Lezioni di #Employability/12 – Si impara per la vita non per la scuola

Beatrice Arduini e Veronica Capra


Quando si parla di “futuro” si parla di giovani. Si parla di noi. Eppure la voce dei ragazzi non si sente quasi mai.

Il futuro, per noi ventenni, è sinonimo insieme di speranza e di preoccupazione. È una incognita, e come tale inquieta e spaventa ma è anche l’occasione che abbiamo per realizzarci pienamente. A noi tocca scegliere con quale sentimento, con quali colori e quanta energia disegnare la rotta.

 

Tutte le generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto questa situazione. Pensare a come “diventare grandi”, rincorrere i propri sogni per costruire una strada personale e di successo.

C’è chi a vent’anni ha già in mente quale sia la propria aspirazione, chi ha mille dubbi, chi ha scelto un sentiero per necessità, e chi ha cambiato e cambia idea più volte. Proprio per questo ogni storia è diversa: c’è chi ha potuto e può scegliere liberamente e chi ha dovuto e deve fare sacrifici molto grandi per ottenere ciò che desidera.

 

Per un giovane di venti anni la parola sacrificio non è usuale e in una situazione così critica come quella attuale, quando l’allarmismo e la disperazione sono mediaticamente di moda, è difficile reagire ed essere pronti al cambiamento; ciò richiede impegno e l’impegno è sacrificio.

 

Anche noi studenti universitari, che abbiamo già fatto una scelta decisiva per il nostro futuro optando per specializzarci in un settore piuttosto che in un altro, viviamo spesso ancora in un limbo di incertezza rimandando a domani il momento dell’indipendenza, dell’incontro vero con il lavoro e con la vita. Ci sentiamo più al sicuro correndo meno rischi, e così aspettiamo a partire davvero.

 

Davanti a noi non c’è molto che ci spinga a “diventare grandi”. La scuola, l’università non ci spronano al cambiamento. La scuola ci appare ferma, statica. L’università ci chiede di prepararci e di studiare grossi libri nei mesi che precedono il giorno del fatidico esame, giorno in cui dimentichiamo tutto ciò che abbiamo appreso. Il voto sul libretto è il solo premio che ci interessa. E le cose normalmente procedono bene così, fino a quando con la corona di alloro in testa cominciamo a cercare un lavoro. E quel giorno la maggior parte di noi si sente sperduta, impreparata e in ritardo.

 

Il futuro, il lavoro, sono parole di cui abbiamo quasi paura. Vediamo lontano il momento dell’incontro con il mondo vero e aspettiamo, privi di strumenti e attrezzature adeguate, di capire come giungere preparati.

 

Tuttavia il torpore e la titubanza dei ventenni, talvolta, si dissolve. E può accadere senza troppi miracoli, quando qualcuno di più esperto e più grande di noi, ci invita a esprimere la nostra idea sul mondo e sulle cose che accadono. È accaduto quest’anno, in un corso di diritto del lavoro nel Dipartimento di Economia Marco Biagi. Abbiamo deciso di partecipare attivamente ad alcune lezioni di diritto del professor Tiraboschi e per la prima volta ci siamo sentiti i protagonisti.

 

Alle prime lezioni, davanti al continuo invito del professore ad esporci, a pensare, ad intervenire, qualcuno di noi ha chiesto quale fosse la direzione che stavamo percorrendo. Eravamo troppo abituati ad ascoltare informazioni, nozioni e ci sembrava quasi scontato che potessimo ricevere il sapere senza metterci in gioco. In questo corso la prospettiva è cambiata, radicalmente.

Siamo stati posti al centro delle conoscenze indirizzate: per studiare il diritto del lavoro siamo partiti da noi, dalle nostre storie e dai nostri curricula. Dalla lettura delle esperienze che ciascuno ha fatto, abbiamo capito che la costruzione di un percorso professionale e di “saperi” è inconsapevolmente svolta sin dai banchi di scuola, cercando di recuperare e porre a sistema competenze da ogni tipo di esperienza vissuta.

 

Le competenze, quelle che rendono una persona effettivamente occupabile, non si coltivano solamente studiando libri e imparando nozioni. Il passo più importante è saper trasformare quelle informazioni in qualcosa di concreto, saperle adattare ai contesti, avere le condizioni per capirne l’utilizzo reale.

 

Il giovane leone che c’è in ogni ragazzo di vent’anni, che sembrava sopito, si è destato e la classe 2013 di diritto del lavoro ha iniziato a creare una rete di contatti utilizzando twitter (#DirLav2013), vedendo in essa una opportunità per affacciarsi al mondo e per comunicare tra noi. I cinguettii che alle volte leggiamo e le indicazioni che il professore e i colleghi ci inviano, possono stimolare riflessioni che spesso abbiamo timore di esprimere nelle aule universitarie.

 

Le novità didattiche di un nuovo modo di fare università non sono finite. Abbiamo avuto la possibilità di visitare alcune aziende, calpestando il suolo dove il lavoro vero si esprime, vedendo le dinamiche dei sistemi produttivi. Abbiamo invitato in aula responsabili delle risorse umane di imprese affermate, ascoltato il racconto del percorso formativo di che prima di noi ha studiato e si è formato nel nostro dipartimento, colloquiato con esponenti della realtà sindacale e studiosi di previdenza.

