Rilanciare Garanzia giovani con più controlli e meno abusi*

Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
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Bollettino ADAPT 19 ottobre 2020, n. 38

 

Immaginatevi di non uscire di casa da molto tempo, delusi dalla vita e dalle sue sfide, ed essere convinti da qualcuno, dopo insistenza e grandi promesse, a recarvi a una festa. Controvoglia, o forse emozionati, arrivate nel luogo stabilito e non trovate nessuno. Più o meno questo è quello che è accaduto a una larga fetta del milione e mezzo di Neet che hanno aderito al programma Garanzia Giovani per poi restarne delusi o sentirsi traditi. Non è insomma solo il Reddito di cittadinanza e la sua “fase 2” il grande assente oggi. Manca ancora pure quella “garanzia”, nome infelice, offerta ai giovani italiani a partire dal 2014 con l’obiettivo di accrescere la loro occupabilità e l’uscita da una condizione di inattività totale.

 

Si è detto molto sui numeri nelle scorse settimane, alcuni sostengono che l’eccessiva quota di tirocini che compongono per oltre il 60% le proposte offerte agli aderenti abbia conseguenze negative; altri che il fatto stesso che moltissimi giovani abbiano aderito al programma debba essere considerato un successo. Non vogliamo qui inoltrarci in questa discussione ma, in una fase in cui si sta discutendo il rifinanziamento del programma, ci pare fondamentale segnalare alcune rilevanti criticità e offrire spunti per migliorarlo. Perché non avrebbe senso sprecare l’occasione di un importante finanziamento comunitario a favore dei giovani; a maggior ragione ora, a fronte di una crisi occupazionale post– Covid 19, che ha colpito soprattutto loro. Non può essere in discussione quindi la necessità di rifinanziarla, ma occorre mettere a tema alcuni importanti difetti di implementazione che, come spesso accade sul fronte delle politiche del lavoro in Italia, portano a vanificare delle buone, a volte ottime, idee. E qui il tema dell’utilizzo delle risorse di Garanzia Giovani per finanziare principalmente tirocini, al di là del loro esito occupazionale che non è tra gli obiettivi del programma, è centrale.

 

Basta osservare gli annunci presenti sui portali delle regioni per accorgersi di come il contenuto in termini di occupabilità (che non è necessariamente solo la formazione) spesso non esiste. E non esiste perché questi tirocini, in moltissimi casi che non vengono monitorati dalle istituzioni pubbliche a ciò preposte, servono unicamente per ridurre il costo del lavoro (e con esso le tutele, anche previdenziali) con la complicità, sicuramente indiretta, del programma stesso. Se infatti camerieri, banconisti, lavori di segreteria o commessi possono essere pagati fino a un decimo del loro costo contrattuale e contributivo e questo costo è in parte coperto da Garanzia Giovani, è chiaro come la propensione allo stipulare veri e propri contratti di lavoro è quanto meno scoraggiata. Il rischio è quindi quello di promuovere forme di lavoro non contrattualizzate che non solo portano a continui turnover ma che soprattutto deprimono i mercati locali del lavoro con una concorrenza al ribasso che scaccia la moneta, cioè il lavoro buono.

 

Un esercito di giovani fatti temporaneamente uscire dall’inattività per poi ripiombarci presto ancora più scoraggiati di prima. Perché forse quello che ci si dimentica nella guerra di numeri e interpretazioni è che dietro ogni numero c’è una singola vita che sta vivendo il delicato momento di passaggio tra la formazione e il lavoro. Per questo occorre intervenire su alcuni aspetti basilari. In primo luogo l’attore pubblico dovrebbe vigilare affinché non vengano pubblicati sui portali annunci palesemente contrari alla legge, cosa che avviene con una frequenza sorprendente. I falsi tirocini poi dovrebbero portare, una volta accertati, alla sospensione dello stesso e, nel caso di una reiterazione da parte dei soggetti promotori, condurre alla revoca dell’autorizzazione o dell’accreditamento.

 

Il soggetto promotore infatti dovrebbe essere garante della qualità dei tirocini e della verifica del singolo percorso: senza questo controllo sullo svolgimento si dovrebbe pensare alle gravi conseguenze di cui sopra. In ultimo le regioni dovrebbero poi firmare precise linee guida sulle attività ispettive con l’Ispettorato nazionale del lavoro prevedendo interventi a campione. Ma oltre a questi interventi ancor più centrale dovrebbe essere l’incoraggiamento ad utilizzare i fondi di Garanzia Giovani soprattutto per favorire quelle forme di apprendistato, come quello di primo e terzo livello, che veramente possono incidere sull’occupabilità dei giovani e che oggi sono del tutto scoraggiate dall’uso e abuso di tirocini secondo logiche non degne di un paese civile e di un modo sano di fare impresa e profitto.

 

Francesco Seghezzi

Presidente Fondazione ADAPT

Scuola di alta formazione su transizioni occupazionali e relazioni di lavoro

@francescoseghezz

 

Michele Tiraboschi
Coordinatore scientifico ADAPT
@MicheTiraboschi

 

*pubblicato anche su Avvenire, 13 ottobre 2020

 




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19 ottobre 2020