29 ottobre 2018

Salute mentale e discriminazioni: un tema ancora attuale

Irene Tagliabue


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Lo scorso 22 ottobre si è tenuto, presso il Policlinico di Modena, un Convegno dedicato al tema della discriminazione delle persone con problemi di salute mentale, organizzato dall’Università degli Studi di Modena e Reggio-Emilia, in occasione della settimana dedicata a patologie di questo tipo.

 

Un punto di partenza fondamentale, per poter trattare un tema così delicato in modo adeguato, è l’analisi del concetto di vulnerabilità e, a tal riguardo, è sicuramente un dato positivo che, negli ultimi anni, la questione sia stata meglio approfondita. È necessario incentivare la consapevolezza che la vulnerabilità non deve obbligatoriamente essere interpretata con accezione negativa, ma che, al contrario, l’ascolto delle categorie più “fragili” della società renderà possibile, col tempo, il progresso verso un Ordinamento nel complesso più dignitoso.

 

Nonostante questa positiva presa di coscienza, esistono, ad oggi, ancora forti discriminazioni a discapito di persone che vivono quotidianamente un disagio legato a problemi di salute mentale e, per quanto si auspica che le cose possano migliorare col tempo, sono presenti ancora grandi lacune nel sistema di assistenza di questi soggetti. A tal riguardo, infatti, anche in Paesi benestanti, la spesa sanitaria dedicata alla cura delle malattie mentali è spesso molto limitata ed esiste ancora un forte legame tra patologie psichiatriche e coercizione. Si pensi, ad esempio, al ricorso al Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), molto diffuso anche in Italia, ed al problema di emarginazione che esso causa nei riguardi di chi lo subisce.

 

Ed è proprio questo il problema principale di chi è affetto da problemi di salute mentale: la stigmatizzazione che subisce da parte del contesto in cui è inserito. Vi è la tendenza ad attribuire etichette a soggetti affetti da determinate patologie, le quali portano ad una emarginazione in tutti gli ambiti della vita, non considerando in alcun modo che, alla stessa stregua di altre patologie, le malattie mentali sono curabili e, in alcuni casi, guaribili. Le principali conseguenze di questo stigma ormai conosciuto si riflettono in ambito lavorativo, nella difficoltà di trovare e mantenere un impiego, nonché nella sfera personale, dove gli affetti sono gravemente compromessi. A tal proposito, durante il convegno è stato illustrato uno studio dedicato all’analisi dell’emarginazione di soggetti affetti da schizofrenia, una delle patologie che più spaventa la comunità, e da depressione. In entrambi i casi è emerso che i malati percepiscono maggiormente lo stigma, in quest’ordine, nell’ambito delle relazioni interpersonali con famiglia e amici nonché sul posto di lavoro, seguiti a loro volta, dalla sfera dell’intimità e della sicurezza personale.

 

Molto interessanti anche i dati forniti in relazione alla discriminazione anticipata, ovvero la fuga da una determinata situazione per l’angoscia di un possibile rifiuto da parte della società, che rivelano come numerosi pazienti con patologie legate al benessere mentale percepiscono con forza il peso della discriminazione prima ancora che essa si verifichi. Nella maggior parte dei casi, per queste ragioni, essi tendono a nascondere la propria patologia, arrivando addirittura ad evitare una candidatura per un posto di lavoro o a rifuggire una relazione sentimentale.

 

Allo stato delle cose, l’unico modo per ridurre questa stigmatizzazione e la percezione che i malati hanno della stessa si traduce, da un lato, nel ridurre il cosiddetto “effetto barriera” che si manifesta nella contrapposizione noi(sani)-loro(malati) e, dall’altro lato, nel ridurre le disuguaglianze di potere, mettendo i malati nelle condizioni di disporre liberamente delle proprie esistenze, nonostante la presenza di una patologia.

Per ridurre la distanza tra escludenti ed esclusi, in primis deve essere incentivato un contatto tra i malati e la comunità, così che tra questi si possano creare dei legami forti, fondati su empatia e comprensione dell’altro. In secondo luogo potrebbero essere molto utili politiche di inserimento nel mondo del lavoro che mirino alla riduzione dell’emarginazione in questo settore, nonché campagne informative ed educative, finalizzate alla promozione di una maggiore cultura sulla materia. A tal proposito, in passato, vi sono stati dei tentativi di diffondere una più intensa consapevolezza riguardo alla natura biologica delle malattie mentali. Avere una patologia di questo tipo non è diverso dall’avere patologie, ad esempio, cardiovascolari, poiché in entrambi i casi si riscontra il coinvolgimento di un organo: il cervello, da un lato, e il cuore, dall’altro. Tuttavia, come evidenziato dagli studi inerenti al tema, la campagna di diffusione di queste informazioni si è rivelata fallimentare, poiché non solo non ha ridotto lo stigma, ma lo ha addirittura incrementato, insinuando nelle persone la convinzione che malattie di questo tipo fossero del tutto al di fuori di ogni controllo e che, per questo, i malati fossero imprevedibili e pericolosi.

Così, durante il convegno è stata evidenziata l’esigenza di elaborazione di una nuova strategia, che porti la società a comprendere che una malattia mentale non è una patologia che riguarda solo alcuni, che ne sono affetti dalla nascita. Disturbi di questo genere, temporanei o permanenti, possono sorgere in qualsiasi momento e possono arrivare a colpire chiunque; dato, quest’ultimo, che se venisse correttamente interpretato, potrebbe portare ad una maggiore empatia nei confronti dei malati e, con ogni probabilità, ridurre quell’emarginazione ad oggi ancora così evidente.

 

Irene Tagliabue

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@TagliabueIrene 

 

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