 

Tra queste esperienze, il 26 novembre scorso abbiamo accolto in aula il Cavaliere Vainer Marchesini, imprenditore modenese di un’azienda presente in diversi settori e in tutti e cinque i continenti, la WAM group. Alcuni di noi hanno studiato la vita del cavaliere nei giorni che hanno preceduto l’incontro allo scopo di presentarlo alla classe e di cogliere il senso di questa lezione differente dalle altre. Perché chiamare in aula il cavalier Marchesini?

 

Tra le prime cose che scopriamo di lui è che, pur non avendo mai conseguito una laurea, in mezzo secolo ha costruito un’impresa diramata in 40 paesi.  La sua storia personale sembra una favola, nasce nella Modena del 1946, in un’Italia dilaniata dalla guerra. Riceve una primaria educazione presso i frati, che ritiene molto formativa da cui apprende il senso del dovere, il sacrificio e la propensione alla meditazione. Si diploma all’Istituto “Fermo Corni” e parla di questa scelta come se fosse stata” obbligata”, perché “i ragazzi non pagavano il biglietto da Soliera a Modena”. Tra le passioni, smontare e rimontare motorini: da ciò apprende una grande manualità utile poi per affrontare la sua vita lavorativa.

 

La curiosità, anima di qualsiasi idea, brilla negli occhi del nostro interlocutore che ci racconta di come, partendo da una coclea – invenzione di Archimede-, sia riuscito ad innovare il sistema di produzione della stessa costituendo componenti standard che una volta assemblati portano ad una gamma altamente differenziata. Grazie a tanta costanza e a 64 mila lire, il progetto inizia a prender forma all’interno di un garage con soli 3 operai; eppure in 7 mesi la produzione passa da 3 a 15 coclee a settimana.

 

Inizia così il racconto di una visione di impresa che in pochi anni, complice forse la scelta di un nome tedesco WAM – dove W viene sostituita alla italianissima V di Vainer -, raggiunge la Francia, la Germania, gli Stati Uniti, Gran Bretagna e Singapore. E poi il mondo.

Ad oggi, la WAM o come la definisce lui la “multinazionale tascabile ricca di know how” conta 2400 dipendenti, 35 centri di vendita e 21 centri di produzione; è inoltre presente in diversi settori quali quello alimentare, chimico, farmaceutico, del trasporto dei materiali in azienda, dei cementi e delle energie rinnovabili.

 

Nello sguardo del cavaliere abbiamo visto i nostri occhi: quando ha iniziato la sua carriera professionale era un giovane come noi, con passioni concrete e genuine, uno che le sue scelte le ha fatte un po’ per sogno e un po’ per necessità. Nonostante non abbia ricevuto un’educazione universitaria Marchesini ha sin da subito capito l’importanza del sapere, dello studio e dell’innovazione. WAM group vanta due scuole di formazione professionale in Italia e Cina. Ha inoltre avviato una collaborazione tra università e impresa a Wuxi, permettendo ai laureandi e laureati di avere un diretto accesso nella realtà di WAM GROUP.

Quello che delle sue parole colpisce è che, nonostante sia storicamente difficile fare un parallelo tra gli anni ‘70 e la situazione economica attuale in cui la domanda calante non incoraggia nuove idee imprenditoriali, la ricetta e la cura di ogni progresso sta nel rinnovamento delle idee e delle energie.

 

Il paragone darwiniano può sembrare azzardato ma la capacità di adattarsi ai tempi e a volte precorrerli può fare la differenza tra un’impresa che muore e un’impresa che prospera.

 

Applicando questo alla vita personale e scolastica dei giovani, serve una scuola e una università che sia in grado di preparare i suoi studenti in anticipo per il mercato del lavoro, attrezzandoli di conoscenze, competenze e valori. Noi giovani siamo nella maggior parte dei casi intellettualmente statici, in contrapposizione con un mondo in continuo divenire.  Manca la cultura e la abitudine a fare scelte consapevoli per il nostro futuro che magari comportano sacrifici. Siamo abituati a studiare per il docente, per il voto e non per noi. Siamo timidi nel fare domande. Restii a trovare un lavoro mentre si sta ancora studiando. Intimoriti da esperienze all’esterno.

 

Sta a noi far iniziare a correre quel leone che abbiamo dentro, cercando di realizzare i nostri sogni, senza demordere alla prima difficoltà. Una maggiore conoscenza di noi stessi, tesa a mettere in luce le attitudini personali, potrebbe orientarci meglio nella scelta della strada da percorrere. Si impara per la vita non per la scuola.

Dopotutto “il futuro è questa cosa qua, fare le cose, produrre e inventare soluzioni ai problemi. E non arrendersi mai”.

 

Beatrice Arduini

Veronica Capra

Studentesse di Economia aziendale

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

 

Scarica il pdf pdf_icon

 




PinIt