolava una riflessione in merito alle strategie dell’UE per l’attuazione a lungo termine dei SDGs: ripensare alle scelte politiche future, riconoscendo, anche in funzione degli obiettivi per il 2030, l’interrelazione tra le pressioni economiche, sociali ed ambientali. Da qui la necessità di ampliare il dibattito, di considerare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica, come tasselli di un puzzle europeo, strettamente interconnessi e dipendenti l’uno dall’altro. Il rapporto Europe’s Sustainability Puzzle definisce, dunque, il punto di partenza per strategie europee sostenibili in senso lato: dare cioè priorità ad un’economia che sta affrontando rilevanti sfide strutturali, anche ambientali, senza rinunciare a livelli di protezione sociale.

 

Del resto, in un momento storico che ha registrato un drammatico aumento delle temperature di 2° Celsius, con pesanti ricadute su diversi settori di produzione e con importanti costi socio-economici, l’UE ha il dovere di tentare il suo “buzzer beater”, coniugando la riduzione della dipendenza da fossili e la crescita economica con il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. “Ora più che mai – si legge nel rapporto – è urgente riconoscere la correlazione tra le diverse pressioni che ricadono nel concetto di “sviluppo sostenibile” ed ammettere che un modello sociale nuovo sarà indispensabile per aiutare i cittadini europei a resistere ai venti del cambiamento e per mantenere le promesse di prosperità, benessere, sicurezza ed empowerment” (p. 3).

 

I tre volti della sostenibilità

 

Secondo il sopracitato report della Commissione Europea, i modelli (distorti) di incentivazione favoriscono investimenti finalizzati alla riduzione dei costi e alla massimizzazione dei guadagni a breve termine, generando un limite culturale. Convincere gli agenti economici dell’importanza di investimenti a lungo termine in settori non soltanto ecologicamente sostenibili, ma anche socialmente inclusivi, rappresenta il primo step obbligato. Nel frattempo, l’economia europea, supportata da progressi tecnologici e investimenti green, ha dissociato la crescita del PIL dalla crescita delle emissioni di carbonio. Ma quali saranno gli effetti della transizione verso un’economia totalmente decarbonizzata?

 

Secondo l’indagine europea, le politiche per la sostenibilità probabilmente stimoleranno la crescita del PIL e dei posti di lavoro nel breve periodo, mentre nel medio termine ci aspetta una diminuzione forzata del consumo di risorse naturali nonché un cambiamento dello stile di vita (soprattutto del ceto alto). Nel lungo periodo, infine, lo studio europeo prevede che la crescita del PIL dipenderà anche dal progresso ambientale e sociale. Bisogna, dunque, favorire la transizione verso la cd. economia circolare, riducendo l’impatto ecologico ed aumentando le occasioni di lavoro che da questo processo possono derivare; del resto, prolungare il ciclo della vita dei prodotti di consumo quotidiano, mediante processi di riparazione, rigenerazione e riqualificazione, necessita di un’intensità di manodopera più alta rispetto ad attività estrattive sempre più automatizzate.

 

Sul fronte dell’inclusione sociale, inoltre, il report prevede che il costo della transizione verso un’economia sostenibile non sarà spalmato in maniera equa su tutti i territori e settori. Allo stesso tempo, mentre gli incentivi per il passaggio alle energie rinnovabili sono spesso assorbiti dalle famiglie con redditi più alti, il peso della spartizione sotto forma di tasse di tali investimenti e la riqualificazione dei lavoratori in senso “green”, graverà sui segmenti meno ricchi della società europea. L’Europa ha, quindi, bisogno di strategie che riconoscano gli sviluppi ambientali e l’inclusione sociale come due facce della stessa medaglia ed altresì che, per la gestione della transizione verso la sostenibilità, tengano conto delle disuguaglianze di partenza e delle differenze territoriali.

 

I contenuti del nuovo contratto sociale

 

I contenuti del nuovo contratto sociale delineato dal report della Commissione vanno dunque nella chiara direzione di una integrazione di sistema dei tre volti della sostenibilità: ambientale, sociale ed economica. La sfida è dunque quella, per i decisori politici e per le parti sociali, di trovare strumenti tecnico-normativi e anche culturali per facilitare la integrazione tra queste tre dimensioni. Il che significa, ammette la Commissione, ripensare radicalmente all’attuale modello di sviluppo socio-economico.

 

Il quadro sinteticamente descritto si inserisce, oggi più che mai, nella cornice di un mercato del lavoro che, reagendo ai colpi della crisi economica, della globalizzazione, dell’innovazione tecnologica e degli ambiziosi obiettivi di sostenibilità, genera tipologie contrattuali “non tradizionali”, obbligandoci a ripensare ai contenuti di un nuovo contratto sociale. Si pensi alle modalità di esecuzione della prestazione lavorativa a distanza che, oltre a migliorare la produttività, il benessere aziendale e a risolvere i problemi legati agli spazi, hanno impatti importanti sulla riduzione di spostamenti, traffico e inquinamento. La sostenibilità ambientale, ci impone, dunque, di ripensare anche ai modelli organizzativi del lavoro.

 

Inoltre, anche al di là del loro uso patologico, l’abuso di forme di lavoro “atipiche” genera insicurezza, non soltanto per una serie di crepe di sistema – assistenza sanitaria, reddito da vecchiaia, congedi parentali o indennità di disoccupazione, ma anche per la disparità di accesso all’apprendimento e alla formazione continua che caratterizza i contratti di lavoro “non standard”. Eppure, questa fase di transizione verso un’economia sostenibile, spinge le parti sociali a forgiare percorsi di crescita e di sviluppo della professionalità “green” equi e socialmente inclusivi. La transizione occupazione verso modelli organizzativi del lavoro sostenibili dipende dall’efficacia dei percorsi di apprendimento elaborati che, snodandosi lungo tutto l’arco della vita (non soltanto professionale), faciliteranno l’adeguamento del profilo professionale ad un mercato che si evolve verso la sostenibilità intesa in senso ampio.

 

Il passaggio da un modello di produzione e consumo da combustibili fossili a un’economia decarbonizzata, implica il coinvolgimento non soltanto del livello europeo, ma anche della dimensione territoriale e persino aziendale che, in chiave sperimentale, sembrano le dimensioni adatte a promuovere indagini sul cambiamento che ci attende.

 

Maria Cialdino

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@MCialdino

 




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