10 luglio 2017

Retorica e lavoro, un’occasione per andare alle radici del futuro

Francesco Nespoli


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Tra le molte comuni preoccupazioni dei politici del mondo alle prese con la ricerca o la difesa del consenso elettorale, una è passata sinora sottotraccia: quella per il lavoro. I media Britannici hanno sottolineato come il segmento di elettorato maggiormente conteso tra i Labour e i Tories prima delle elezioni straordinarie sia stato proprio la “classe dei lavoratori” (vedi Labour and Tories step up the fight to win the working class, in prima pagina del Guardian, il 15 maggio 2017). In Francia Macron è atteso alla prova di una nuova riforma che intervenga sulle modifiche al codice del lavoro approvate dal governo di Hollande meno di un anno fa (vedi Pour Macron, le premier test de la réforme du Code du travail, Manon Malhère, Le figaro. Sulla Loi travail  vedi anche l’e-book ADAPT Loi travail: prima analisi e lettura. Una tappa verso lo “Statuto dei lavori” di Marco Biagi?). Negli Stati Uniti, dopo che Trump ha messo i  posti di lavoro al centro della sua campagna, anche il sindaco di New York Bill De Blasio sta impostando la competizione elettorale che lo porterà alle elezioni amministrative partendo da un annunciato piano che dovrebbe creare nei prossimi dieci anni 100.000 posti di lavoro (vedi William Neuman e David Goodma sul New York Times del 15 giugno: De Blasio’s plan to create 100.000 jobs. Find 40.00 and keep an eye open). Lo stesso dibattito italiano ha visto il PD di Renzi e i 5 Stelle di Grillo contrapporsi radicalmente proprio sul tema del lavoro.

 

Questo protagonismo del lavoro, così connesso alla competizione per la leadership rende l’idea di quanto in fondo il lavoro non sia uno tra i temi emergenti, bensì è tanto più in tempi di crisi globale, il tema fondante della vita pubblica, che attraversa le generazioni e le stratificazioni sociali.

 

A questa comune centralità del futuro del lavoro se ne affianca un’altra, che apparentemente non c’entra nulla: quella della comunicazione e della sua qualità, con tutto il dibattito sciamato attorno a parole come “fake news”, “bufale”, “post-verità”. Concetti non sovrapponibili e spesso confusi, ma che hanno portato alcuni studiosi ad osservare come il passato abbia già molto da insegnare rispetto al problema della veridicità delle informazioni (fake news) e a riguardo del ruolo delle pathos nella retorica politica (post-verità. Si vedano i due libri intitolati entrambi Post Truth, di Evan Davis e di Matthew d’Ancona).

 

Tra questi autori c’è certamente il CEO del New York Times Mark Thompson, che nel suo La fine del dibattito pubblico si è sforzato di divulgare una concezione non deteriore della retorica. Tentativo non nuovo e preceduto da illustri del secondo Novecento (Perelman e Burke per citare i più eminenti) che al di qua e al di là dell’Atlantico affermavano addirittura che la retorica non è tanto l’arte di persuadere a qualsiasi costo, quanto un’attività umana che si esercita ogni volta che si argomenta qualcosa, pur con diversi gradi di rigore: dal linguaggio ordinario alla scienza, passando ovviamente per la comunicazione politica.

 

Se allora esiste un clima di rinnovato interesse per la retorica, e se il tema del lavoro è sempre protagonista della politica comunicata, dovremmo allora essere nelle condizioni di riflettere sulle premesse più profonde della retorica diffusa sul lavoro; premesse invece quasi sempre date per scontate nel dibattito politico pubblico.

A suggerire questa necessità è l’attualità stessa. A seguito della pubblicazione degli ultimi dati Inps sulle attivazioni di contratti a tempo indeterminato i giornali siano tornati unitariamente a parlare di una “precarietà” dilagante. Questo nonostante la missione di rottamare la precarietà fosse considerata compiuta dall’ex premier Matteo Renzi già il 20 febbraio 2015.

