14 settembre 2020

Rileggendo i classici del lavoro/3 – Gino Giugni e la coscienza del posto di lavoro di Selig Perlman

Giacomo Pigni


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Bollettino ADAPT 14 settembre 2020, n. 33

 

Nell’introduzione al saggio “Ideologia e pratica della azione sindacale” di S. Perlman, Gino Giugni compie una ricognizione del pensiero dell’economista nordamericano e più in generale della teoria istituzionalistica.

 

La scuola istituzionalista

 

Innanzitutto, Giugni chiarisce come il pensiero di Selig Perlman si debba inserire nel filone istituzionalistico che vede tra i suoi massimi esponenti J.R. Commons. La caratteristica principale di questa scuola di pensiero era l’atteggiamento critico e non ideologico nei confronti del sistema capitalistico che veniva riconosciuto come bisognoso di correttivi. L’economia classica, che venne messa in crisi proprio da questa scuola, si poggiava infatti su un concetto di mercato astratto dalla realtà, di valore di scambio come semplice incontro tra domanda e offerta e di moneta come elemento privo di un valore autonomo. L’economia istituzionalistica invece veniva definita come olistica poiché coinvolgente tutti i fattori istituzionali presenti nel contesto di ricerca.

Prima di introdurre il pensiero di S. Perlaman, Giugni chiama in causa alcuni tra i principali esponenti della scuola istituzionalista: T. Veblen e J.R. Commons.

Innanzitutto, Giugni ricorda l’apporto di Veblen alla teoria istituzionalista. Egli sottolineò, prima di Marx, come i limiti enormi del capitalismo tradizionale risiedessero nella sua natura che favoriva lo sviluppo delle classi speculative (cioè che svolgevano attività pecuniarie) a scapito di quelle produttive accendendo inevitabilmente uno scontro nel quale non necessariamente avrebbero trionfato le classi produttive, come invece previsto dall’economista tedesco.

In secondo luogo, viene evidenziato come il lavoro di Veblen sia prodromico a quello di Commons il quale con i suoi studi si pose l’obiettivo di delineare una teoria che rendesse “funzionante” il capitalismo, attraverso principi come il reasonable value (valore ragionevole), ricucendo lo scontro preannunciato da Vleben. Come sottolineato da Giugni, è proprio su questo contrasto ontologico che si basò la volontà di Commons di investire sul lavoro dell’azione collettiva per tentare di riconciliare la classe che vive sfruttando l’efficiency (lo sviluppo tecnologico) e quella che invece si sviluppa sfruttando la scarcity e l’aumento di valore che ne deriva.

 

La job consciousness di Perlman

 

Tale ricognizione compiuta da Giugni è utile per definire il contesto nel quale si inseriscono le teorie di Perlman. Egli, esattamente come Commons, credeva in un modello di società pluralista e cioè basato sul continuo sforzo di riconciliazione attraverso l’azione collettiva (e non attraverso l’azione statale). Nella teoria di Perlman, al centro dell’azione collettiva si trova lo strumento della contrattazione collettiva che non appare come un semplice strumento per elevare i salari ma al contrario per ottenere, da parte di questo o quel gruppo sociale, maggiore potere. Il contratto collettivo è lo strumento di elevazione delle classi per eccellenza. In questa visione anche l’azione di governo appare come una sintesi contrattuale tra gruppi politici ed economici e lo Stato come una particolare espressione organizzata dei gruppi e degli interessi che ad un dato momento prevalgono nella comunità. È giusto ricordare come questi concetti siano, anche nel caso di Perlman, il frutto di un’indagine approfondita della realtà e dei movimenti operai, secondo il classico metodo istituzionalista del look and see. È proprio grazie a questo modello di indagine che Perlman colse l’essenza contrattualista e non classista del movimento operaio americano. Questa consapevolezza si traduceva nella convinzione che la spinta dell’azione collettiva del movimento sindacale risiedesse nella comune consapevolezza della reale scarsità di opportunità occupazionali e di sviluppo sociale. A questa convinzione si contrapponeva invece la logica opposta dell’imprenditore e dell’uomo di affari, basata sulla convinzione di poter disporre di risorse abbondanti e illimitate. Sospinto da questa comune consapevolezza di scarsità, nelle teorie di Perlman, l’obiettivo del movimento sindacale, in una società pluralista governata dalla contrattazione, non può essere rappresentato dalla distruzione della controparte contrattuale bensì dalla tutela della propria sfera di influenza e delle tutele ottenute.

