15 aprile 2019

Politically (in)correct – Siamo un Paese di poveri benestanti?

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 23 aprile 2019, n. 16

 

Seguendo la regola del “fare notizia” (deve essere l’uomo a mordere il cane e non il contrario) i media si sono gettati a capofitto sui casi in cui la card di Re Mida (l’apparato del reddito di cittadinanza), infilata nella fessura del banco posta, ha fatto cilecca, scaricando nelle mani dei beneficiari solo poche decine di euro. E’ dovuto intervenire immediatamente il defensor fidei Pasquale Tritico a spiegare l’arcano, dopo che si erano diffusi dei simpatici siparietti, sul web, tra gli utenti in cerca di spiegazioni e i funzionari dell’Inps incaricati di rispondere. Girano tante falsità – ha dichiarato il candidato alla presidenza dell’Inps, nonché ‘’padre del RdC’ -. Solo il 7% di chi ha ottenuto il reddito di cittadinanza ha avuto tra i 40 e i 50 euro. Si tratta di appena 30mila persone. Il 71% ha avuto 400 euro e il 21% tra 750 e 1.380 euro“. Avrebbe potuto anche aggiungere che gli agognati 780 euro mensili, costituiscono un tetto e che, pertanto, contano a determinare quell’importo anche eventuali ulteriori  redditi.

 

Tutto lavoro inutile, perché la gente non è più abituata a ragionare sui dati reali, meno che mai sulle norme di legge, ma su quanto viene “percepito” sulla base delle promesse fatte durante le campagne elettorali. Eppure la legge è chiara. Fatto salvo il possesso dei requisiti richiesti, il beneficio economico del Rdc, esente dal pagamento dell’IRPEF  non può essere inferiore a 480 euro annui, cifra che costituisce pertanto il valore minimo del beneficio sotto il quale non è possibile scendere (pertanto se dovesse risultare dall’applicazione dei suddetti parametri, un beneficio di importo inferiore, comunque questo sarebbe elevato al suddetto valore minimo); il RdC non può essere superiore, d’altro canto, ad una soglia di 9.360 euro annui, moltiplicata per il corrispondente parametro della scala di equivalenza e ridotta per il valore del reddito familiare. Tutto come disposto, allora.

 

L’altro elemento di preoccupazione  – che ha scosso la fiducia incrollabile negli effetti del RdC ai fini dello sviluppo del Paese attraverso il rilancio della domanda interna – è quello relativo ad un numero di domande inferiore alle attese e, di conseguenza, ad una platea ancor più ridotta di beneficiari.  Anche in questo caso l’Inps ha illustrato la situazione. “A fronte di oltre 806mila richieste arrivate dai nuclei familiari all’Inps entro il 31 marzo, sono state elaborate le prime 681.736 domande (85%); di queste, 488.337 istanze (72%) sono state accolte, mentre 186.971 (27%) sono state respinte; 6.428 istanze (1%) sono in evidenza perché è necessaria un’ulteriore attività istruttoria”, così  ha scritto l’ufficio stampa dell’Istituto di previdenza sociale. Mentre “delle domande residue, circa 44mila saranno definite entro questa settimana. Le ulteriori 80mila sono domande presentate insieme al modello Rdc/Com, per comunicare la variazione di redditi da attività lavorativa rispetto all’Isee, che saranno lavorate entro la fine del mese di aprile – continua il comunicato –  stimando che anche per le istanze in evidenza si confermi una percentuale di accoglimento analoga a quella delle pratiche già definite pare ragionevole una stima complessiva delle istanze accolte intorno al 75%”.

 

Uno stile un po’ pesante, ma i dati sono netti.  Anche la Consulta dei Caf ha commentato questi  primi numeri sull’accoglimento delle domande, mettendo in evidenza un punto in particolare: “I dati sono al di sotto delle stime del governo – ha dichiarato il coordinatore Massimo Bagnoli – Non credo che si arriverà ad 1 milione e 300mila famiglie beneficiarie, pure calcolando altre 80-100mila domande che arriveranno ad aprile. Forse la realtà stimata dall’esecutivo è diversa dalla realtà: c’è una povertà non adeguatamente intercettata e valutata, probabilmente sopravvalutata”. Secondo Bagnoli “il 95% dei richiedenti non sa nulla” sulla misura, ma va a chiedere i “780 euro dei titoli di giornale”. Si conferma il prevalere della “percezione”.

 

Dalle considerazioni di Bagnoli provengono diverse domande: alla luce dell’esperienza del RdC la povertà in Italia è non adeguatamente intercettata e valutata? Oppure è sopravvalutata? Presumibilmente si tratta di un mix di circostanze, ma ci pare importante ragionare sull’ipotesi della sopravvalutazione, perché, in Italia, quando vengono adottati provvedimenti di contrasto alla povertà o a conclamate situazioni di disagio succede spesso che le risorse stanziate risultino superiori a quanto si riteneva necessario secondo previsioni che si rivelano errate per eccesso. Fu così all’inizio del decennio con la pensione minima elevata ad un milione di lire mensili (cambiato poi in 516 euro) secondo quanto indicato nel “contratto con gli italiani” sottoscritto da Silvio Berlusconi sotto gli occhi di Bruno Vespa. Le domande presentate furono poche, tanto che il governo prese l’iniziativa di erogare direttamente il beneficio agli aventi diritto. Nonostante ciò, dei due miliardi di euro stanziati furono risparmiati circa 700 milioni poi dirottati a coprire le insufficienti disponibilità destinate ai benefici pensionistici concessi ai lavoratori esposti ad amianto (un caso che meriterebbe un commento più approfondito). Analoghe valutazioni potrebbero essere svolte per la tutela dei lavoratori adibiti a mansioni usuranti prevista nella legge finanziaria del 2008. Alcuni anni dopo ci si accorse che 1,4 miliardi  (il fabbisogno era puntualmente stanziato in bilancio ogni anno) era finiti in economia. Lo stesso avvenne, dopo il 2011, con la tragicommedia degli esodati: otto salvaguardie (che ampliarono tutte le volte la platea) furono rese possibili anche grazie ai risparmi realizzati con quelle precedenti.

 

Ecco perché dovremmo prendere in seria considerazione quanto è scritto, a proposito dell’IRPEF,  nel quinto rapporto di Itinerari previdenziali: “’Il 44,92 % dei cittadini paga solo il 2,82 % mentre il 12,09% ben il 57,11%; ma, ad esempio, il numero delle automobili con un costo superiore ai 120mila euro è dieci volte il numero di coloro che dichiarano un reddito lordo superiore ai 240mila euro (120mila netti). Il che denota l’inefficienza del nostro sistema fiscale”.  E forse, aggiungiamo noi, che tanti nostri concittadini sono poveri benestanti.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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