Una proposta per le politiche del lavoro: prima analisi dell’accordo Confindustria – Cgil, Cisl, Uil del 1° settembre 2016

Simone Caroli


Le Parti Sociali chiamano, il Governo risponde. Mettendo a disposizione un fondo da 235 milioni di euro, il Ministero del Lavoro ha dato seguito alle «Proposte per le politiche del lavoro» di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, che, con un’intesa raggiunta il 1° settembre scorso, avevano presentato un «insieme coerente di proposte» volte alla migliore gestione delle crisi aziendali e dei processi di transizione produttiva in atto. Il documento, che richiede interventi di legge in tema di ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro e in caso di disoccupazione involontaria, viene alla luce in un momento di transizione non solo industriale, ma anche normativa.

 

Confindustria e Sindacati Confederali vogliono riportare l’attenzione del legislatore alle esigenze reali del mondo del lavoro, dove esistono equilibri che non sempre – e mai immediatamente – si riassestano per decreto. È questo il caso degli squilibri causati dal superamento, pur graduale, dell’indennità di mobilità in favore della Naspi, previsto in via definitiva per il 1° gennaio dell’anno nuovo. Una «osmosi tra i due istituti», infatti, non è mai esistita, faceva notare a gennaio Eufranio Massi (v.«Indennità di mobilità e NASPI: un paradosso normativo», al sito generazionevincente.it). Con la riforma Fornero nel 2012 ed il Jobs Act nel 2015 (decreto legislativo n. 148 del 14 settembre), il legislatore ha indirettamente fatto lievitare i costi delle trattative sindacali per la salvaguardia occupazionale in situazioni di crisi complessa. Accordando le tutele della Naspi per i licenziamenti individuali ma rottamando poco a poco quelle offerte dalle procedure di mobilità collettiva, diventate sempre meno convenienti. E se le tutele non vengono offerte dalla mano pubblica, è certamente il privato, in questo caso il sindacato, a dover intervenire, chiedendo alle controparti datoriali incentivi all’esodo almeno pari ai trattamenti della Naspi. Buono l’intento, dare un taglio all’accompagnamento alla pensione, discutibile la realizzazione.

 

Su questo punto insistono le prime proposte delle Parti Sociali. Anzitutto, al legislatore si chiede un passo indietro sull’abrogazione di fatto della “Cassa Integrazione a zero ore”, una modalità di sospensione del rapporto di lavoro che consentiva di sospendere senza limitazioni l’attività dei prestatori interessati. Tornando al vecchio sistema, in casi eccezionali, il rapporto di lavoro, mantenuto dalla Cassa Integrazione, può essere finalizzato a consentire la partecipazione dei lavoratori a «Piani operativi di ricollocazione» predisposti nell’accordo sindacale di apertura del procedimento di cassa. Di questi piani potranno fruire tanto i lavoratori destinati a rimanere in azienda, e quindi a partecipare al processo di ristrutturazione, quanto quelli dichiarati in esubero. Questi ultimi, in particolare, saranno incentivati a lasciare il posto di lavoro tramite una procedura non di licenziamento (che nell’intento delle Parti Sociali è invece da scoraggiare quanto più possibile) ma mediante risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Sulla risoluzione consensuale è richiesta quindi una serie di ulteriori interventi da parte del legislatore – per un approfondimento si rimanda alle schede di sintesi allegate. Per i lavoratori in esubero Confindustria e i Sindacati Confederali chiedono che il campo di applicazione del sussidio Naspi sia eccezionalmente ampliato, ma solo a patto che il lavoratore accetti tempestivamente una particolare offerta conciliativa. Questa, nelle intenzione dei proponenti, sarebbe strutturata nella forma di un importo “a tutele crescenti” (tanto più alto quanto maggiore è l’anzianità di servizio) non soggetto a contribuzione previdenziale né formante reddito imponibile, la cui accettazione costituirebbe rinuncia ad ogni contenzioso relativo alla risoluzione stessa. Ulteriori importi, destinati ad “accordi tombali” per prevenire contenziosi di altra natura, sarebbero defiscalizzati e de-contribuiti solo qualora il lavoratore in esubero accettasse di partecipare ad un «Piano operativo di Ricollocazione», ricevendo peraltro ulteriori somme per sostenerne i costi.

 

Per finanziare la manovra potrebbero liberarsi risorse per 600 milioni di euro. Sarebbero, secondo le stime dei proponenti, quelli risparmiati dalle aziende con l’eliminazione del contributo al finanziamento della mobilità e che attualmente attendono ancora di essere collocati. Confindustria, Cgil, Cisl e Uil vorrebbero che rimanessero a disposizione dei Fondi Interprofessionali, per poter co-finanziare esodi, prepensionamenti e, appunto, i «Piani operativi di Ricollocazione».