In particolare, Perlman giunse a queste conclusioni osservando la nascita e lo sviluppo della confederazione AFL (oggi AFL-CIO, American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations) e ne coglieva la sua essenziale finalità: l’egemonia dell’offerta di lavoro.

A differenza del sindacalismo rivoluzionario, quello americano, caratterizzato da un grande pragmatismo economico, puntò fin dalle origini al raggiungimento dello stesso livello della controparte datoriale, governando l’offerta di forza lavoro. Il fondamento dell’azione sindacale non risultava quindi essere la consapevolezza di una comune missione storica bensì la cognizione di avere questo scopo di egemonia del posto di lavoro. Questo elemento venne definito da Perlman come job consciousness (la coscienza del posto di lavoro).  Il modello descritto da Perlman è dunque caratterizzato da un sindacato votato al contrattualismo che cerca, attraverso l’azione collettiva, di governare il processo economico a suo favore. È necessario ricordarsi di inserire questa concezione in una più ampia visione istituzionalistica che non dà valore alle rendite di posizione ma alla continua ricerca di nuovi equilibri, ognuno dei quali contribuisca al progresso civile e sociale. In questo senso, Perlman individuava nella società due ideologie contrapposte: l’ideologia produttivistica (propria degli operatori economici) e quella del benessere (propria dei lavoratori e dei sindacati intenzionati ad ampliare le proprie tutele). È nel contratto che lo scontro tra queste due ideologie trova una sua sintesi e soprattutto genera un beneficio per la società.

 

La job consciousness e il sindacato italiano

 

È interessante confrontare, come fatto da Giugni, la storia del movimento sindacale italiano con la teoria di Perlman, rappresentata dal concetto di job consciousness, sul quale si base l’idea di un sindacato che tutela le proprie posizioni nell’azione collettiva seguendo un modello di craft unionism. Secondo Giugni, l’impossibilità di calare all’interno del panorama italiano questa teoria è da individuarsi in tre ragioni storiche: il tardo sviluppo industriale, il crescente squilibrio tra risorse e popolazione e la prevalenza della popolazione agricola. Rispetto al primo aspetto Giugni sottolinea come lo sviluppo industriale del Paese non sia avvenuto con la gradualità statunitense non permettendo la nascita di una classe operaia intermedia tra quella artigiana e quella industrializzata. Avendo saltato questa fase ed essendo passato subito ad una situazione di degradazione del concetto di mestiere dovuto al massiccio utilizzo delle macchine, il movimento sindacale non ha elaborato quella forma di solidarietà operaia tipica del craft unionism. In secondo luogo, Giugni sottolinea come fosse impossibile la nascita di un sindacato con le caratteristiche definite da Perlman – un sindacato che individua la sua funzione nella costruzione di un monopolio dell’offerta di forza lavoro –  proprio per via della scarsità di lavoro presente nel tessuto economico italiano: il movimento sindacale italiano non poteva permettersi di controllare l’offerta di forza lavoro per via della scarsità di lavoro che imponeva di concentrarsi sui bisogni dei disoccupati prima che migliorare le condizioni degli occupati. Infine, la prevalenza della popolazione agricola su quella industriale ha portato alla diffusione della contrattazione nel settore agricolo (elemento peculiare del sistema italiano) ma allo stesso tempo ha allontanato l’esperienza italiana da quelle osservate da Perlman.

 

In conclusione, è necessario sottolineare come l’esercizio compiuto da Giugni non sia volto all’applicazione sterile delle teorie istituzionaliste nella lettura della storia del movimento sindacale italiano. L’intenzione di Giugni è invece quella di indicare nella teoria della scuola del Wisconsin uno strumento nella ricerca di un metodo critico nello studio della peculiarità del fenomeno sindacale. L’applicazione di questo metodo chiarisce come l’obiettivo di ogni efficace strategia sindacale sia, secondo Giugni, il consolidamento di una rete di istituzioni operaie saldamente radicate nel posto di lavoro e volte a modificare i rapporti di potere nell’ambito dell’azienda e dell’economia.

 

Giacomo Pigni

ADAPT Junior Fellow

@PigniGiacomo

 




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