27 febbraio 2015

Quali sono i nuovi rischi emergenti sui luoghi di lavoro in Europa? Ce lo anticipa l’EU-Osha!

Elena Busiol, Marta Costantini, Serena Santagata


L’EU-OSHA ha recentemente pubblicato i primi risultati emersi dalla seconda indagine (ESENER 2 – Second European Survey of Enterprises on New and Emerging Risks) riguardante i rischi nuovi ed emergenti sui luoghi di lavoro, la quale ha coinvolto un campione di circa 50 mila imprese di diversi settori, pubblici e privati, dislocate nei Paesi membri dell’Unione europea. L’indagine proseguirà fino al 2016 ed è incentrata su diverse aree di ricerca, sebbene l’attenzione sia stata rivolta in particolar modo al fenomeno dei rischi psico-sociali, ovvero i rischi riconducibili a stress lavoro-correlato, molestie e violenza sui luoghi di lavoro. Tra i punti esaminati rientrano l’approccio aziendale nei confronti della gestione della salute e sicurezza sul lavoro, la percezione dei rischi psico-sociali, le problematiche e gli ostacoli incontrati dalle aziende su questi aspetti e per finire, la partecipazione e il coinvolgimento dei lavoratori nell’attuare le misure di prevenzione e protezione.

 

Dall’indagine è emerso innanzitutto come i luoghi di lavoro siano ambienti in continua evoluzione a causa dei cambiamenti delle condizioni economiche e sociali e come da tali mutamenti scaturiscano nuove sfide, anche in tema di sicurezza e salute dei lavoratori, che richiedono interventi mirati, spesso mancanti. A titolo esemplificativo, l’invecchiamento della popolazione, e quindi della forza lavoro, la difficoltà nella comprensione della lingua parlata sul posto di lavoro da parte degli stranieri e la crescita del settore dei servizi sono alcuni dei cambiamenti da prendere in considerazione secondo la ricerca in questione. Ad essi si accompagna inoltre l’insorgenza sempre più massiccia di alcuni fattori di rischio di natura psico-sociale come il contatto con i clienti difficili, la gestione del proprio tempo e della pressione psicologica, su cui si tornerà.

 

Analizzando i pilastri della ricerca, pensando all’implementazione del sistema di salute e sicurezza in azienda, in generale, i fattori di rischio ritenuti più problematici da parte delle aziende intervistate risultano le relazioni con clienti, studenti o pazienti difficili (58%), seguiti dal mantenimento di posizioni stancanti o dolorose, compreso lo stare seduti per lunghi periodi (56%) e da movimenti ripetitivi di mani e braccia (52%). Con percentuali minori, ma non certo di minor rilievo, non vengono sottovalutati poi il rischio di incidenti causati dall’impiego di macchine e utensili manuali, la movimentazione di carichi pesanti, il rischio di infortuni mentre si è alla guida dei veicoli e la pressione psicologica dettata dai ritmi incalzanti di lavoro.

 

 

Focalizzando l’attenzione sui fattori di rischio psico-sociali, soprattutto i rapporti difficili con clienti, studenti o pazienti sono percepiti impegnativi e problematici da gestire. Nonostante questo, nel 20% delle imprese europee si registra la mancanza di informazioni e strumenti adeguati per affrontarli efficacemente. Difatti, solo il 55% delle aziende che impiegano 20 o più lavoratori riferiscono di aver messo a punto una procedura per fronteggiare eventuali casi di minacce o aggressioni da parte di clienti o altri soggetti esterni. La percentuale sale tuttavia al 72% per gli istituti di istruzione, salute e assistenza sociale, il che è naturale visto che il contatto e le relazioni con il pubblico sono connaturati all’attività stessa. Per questo tipo di problematiche generalmente si interpellano medici (68%), specialisti in salute e sicurezza (63%) o esperti in prevenzione degli infortuni (52%), mentre solo il 16% delle aziende campionate si rivolge ad uno psicologo del lavoro, sebbene possa essere considerata la figura professionale più adeguata per il rischio stress e tutti i rischi psicosociali che possono interessare un luogo di lavoro.

 

Per ciò che concerne il terzo punto, il rispetto dell’obbligo di valutazione del rischio, il 76% delle aziende dichiara di aver regolarmente adempiuto a quanto prevede la legislazione in materia. In particolare, l’Italia (assieme alla Slovenia) risulta essere al primo posto, in quanto nel 94% circa delle imprese viene svolta – almeno ‘formalmente’- con regolarità la valutazione dei rischi. Interessanti appaiono anche i dati relativi alle aziende in cui la valutazione dei rischi viene effettuata direttamente da personale interno: Danimarca (76%), Regno Unito (68%) e Svezia (66%). Le percentuali più basse si registrano invece in Slovenia (7%), Croazia (9%) e Spagna (11%). Anche in Italia solo poco più del 10% delle valutazioni è condotto da staff interni, facendo così lievitare i costi e comportando un minore coinvolgimento del personale.

 

Passando alle ragioni che spingono le aziende ad adeguarsi alle prescrizioni normative circa la valutazione dei rischi, tra le stesse spicca innanzitutto il fatto che si tratta di un obbligo giuridico (secondo l’85% delle aziende campionate). A seguire, la necessità di rispondere alle aspettative di dipendenti e dei loro rappresentanti, l’opportunità di evitare le sanzioni, il voler mantenere una buona reputazione dell’azienda e da ultimo il perseguimento della produttività. È evidente dunque come sia ancora lontana dal mondo aziendale l’idea che il miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro comporta benefici non solo per i lavoratori ma per le aziende stesse e la società. Quello che ancora deve affermarsi è, ad ogni buon conto, il concetto di tutela come investimento e non come costo. Appare ancora poco radicato difatti il concetto che investire nella sicurezza, oltre a ridurre notevolmente i costi che seguono ad eventuali infortuni o malattie, rende l’ambiente di lavoro più produttivo perché si va ad incidere direttamente sul benessere dei dipendenti.

 

Sotto il profilo della partecipazione dei lavoratori alla gestione della salute e sicurezza, la ricerca mette in luce che il 63% delle aziende considerate li coinvolge direttamente nella progettazione e nella implementazione di misure preventive e di sensibilizzazione. Ancora, il rappresentante dei lavoratori per la salute e sicurezza sul lavoro è coinvolto attivamente nel 58% delle aziende, con punta massima nel settore dell’istruzione, sanità e assistenza sociale (67%).

 

 

In definitiva, la ricerca dell’EU-Osha mette in risalto l’importanza del dialogo e del confronto tra tutti i soggetti coinvolti nel radicamento della cultura della prevenzione in azienda, sollecitando al contempo lo sviluppo della sensibilità sul tema dei rischi psico-sociali. A tal fine il rapporto suggerisce di puntare sulla costruzione di una mentalità condivisa a livello europeo che individui nel benessere psico-fisico e nella qualità della vita dei lavoratori un requisito fondamentale per lo sviluppo economico e sociale dei Paesi stessi.

 

Elena Busiol

ADAPT Junior Fellow

@elena_busiol

 

Marta Costantini

ADAPT Junior Fellow

@marta_costantin

 

Serena Santagata

Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

@Serena_Santa

 

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