 

Quali che siano i reali motivi di questo fenomeno, il dibattito pubblico, e anche quello scientifico, continuano oggi a ruotare attorno alle opposte interpretazioni del declino della stabilità del lavoro, sempre lungi dal chiedersi che cosa significhi oggi “stabilità” e se non sia possibile provare a sostituire questa parola con la parola “continuità”.

 

Lo scontro resta confinato insomma tra due spiegazioni tradizionali. Secondo alcuni la precarietà è dovuta alla miopia delle imprese, se non al loro cinismo nel massimizzare il profitto. Secondo altri “la precarietà è nel mercato del lavoro” e non nelle tipologie di contratti, che non possono fare altro che regolare l’incertezza.

 

La retorica profonda che soggiace ad entrambe le visioni riguarda i rapporti tra produzione e consumo nella società odierna. Un tema trascurato durante la crisi globale, ma che dovrebbe essere portato alla ribalta dalla cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, nella quale il rapporto domanda-offerta sarà potenzialmente sempre più personalizzato.

 

Nel dibattito pubblico, quando si sostiene la fluidità del lavoro o la sua precarietà, raramente si arretra sino alla ricerca di una causa. Dire per esempio che la precarietà è “nel mercato”, significa trattare il “mercato” come fosse un’entità unitaria, semovente. “Mercato”, “inflazione”, “disoccupazione”, le cosiddette “metafore ontologiche”, sono un modo di rappresentare l’effetto aggregato di scelte individuali e di gruppo orientate a certi scopi. Mercato, inflazione e disoccupazione hanno infatti i loro agenti e i loro responsabili.

 

In ultimo parlare di “mercato del lavoro”, parlare di “cambiamento” del lavoro non dovrebbe logicamente prescindere da una certa visione di “persona”, delle sue “capacità”, dei suoi rapporti con le altre “persone” e quindi dai suoi bisogni e dalle sue scelte di consumo, di associazione, di voto, ecc. Perché è questa idea di “persona” insieme all’idea di “lavoro”, di “merito”, di “responsabilità”, che porta ad immaginare i fenomeni collettivi possibili, un certo futuro del “mercato” del lavoro, un certo assetto degli equilibri sociali, e quindi una certa possibile idea di “stabilità”.

 

Non dovremmo quindi forse parlare tanto di un Novecento che è finito. Dovremmo piuttosto chiederci che cosa è diventato: quali fossero i comportamenti sui quali si basava, come questi comportamenti individuali e collettivi siano mutati e secondo quali principi profondi i gruppi politici (partiti, istituzioni, sindacati) vi stiano rispondendo (ADAPT ha provato a farlo in vari modi, ad esempio con le riflessioni contenute nell’e-book Il Jobs Act dal progetto alla attuazione).

 

In tempi recenti è stato Papa Francesco a porre degli interrogativi fondamentali sul lavoro. Non certo la politica; nemmeno con lo scontro tra PD e 5 stelle attorno a un non meglio specificato “reddito di cittadinanza” usato da Renzi non per problematizzare, ma anzi per semplificare la questione del lavoro futuro. Ossia distinguendo tra supposti fautori dell’assistenzialismo e convinti difensori della centralità del lavoro. Difensori ai quali tra l’altro Papa Francesco avrebbe dato la sua “benedizione” durante il suo discorso pronunciato all’Ilva di Genova affermando la necessità di “lavoro, non reddito, per tutti”. Il punto più radicale del discorso del Pontefice era però un altro: una concezione del “talento” che dovrebbe essere visto come un “dono” e non “come un “merito”. Una questione di “frame” per gli appassionati di retorica, ossia un modo di definire la base di un ragionamento. Checché se ne pensi, un punto di partenza per tornare a parlare del rapporto tra persona e società. Premesse fondamentali per sostenere una certa visione del futuro del lavoro e per progettare soluzioni politiche per perseguirla.

 

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@FranzNespoli

 

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