4 aprile 2017

Renzi e il lavoro in cerca di identità

Francesco Nespoli


Ufficialmente proclamato segretario rieletto del Partito Democratico, Matteo Renzi si è subito proiettato nel dibattito politico per riprendersi il tema del “lavoro”. La prima delle tre parole che dovranno caratterizzare il nuovo corso PD, secondo quanto detto ieri durante il discorso all’assemblea del partito.

 

Non sembrerebbe nulla di nuovo rispetto a quel sillogismo ripetuto almeno in 30 occasioni diverse secondo cui il Jobs Act è una riforma di sinistra”, perché “non c’è nulla più di sinistra che creare lavoro”. Nulla di nuovo nemmeno rispetto alla sostituzione strategica della parola “rottamazione” proprio con la parola con “lavoro”, comunicata già nel marzo del 2013, quando ancora non era diventato segretario per la prima volta. Perché allora Renzi ha bisogno di ripetere una volta di più che “il PD è il partito del lavoro”? La risposta si trova sia nel potere politico-comunicativo del lavoro, sia nella congiuntura politica di per sé. Congiuntura che impone a Renzi una necessità, ma gli offre al contempo un’occasione.

 

Quanto al primo aspetto, il segretario del PD è giustamente convinto che comunicazione e politica siano due facce della stessa medaglia, e che esista un legame organico tra politica e lavoro. Un ragionamento espresso anche oggi in maniera piuttosto esplicita e col quale Renzi ribadisce una concezione del rapporto tra società, lavoro, discorso pubblico e politica, sostenuta anche da un libro firmato da Mark Thompson, CEO del New York Times (non esattamente un illustre in materia, ma uno di quei riferimenti che ben incontrano il pensiero post-moderno dell’ex Presidente del Consiglio). Dice quindi Renzi con Thompson che “La crisi della politica è la crisi del linguaggio politico. […] Il dramma di parole vuote, che nessuno riesce a capire”. Se quindi esiste una schizofrenia del consenso politico è perché esiste una crisi del lavoro, e quindi anche del suo linguaggio.

 

A ben vedere però, e veniamo al secondo aspetto, se la parola “lavoro” in questi ultimi mesi non ha mai abbandonato il dibattito pubblico, ciò è successo più per merito dell’iniziativa referendaria della CGIL e del clamore suscitato dal programma del Movimento 5 Stelle che per le vicissitudini politiche post 4 dicembre interne al PD. Ancora più comprensibile quindi che Renzi ora debba rincorrere quelle forze, tentando di recuperare il terreno perso sul tema e ridefinendo un suo perimetro di significato attorno al lavoro.

 

Dato che è proprio il Movimento 5 Stelle a costituire il principale avversario del PD, è ovvio che Renzi si concentri sul confronto con il movimento. “Quelli che ti dicono: ‘arrivano i robot, arriva l’intelligenza artificiale, via tutti’”. Se una profonda differenza Renzi può marcarla, è quella “rispetto a quelli che hanno raccontato che il futuro del pianeta è un futuro di assistenzialismo e di sussidi”. Si tratta di un’occasione, perché è ovvio che di fronte a un avversario così dipinto, che vede cioè una società non più fondata sul lavoro, creare lavoro equivalga a difenderlo e possa quindi diventare, obbiettivo a lungo inseguito da Renzi, prerogativa della (sua) “sinistra”.

 

Poter svolgere la competizione con il suo più diretto avversario proprio sul tema del lavoro offre infatti al segretario democratico un’occasione per spingere le forza alla sua sinistra in un cono d’ombra. Lo si osserva dalle sue parole se si considera che il suo pubblico è qui innanzitutto l’assemblea del PD e non l’elettorato. “Da un lato – dice Renzi parlando del PD- c’è chi pensa che l’articolo 1 della costituzione sia l’articolo fondamentale, perché Il lavoro non è soltanto stipendio. ‘Lavoro’ è dignità, ‘lavoro’ è comunità, ‘lavoro’ è coinvolgimento, la battaglia dell’operaismo, la battaglia dei sindacati, ma anche, per chi proviene da un’altra cultura, i Dossetti, i Fanfani, i La Pira”. Il tentativo di Renzi, curioso ma abbastanza disinvolto, è quello di rilegare passato e futuro del centrosinistra col filo del lavoro. Come se CGIL e gli scissionisti che hanno adottato proprio l’articolo 1 della Costituzione per il loro nuovo brand non esistessero. Non per nulla Renzi non li cita e non parla mai nel suo discorso di “sinistra”. Perché la sinistra, in questo caso, è quella che risulta dall’antitesi con il movimento dei pentasellati.

 

A difesa del lavoro quindi Renzi non mette un nuovo linguaggio, ma fa riferimento a una tradizione, una storia improvvisamente rivalutata per contrappunto rispetto all’avvenirismo 5 Stelle. Il conflitto a sinistra sul lavoro viene archiviato alla ricerca di una continuità di ideali che indichi una strada più rassicurante per il futuro.

 

Anche sul piano del metodo proposto Renzi pare volersi sbarazzare dell’impostazione del recente passato. L’argomento quasi-logico “noi siamo quelli che hanno creato 739 mila posti di lavoro”, al centro di due anni di difesa renziana del Jobs Act, diventa nel discorso un aspetto periferico. La stessa riforma del lavoro resta fuori dai riflettori. Dice Renzi: “Siamo quelli che hanno fatto il Jobs Act. Bene, ma…”.

 

Renzi punta invece ora su “infrastrutture e investimenti”, perché è solo così “che si può recuperare una parte della caduta del PIL di questi anni”. Peccato che si tratti proprio di quel disegno che era contenuto già nella newsletter del 9 gennaio 2014 e che annunciava misure, poi mai realizzate, volte a rilanciare settori industriali strategici per l’Italia o settori emergenti (manifattura, ristorazione, turismo, cultura, lavori verdi, ICT, welfare).

 

Ambiguo poi il riferimento di Renzi al bisogno di “educare le singole comunità” e il PD “a dire che le forme innovative di lavoro devono essere valorizzate e trovate attraverso un coinvolgimento popolare che riparta dal basso”, andando “di casa in casa, di periferia in periferia”. Per Renzi “ripartire da questo significa rimettere al centro un modello di partecipazione”. La domanda sorge spontanea: quale? Perché i modi per realizzare partecipazione esisterebbero. Per esempio confrontandosi con i corpi intermedi o sfruttando le piattaforme tecnologiche per la consultazione dei propri elettori. Mentre infatti Renzi stava ancora smaltendo la sconfitta del 4 dicembre dovuta alla scelta di personalizzare la questione referendaria (e che per altro prevedeva l’accentramento di competenze in materia di politiche attive del lavoro), la CGIL partiva proprio dalle periferie con la sua campagna per il referendum sul lavoro e presentava la sua Carta dei Diritti. Il Movimento 5 Stelle invece completava con una consultazione on-line il suo programma sul lavoro. Quale idea distintiva reste quindi ora nelle mani dell'(ex?) teorico della disintermediazione?

 

In fin dei conti, quello che emerge dal discorso di ieri è un Renzi che, consapevole della centralità dell’argomento, cerca di ridefinire la sua identità politica parlando di lavoro. Il che ora significa inseguire gli altri sui loro luoghi, i loro significati, i loro metodi. E nel farlo Renzi sembra mettere tra parentesi elementi caratterizzanti di un sé stesso che non gli è pienamente riuscito, come il Jobs Act e la disintermediazione spinta. Quel Renzi nuovo che è già vecchio, e che intralcia la difficile ricerca di un’altra nuova identità.

 

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@FranzNespoli

 

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