Presidente del Pd, Matteo Orfini: «La delega sul Jobs Act va rivista, ma alla fine del confronto non ci sarà libertà di coscienza»

Tommaso Ciriaco (La Repubblica, 23 settembre 2014)


ll Jobs act, così com’è, non va. «È necessario modificare il testo della delega». Eppure il Presidente del Pd Matteo Orfini resta molto critico con la minoranza dem – «nel voto non può esserci libertà di coscienza» – e con i sindacati: «Hanno fallito».

 

Napolitano chiede di innovare. Un assist al governo?

 

«Mai strumentalizzare le parole del Presidente. Ciò detto, è condivisibile che il governo intervenga di fronte al disastro del precariato».

 

Renzi parla di «cambiamento violento» e attaccala minoranza dem. Una strategia controproducente?

 

«Se sto agli obiettivi enunciati, sono gli stessi per tutto il Pd. Lavoriamo per risolvere il dramma di milioni di persone senza tutele, frutto di politiche sbagliate. Anche a sinistra».

 

E il Jobs act va in questa direzione?

 

«Il testo della delega non è sufficiente. Occorre esplicitare il disboscamento delle 40 forme contrattuali per i precari, riducendole a due: una a tempo determinato e una indeterminato a tutele crescenti. E ancora, correzioni per evitare torsioni autoritarie nei posti di lavoro».

 

A proposito, bisogna toccare anche l`articolo 18?

 

«Su questo punto la delega è ambigua, bisogna dettagliarla. Possiamo discutere sulla progressività per il raggiungimento delle piene tutele-per un periodo di anni-ma il reintegro peri licenziamenti senza giusta causa deve essere mantenuto. Ha ragione Poletti quando sostiene che non si tocca il reintegro peri licenziamenti discriminatori: ma chi ti licenzia per discriminarti non dice che lo fa per quella ragione…»

 

Renzi non sta esagerando nei confronti del sindacato?

 

«Se milioni di precari non si sentono rappresentati, non è colpa mia o di Renzi: il sindacato dovrebbe rappresentare tutto il mondo del lavoro e non solo una parte, altrimenti è il fallimento della sua funzione storica».

 

È vero che non sarà possibile appellarsi alla libertà di coscienza sulla riforma? 

 

«È sempre stato così. Questa è politica, non certo un tema di coscienza. Abbiamo il dovere di trovare una sintesi dopo una discussione comune. Questo comporta che anche Renzi ascolti. La discussione è iniziata molto male, con scomuniche reciproche. Meglio abbassare I toni e cercare un accordo».

 

E gli emendamenti della minoranza dem sul Jobs act?

 

«Abbiamo una direzione il prossimo 29 settembre sul Jobs act. Riterrei opportuno e serio attendere quella discussione prima di assumere iniziative parlamentari di corrente».

 

Ipotesi referendum tra gli iscritti. Cosa ne pensa?

 

«E un’idea molto curiosa. Siamo eletti per fornire soluzioni. Dobbiamo trovare una sintesi, non dare il via libera a un derby tra iscritti. Altrimenti non siamo un gruppo dirigente».

 

Sui social la sfottono: “Ora Orfini è ultra renziano…”.

 

«È una sciocchezza. Lo dimostra il fatto che ho detto a Renzi che il Jobs act così non è accettabile. Per me il congresso è finito il 9 dicembre: semplicemente, non sono pregiudizialmente ostile a Renzi. Lavoro per unire il Pd, non per unire la minoranza Pd».  I precari non si sentono rappresentati, il sindacato rifletta sul fallimento della sua funzione.

 

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