20 febbraio 2014

Lezioni di Employability/21 – Se vuoi fare il concertista…non nascere in Italia!

Alberto Cammarota


Due sono le regole fondamentali per chi ha l’intenzione di fare il concertista:

– Cercare fin da subito il miglior insegnante possibile.

– Il mondo musicale non tollera ritardi di preparazione.

Suonare uno strumento ai massimi livelli richiede gli stessi sacrifici di uno sport svolto a livello professionistico: disciplina, otto ore al giorno di studio – il nostro “allenamento” quotidiano –, intelligenza e dedizione.

 

Ma mentre in Italia, almeno a livello sportivo, possiamo contare su un sistema eccellente, il livello musicale in Italia è indubbiamente agli antipodi. E la colpa non è dei nostri ragazzi: in questo Paese siamo pieni di giovani di talento.

 

La prima cosa che un aspirante concertista deve guardarsi bene dal fare in Italia – se non vuol perdere anni preziosi – è iscriversi in Conservatorio. È abbastanza paradossale, in quanto sarebbe come dire a un aspirante medico, ingegnere o avvocato di non iscriversi all’università, anzi, di non andare nemmeno a scuola, se ci tiene ad imparare il suo mestiere. Il problema, tutto italiano, è che nei Conservatori il livello dell’insegnamento – a parte rarissime eccezioni – è ben lontano dall’ eccellenza richiesta dal mercato, a causa anche di un sistema nel quale l’ultimo concorso per cattedre è stato indetto più di vent’anni fa e si deve quindi far riferimento a graduatorie dove il calcolo dei punteggi è tale per cui oggi, nel nostro Paese, i pochissimi concertisti italiani (quasi sempre “fuggiti” in tempo all’estero), si vedono spesso sorpassare da musicisti che non hanno un’ attività concertistica in quanto loro stessi cattivi strumentisti, ma che hanno accumulato un punteggio didattico maggiore facendo supplenze.

 

E sì che gli esempi virtuosi dalla vicina Europa non mancano: nelle Hochschule tedesche, per esempio, quando viene indetto un concorso per insegnare, l’aspirante docente anche se è un concertista di chiara fama, è chiamato a sostenere un vero e proprio esame dove viene giudicato, su come suona e come insegna, da una commissione formata da docenti e da allievi, in quanto un bravo musicista può non essere un bravo insegnante, ma un bravo docente deve essere un bravo musicista. Se si vuole formare all’eccellenza, non si può prescindere dalla qualità della docenza: un cattivo insegnante rovina anche il più grande talento.

 

Il secondo problema legato ai Conservatori italiani è il seguente: sono troppi. O meglio, sono troppi quelli che rilasciano un titolo di studio. Le conseguenze sono molteplici: per sopravvivere non possono fare selezione, illudendo così migliaia di ragazzi di poter avere un futuro con la musica  – e quando non esisteva ancora l’equiparazione del diploma a laurea di primo livello ne ho visti davvero molti abbandonare la scuola – li diplomano, e i ragazzi crescono nella prospettiva di trovare una volta usciti spalancate le porte dei grandi palcoscenici e delle grandi orchestre, ignari invece del fatto che la maggior parte di loro non troverà posto da nessuna parte: non troveranno in orchestre serie (quelle che con il loro stipendio consentono di vivere dignitosamente), perché il loro livello è troppo basso, e meno che mai a scuola o in Conservatorio, in quanto sono troppi i laureati in relazione ai posti di lavoro.

 

Come risolvere il problema? Ancora una volta l’ esempio viene dall’Europa più prossima a noi: Germania, Francia e Svizzera hanno moltissimi Conservatori, e con eccellenti docenti. Ma le Hochschulen, le scuole che rilasciano il titolo di studio equivalente alla laurea, sono pochissime, addirittura solo due in tutta la Francia. In questo modo, tutti hanno la possibilità di imparare a suonare, ma solo pochi entrano in scuole estremamente selettive, dove grandi docenti curano la loro preparazione.

L’Italia invece è l’unico Paese nel quale i grandi docenti non insegnano nei Conservatori statali, ma in accademie private, nelle quali non hanno modo di curare una classe in maniera paragonabile ad una Hochschule europea, senza sottovalutare i costi, non da tutti sostenibili.

Nascere in Italia e voler imparare a suonare in maniera corretta uno strumento, costringe quindi le famiglie di quei pochi ragazzi che hanno la fortuna di scoprire per tempo dove andare a studiare, a sostenere i costi di frequenti viaggi all’Estero, rette di accademie e lezioni private. Tutto questo per avere quello che dovrebbe essere un diritto: il diritto ad una buona istruzione. Che non vuol dire lavorare o fare carriera: in questo caso nel mondo musicale non basta essere bravi, e talvolta non è nemmeno necessario.

 

In conclusione, bisogna però ammettere che si registra un notevole aumento del livello artistico nelle nuove generazioni di giovanissimi rispetto ai coetanei del decennio appena trascorso: le voci corrono, i genitori avveduti hanno capito l’antifona e le accademie private si sono diffuse aumentando e meglio strutturando l’offerta formativa, così da rispondere ad una richiesta di formazione d’ eccellenza in costante aumento.

 

I nostri ragazzi sono più intelligenti di quello che pensiamo e da parte di chi scrive va a loro il più sentito “in bocca al lupo”.

Forse in Italia non cambierà nulla, ma prima o poi vi sarà il ricambio generazionale anche nei Conservatori, e se le giovani promesse saranno mantenute quando sentiremo parlare di “scuola violinistica italiana”, il pensiero non correrà più sempre a Vivaldi, Corelli o Tartini.

 

Alberto Cammarota

ADAPT Junior Fellow

 

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