14 ottobre 2019

Reddito di Cittadinanza: vizi e virtù di una scommessa comunicativa*

Francesco Nespoli


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Bollettino ADAPT 14 ottobre 2019, n. 36

 

Gli effetti del Reddito di cittadinanza meriterebbero un’analisi approfondita non solo sul piano del mercato del lavoro e dell’economia, ma anche su quello del consenso elettorale. E infatti difficile non intravedere un nesso tra la percezione pubblica della misura bandiera dei Cinquestelle e il complessivo del Movimento nei sondaggi. Basti pensare che a Gennaio un sondaggio di Pagnoncelli stimava che il 25% degli elettori del M5S fosse contrario al Reddito di Cittadinanza. Secondo invece un sondaggio EMG Acqua presentato il 10 ottobre ad Agorà, su Raitre, la percentuale di elettori Cinquestelle che non adotterebbe la misura nella prossima Legge di Bilancio è del 42%.

 

A questa tendenza possono aver contribuito alcune imprudenze comunicative che, al confronto con le dimensioni effettive della misura, inducono a intravedere un effetto boomerang.

 

Agli albori delle riflessioni del Movimento 5 Stelle sulla misura, la platea interessata era di 9 milioni di persone. Una cifra non certo campata per aria se si pensa che, stando alla stima Istat più recente,  è proprio di 9 milioni il numero delle persone in stato di povertà relativa. Ma questa platea è andata riducendosi progressivamente nelle stime, a seguito degli stanziamenti ottenuti dai pentastellati. Non i 17 miliardi che sarebbero serviti, ma i 7,2 miliardi riservati dal cosiddetto Decretone e quindi una stima fissa per la platea a 5 milioni di individui. La relazione tecnica al testo dello stesso decreto parlava però di una platea di 1,650 milioni di poveri. Quanto alla copertura effettiva, l’ultimo report Inps stima un numero totale di 2.228.423 beneficiari. Il nucleo più caldo dei delusi potrebbe essere rappresentato da quelle 409.644 famiglie che ritenevano di aver diritto al sussidio, ma che si sono viste respinta la domanda.

 

 

Se si osservano invece gli importi, la memoria deve andare alle cifre di 780 euro a persona e 1300 euro a famiglia per “chi non ha nulla”, come assicurato da Di Maio a settembre 2018. Ma la cifra che i cittadini si sono visti accreditare è stata il più delle volte, e prevedibilmente, diversa. Il 21% delle famiglie, sempre secondo l’Inps, “riceve importi che sono inferiori o pari a 200 euro al mese. Il 46,8% del campione dei beneficiari riceve tra i 400 e gli 800 euro al mese. […] L’importo medio complessivo è di 481 euro per famiglia (considerando sia il reddito che la pensione di cittadinanza)”.

 

Il reddito di cittadinanza può inoltre avere scontentato non solo gli elettori che si riconoscevano nel profilo di un potenziale beneficiario, ma anche quegli elettori preoccupati dal carattere assistenzialista della misura, i quali avrebbero dovuto essere rassicurati dalla seconda delle due teste del RdC, quella delle politiche attive. Non solo l’esercito dei navigator è stato infatti dimezzato rispetto alle 6000 assunzioni promesse, ma queste assunzioni sono partite con notevole ritardo. La “seconda fase” del RdC, figlia appunto di una sfasatura mai pronosticata dal Governo, è iniziata solo il 2 settembre, con le prime convocazioni ai beneficiari da parte dei centri per l’impiego.

 

Quello del reddito di cittadinanza può quindi facilmente essere descritto come un caso di sproporzione tra promessa elettorale e misura reale. La lista dei fratelli minori è lunga. Sempre sul piano del reddito si pensi agli 80 Euro di Renzi e a quei lavoratori che avevano dovuto restituire il beneficio per “colpa” degli straordinari. Per stare invece al Movimento 5 Stelle, si pensi all’ultimatum lanciato da Di Maio alla Whirlpool per intimarla a retrocedere dalla chiusura dell’impianto di Napoli, ultimatum ad oggi rimasto senza effetti. Oppure alla lunga gestazione del decreto riders, prima promessa di Di Maio da Ministro del Lavoro, che ha infine generato lo scontento di molti rappresentanti di quella categoria. Tra i fratelli maggiori invece è da annoverare il Jobs Act con il quale il Governo di Matteo Renzi aveva inoltrato la promessa di un nuovo protagonismo del lavoro stabile (scommettendo anche sulla ripresa economica poi sfumata). Il tutto con le politiche attive ai primissimi e sperimentali passi dell’assegno di ricollocazione.

 

Nel frangente attuale c’è però un apparente paradosso rappresentato dai risultati della recente indagine svolta da Demos & Pi. Il clima d’opinione sui temi economici e sul lavoro negli ultimi mesi fa registrare un calo delle preoccupazioni e “l’incertezza verso il futuro negli ultimi due anni si è ridotta sensibilmente”. Cala la percentuale di chi ritiene che l’unica speranza per i giovani di fare carriera sia andare all’estero, di chi dice che è inutile fare progetti per sé e per la famiglia data l’incertezza, e anche di chi crede che la tecnologia distrugga più lavoro di quanto ne crei.

 

Come possono convivere la rapida disillusione elettorale con il miglioramento di indici che potremmo chiamare di “resilienza autopercepita” dalla popolazione? La soluzione può essere semplice e sta nella divergenza di percezione tra le diverse classi sociali. Sempre secondo l’indagine Demos, si dice soddisfatto delle opportunità di trovare lavoro il 47% degli appartenenti a una classe sociale medio-alta, ma questa percentuale è quasi dimezzata (24%) tra coloro che appartengono a una classe medio-bassa. D’altronde 7 italiani su 10, con una concentrazione maggiore nel Mezzogiorno, pensano che le disuguaglianze siano aumentate.

 

In sintesi, se al Reddito di Cittadinanza si può attribuire il merito in generale ascrivibile al Movimento Cinquestelle, ossia quello di aver riconosciuto chiaramente il perimetro del suo elettorato potenziale, la misura mostra anche il rovescio della medaglia, ossia la proporzionalità tra l’altezza delle aspettative generate e la  profondità potenziale della delusione. E più la molla è carica, meno forza serve a far scatterà il meccanismo dello scontento. Una dinamica tanto più grave per le fasce sociali degli esclusi, perché rischia di acuire il divario tra rassegnati e intraprendenti, compromettendo la sostenibilità dello sviluppo economico, dei sistemi di welfare e, in ultimo, della coesione sociale.

 

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@Franznespoli

 

*una versione di questo articolo è pubblicata anche su La Nuvola del Lavoro – Corriere Della Sera, 11 ottobre 2019

 




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