4 febbraio 2019

Pregiudizi che perdurano: il “caso” dell’istruzione professionale nell’ultimo report AlmaLaurea e AlmaDiploma

Matteo Colombo


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
Per iscriverti al Bollettino ADAPT clicca qui
Per entrare nella Scuola di ADAPT e nel progetto Fabbrica dei talenti scrivi a: selezione@adapt.it

Bollettino ADAPT 4 febbraio 2019, n. 5

 

È stato recentemente pubblicato il “Rapporto 2019 sulla condizione occupazionale e formativa dei diplomati”, curato dal consorzio AlmaLaurea e AlmaDiploma. Il rapporto è stato realizzato intervistando 85 mila ragazzi diplomati nel 2015 e nel 2017, quindi ad uno e a tre anni dal conseguimento del diploma, con l’obiettivo di scoprire il loro stato occupazionale e formativo, ma anche indagare i perché dietro le loro scelte.

 

Il primo dato significativo che emerge dal Rapporto è l’alta percentuale di giovani insoddisfatti del loro percorso d’istruzione secondario superiore: il 38,7% dei diplomati in un istituto professionale ad un anno dal diploma dichiara che è pentito della scelta della scuola superiore, percentuale che scende al 29% dei tecnici e al 21,3% per i licei. Non ci è dato sapere il perché di questo malcontento, anche se è possibile immaginare che i giovani non abbiano trovato nel percorso di studi qualcosa di appagante per sé e per la propria carriera. Si possono quindi ipotizzare due cause: prima di tutto, un orientamento non efficace in uscita dai percorsi secondari inferiori, il quale indirizza, magari in base alla media dei voti, i più bravi al liceo, quelli un po’ meno bravi all’istituto tecnico, e quelli con più difficoltà (in classe) al professionale. Una seconda causa, collegata alla prima, può essere la dubbia qualità formativa dei percorsi svolti. Ma anche in questo caso, è probabile che sia all’opera un pregiudizio che vede, a priori, nella formazione teorico-istituzionale il paradigma formativo per eccellenza, e nelle scuole (tecniche e ancor più professionali) che si avvicinano al mondo del lavoro, una formazione diluita e tutta schiacciata su saperi pratici e operativi. Proseguendo nella lettura del rapporto, emergerà anche in altri casi l’azione congiunta di questi due pregiudizi.

 

Consideriamo ora l’attività dei diplomati a un anno dal diploma: il 51,1% frequenta un corso di laurea, il 19,8% è occupato, e il 15,7% frequenta l’università lavorando. A tre anni dal diploma, la percentuale di universitari scende al 46,6%, quella degli occupati sale al 24,6%, e quella di chi frequenta l’università e lavora al 20,4%. Un dato significativo: il 17% dei diplomati liceali che non hanno proseguito la propria formazione non hanno superato un test ingresso in una facoltà a numero chiuso e hanno quindi optato per il lavoro. La percentuale di giovani che frequentano l’università è in diminuzione, mentre aumenta quella di coloro che, durante gli studi, lavorano per mantenersi. In generale, ciò che emerge è una difficile conciliabilità tra studio e lavoro: il primo è percepito come un utile strumento per avere impieghi migliori, ma ad un prezzo non sempre sostenibile. Anche in questo caso, s’intravede l’idea di un rapporto “di non ritorno” tra istruzione (in questo caso, accademica) e lavoro: mondi distanti, che parlano lingue diverse. Il 29,3% dei diplomati che non ha proseguito la propria formazione ha addotto come giustificazione la difficoltà a conciliare scuola e lavoro. Basti pensare che nell’ordinamento italiano esiste uno strumento, quello dell’apprendistato di alta formazione e ricerca, finalizzato ad integrare organicamente studio e lavoro, a beneficio di entrambi i poli della relazione: esso è però limitato, e i numeri parlano chiaro, a una manciata di buone pratiche sparse su tutto il territorio nazionale.