 

Il Ministro Poletti, in occasione dell’incontro sulle politiche del lavoro con Regioni e sindacati, ha  parlato invece di 150 milioni di euro, destinati ad un intervento di tipo sociale, che consisterebbe in un’erogazione di 500 euro al mese per 12 mesi a beneficio di chi ha già concluso la fase di mobilità o Aspi entro il 2016 e si è reso disponibile a interventi di politiche attive promossi dalla Regione (v. comunicato su lavoro.gov.it).

 

Il secondo set di proposte, coerente con il primo e da questo inscindibile, riguarda le «aree di crisi industriali complesse (e non complesse) di cui al Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83 (Decreto Crescita)». Per venire incontro alle esigenze del tutto eccezionali di queste aree, viene chiesta al legislatore una maggiore utilizzabilità degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro. In attesa di conoscere quali siano le “aree di crisi industriali non complesse” (il decreto di definizione è atteso in questi giorni), il Ministro Poletti ha già rassicurato sul futuro delle “aree di crisi industriale complessa”. Attuando il decreto «Cresci Italia», il Ministero dello Sviluppo Economico aveva provveduto, con decreto 31 gennaio 2013, ad individuare 9 aree geografiche italiane (da Porto Marghera a Termini Imerese) in cui il collasso di imprese di medio grandi dimensioni con ricadute a cascata sull’indotto o «gravi crisi di settori produttivi con elevata specializzazione sul territorio» avevano avuto «un impatto significativo sulla politica industriale e nazionale», tanto da dover richiedere l’adozione di appositi «Progetti di riconversione e riqualificazione industriale» co-finanziati dall’attore pubblico. La proposta di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil è di trovare un equilibrio, per queste aree, tra le esigenze di salvaguardia occupazionale indicate dal Progetto di riconversione, e la continuità nel rapporto di lavoro tra le aziende interessate ed i lavoratori, impossibile da garantire con i trattamenti di integrazione salariale accorciati dal Jobs Act. Si propone, in altre parole, di derogare ad un sistema di equilibri che le parti sociali accettano – non si tornerà più al vecchio sistema che aveva portato negli ultimi anni ad un’esplosione di ricorso alla Cassa Integrazione – ma che, a fronte di situazioni eccezionali, quelle appunto di «crisi industriale», non è ancora gestibile con i soli strumenti di politica attiva.

 

La risposta del Ministero del Lavoro, secondo quanto riferito dal Ministro Giuliano Poletti, è di apertura. Nell’incontro con Regioni e sindacati il Governo ha fissato due obiettivi: garantire continuità di prestazione ai lavoratori in CIGS che concludono la copertura entro il 2016 ed estendere, in deroga all’ordinamento, il trattamento di ulteriori 12 mesi per quelli che dovrebbero invece passare alla Naspi, purché l’impresa presenti un piano di recupero occupazionale. Nel bilancio ministeriale sarebbero già disponibili 85 milioni di euro, da ripartire equamente sulla base delle domande che le Regioni formuleranno al Ministero d’intesa con le Parti Sociali.

 

Non poche richieste, ma avanzate a fronte di concreti e condivisi impegni: gestire senza conflitto le ristrutturazioni in atto ed accettare il nuovo corso promosso dall’attuale Governo. Se le proposte venissero accettate, inizierebbero a vedersi le prime modifiche ai decreti attuativi del Jobs Act. In un momento in cui le relazioni industriali a livello nazionale vivono alti e bassi (il rinnovamento del contratto della Industria Metalmeccanica è ancora osteggiato dalle controparti sindacali, ma in attesa della sigla è stato raggiunto un importante accordo sull’apprendistato in alternanza scuola-lavoro) e in cui il paese è colpito da crisi produttive incontrollabili (il pensiero va alle aziende vittime di disastri naturali) le «Proposte per le politiche del Lavoro» delle Parti Sociali si presentano come testa di ponte per ricucire i rapporti con un legislatore poco incline alla concertazione, che ha cercato per decreto di forzare equilibri ormai consolidati dalla prassi.

 

Certamente la Grande Trasformazione in atto nei sistemi produttivi e, di conseguenza, nel mondo del lavoro, non smetterà di preoccupare, in Italia come nel resto del mondo, i Governi e le Parti Sociali. In gioco c’è il concetto stesso di “lavoro” e di “industria”, ed i capisaldi di un sistema che ha retto diritto e relazioni di lavoro dal Novecento industriale ad oggi. Ragionevolmente, non è possibile prevedere come verrà governato un cambiamento di così decisiva portata. È certo però che, se il rapporto tra l’attore pubblico e quelli privati continuerà ad essere intenso e costruttivo, ogni mutamento in atto sarà molto più gestibile e controllabile.

 

 

Simone Caroli

Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT, Università degli Studi di Bergamo

@SimoneCaroli

 

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