 

Ricollegandoci invece ai pregiudizi sopra richiamati, impressiona il peso del voto di diploma nella scelta del proprio futuro: considerando gli occupati ad un anno dal titolo, coloro che ha ottenuto un voto medio basso sono il 25,3%, mentre quelli con voto alto il 14,7%: più di dieci punti percentuali di differenza. La forbice si allarga a tre anni dal diploma: il 31,6% con voto medio basso, il 18,3% con voto alto. Non solo il voto del diploma: anche il contesto socio-culturale della famiglia di provenienza è determinante per la scelta di proseguire gli studi con l’università: considerando i diplomati nel 2017, gli appartenenti a contesti economicamente più favoriti rappresenta l’81,6%, contro il 52% di iscritti proveniente da famiglie meno favorite. Questo vero e proprio divario (culturale e sociale) non sembra colmarsi se consideriamo coloro che, ad un anno dall’iscrizione all’università, sono pentiti della loro scelta: gli abbandoni coinvolgono il 3,7% dei diplomati liceali, l’11% dei diplomati tecnici, e il 22,2% dei diplomati professionali. Non sono dati scontati: la scuola è stata, per anni, uno strumento fondamentale e necessario per lo sviluppo culturale ed economico, in quanto fattore determinante di mobilità sociale. Ad oggi, la situazione sembra più quella di una palude, con scuole evidentemente di serie A e altre di serie B, con il prevalere dell’istruzione liceale come il paradigma dell’istruzione tout court. Le altre, sono sempre un po’ “di meno”. Questi antichi pregiudizi (si parla di “liceizzazione” almeno dalla riforma Gentile del 1923) sembrano oggi più efficaci che mai, nonostante un mondo del lavoro e una società in costante cambiamento, e che richiederebbero un ripensamento anche degli stessi sistemi formativi.

 

Dal rapporto in analisi emerge un dato utile per scardinare i pregiudizi che stiamo descrivendo: quello sull’alternanza scuola-lavoro. Ora scomparsa, sostituita con i “Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”, l’alternanza rappresenta prima di tutto un metodo pedagogico capace di tenere assieme, integrandoli, teoria e pratica, scuola e lavoro, in un rapporto che non è di banale accostamento tra mondi diversi, ma di vera (almeno nelle migliori esperienze) contaminazione reciproca. L’alternanza ha, in questo senso, come scopo la formazione integrale della persona, condizione, a sua volta, per una piena occupabilità. Un dato notevole è che chi ha svolto percorsi d’alternanza ha il 40,6% di probabilità in più di lavorare, mentre il 33% degli occupati lavora presso l’azienda presso la quale ha svolto il proprio percorso d’alternanza.

 

Questi dati non vanno letti piegando di conseguenza l’alternanza tutta sul lato del suo valore occupazionale, quanto piuttosto per la capacità, insita in questo metodo, di far dialogare e mettere assieme mondi ancora oggi pensati come distinti e alternativi, creando ponti che favoriscono anche l’occupabilità delle persone. Non solo. Il lavoro, e di conseguenza la formazione professionale in quanto ad esso più vicina, gode ancora oggi di una svalutazione per la quale è opportuno che i giovani (benestanti e “cognitivamente” bravi) ne stiano alla larga il più possibile: i dati del rapporto ci dicono che i ragazzi bravi a scuola e provenienti da famiglie economicamente benestanti proseguono gli studi e frequentano l’università, mentre chi ha avuto più difficoltà nei percorsi tradizionali “deve” invece andar a lavorare. Come se certi lavori, spesso quelli più pratici o manuali, fossero un “di meno” rispetto ad altri, anche sotto il profilo formativo. La mobilità sociale, la piena realizzazione dei giovani, la loro formazione integrale e una piena occupabilità sono raggiungibile in primis valorizzando i talenti di ognuno, già a partire dalla scuola secondaria, attraverso un orientamento efficace e non basato unicamente sul voto come criterio di scelta.

 

Ma questo è possibile solo se si ridà al lavoro, all’impresa, alla formazione professionale il valore che meritano: quello di essere una dimensione strutturale e fondamentale dell’essere umano, della persona adulta, per la sua piena realizzazione nell’organizzazione sociale ed economica nella quale vive. Valorizzare la formazione vuole dire anche aiutare i giovani a compiere scelte libere dai pregiudizi e corrispondenti ai loro interessi e talenti, immaginando allo stesso tempo strumenti (quali, ad esempio, l’apprendistato) capaci di sostenerli in queste scelte, mostrando il valore formativo del lavoro e scardinando pregiudizi ormai secolari.

 

Matteo Colombo

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@colombo_mat

 




PinIt