27 ottobre 2015

Lezioni di Employability/44 – “Post fata resurgo”. Il lavoro che salva

Fabjola Kodra, Vittoria Ludergnani, Enrico Miccolis, Isabella Santimone, Francesca Scarabelli, Ilaria Settanni, Luana Zangaro


Sui banchi di scuola, ci è stato raccontato il mito della Fenice, uccello mitologico in grado di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Non era facile comprendere, in quegli anni, il significato di una storia dal senso tanto profondo quanto enigmatico.

 

Eppure, durante un pomeriggio di metà ottobre, durante una visita “speciale” organizzata all’interno di un corso universitario di Diritto del lavoro, quel significato si è svelato ai nostri occhi con una chiarezza inconsueta.

 

Abbiamo visitato un luogo, simile ad una qualsiasi azienda italiana. Laboratori di pasticceria e cioccolateria, magazzini pieni di biciclette sportive, turni ed organizzazione produttiva. Coinvolti nei processi lavorativi, abbiamo visto uomini dinamici, entusiasti del lavoro che svolgono, a stretto contatto con coordinatori professionisti pronti a mostrare loro il lavoro. Una scena come tante altre, pur nella sua profonda diversità.

 

I luoghi di questa scena non appartenevano ad una azienda ma ad una casa di reclusione. La città che abbiamo visitato è Padova. I lavoratori sono tutti detenuti.

 

Nella struttura reclusiva “Due Palazzi”, un consorzio di Cooperative sociali, l’Officina Giotto gestisce il lavoro dei detenuti. Dopo un primo periodo d’inserimento, forma e assume regolarmente i detenuti. Dal 1986 la Cooperativa ha l’obiettivo di introdurre al mondo del lavoro e di reintegrare nella società i carcerati.

Si è stimato che la recidiva in Italia, mediamente del 90%, in questo caso scenda al 15%.

La rieducazione, necessaria nel nostro ordinamento come prescritto dall’articolo 27 della Costituzione, ha un ruolo fondamentale in questo sistema. Il precetto costituzionale, in quelle mura e osservando i gesti e i visi degli uomini che lavorano, ha cessato di essere un semplice insieme di parole e promesse. Parlando con i detenuti abbiamo percepito facilmente quanto i crimini commessi siano stati interiorizzati e metabolizzati e quanto differente sia la visione del presente e del futuro che hanno ricavato da questa esperienza.

 

Si è abituati a intendere il lavoro come un mezzo di sostentamento, necessario per vivere, per nutrire il corpo, per sostenere la famiglia, per i bisogni materiali e fisici.

Per questi uomini il lavoro è molto, molto di più. Rappresenta la più nobile strada per riscattare se stessi, è un pane per lo spirito, per la mente e per il cuore. Il lavoro per loro è una opportunità di riscatto, un assaggio di libertà in un contesto di reclusione, una luce che dà valore al presente e arricchisce la visione del futuro.

 

Attraverso l’attività professionale quotidiana, i detenuti possono imparare un mestiere, che probabilmente sarà il loro anche quando finiranno di scontare la loro pena. Possono così concepire una vita senza deriva, possono aiutare le loro famiglie e i loro figli, possono arginare gli errori compiuti senza che essi si protraggano nel tempo. È un riscatto, una seconda possibilità e una seconda vita.

 

Cosa rende davvero così potente il lavoro, da riuscire a trasformare una vita, un progetto e i comportamenti dell’uomo? Questa domanda ha invaso le nostre menti, nelle ore successive a questo incontro speciale. Poi piano, mentre continuavamo a immergerci nelle loro vite e nelle loro condizioni, si è reso evidente il senso di quello che abbiamo visto. Tre parole ci resteranno dentro, per sempre, ed il loro significato vale tanto per noi studenti in questi anni di costruzione individuale: Possibilità, Coraggio e Insegnamento.

Il lavoro regala all’uomo, che sia libero o detenuto, una reale possibilità: di creazione, di partecipazione, di presenza, di attenzione, di responsabilità, di crescita. Attraverso il lavoro è possibile creare non solo cose, oggetti, relazioni, guadagno ma soprattutto persone, idee, valori ed energia. Questo vale per i detenuti ma anche per noi, che stiamo costruendo la nostra vita e che spesso dimentichiamo che l’unico modo per cercare la nostra strada è cogliere le opportunità che ci vengono offerte, dando a noi stessi l’opportunità per crescere.

 

Il lavoro è anche coraggio, di iniziare, di provare, di rischiare, di rialzarsi dopo una caduta e di ammettere l’errore. Il coraggio necessario ad un uomo che ha sbagliato è tanto, poiché non vi è percorso più difficile che perdonare se stessi, imparare ad amarsi nonostante le proprie limitatezze, credere nelle proprie forze. Lo stesso coraggio serve anche a noi studenti, per prendere in mano la nostra vita e darle la forma che desideriamo che abbia, che ci rappresenti e ci valorizzi, affinché lo sconforto e la rassegnazione non abitino mai il nostro spirito.

 

La terza parola, insegnamento, in sé racchiude il senso di questa giornata. Ogni uomo è in grado di essere Maestro per un altro. I nostri maestri sono stati proprio i detenuti, che ci hanno insegnato tutte queste parole con i gesti e la testimonianza diretta. Un maestro non è un uomo perfetto, ma un uomo che dalle sue imperfezioni tira fuori il meglio per dare un esempio.

 

Sui muri del carcere abbiamo letto due frasi che raccolgono il valore di questo esempio.

Se questi ragazzi avessero avuto un amico pronto a prendersi amorevole cura di loro, non sarebbero finiti qui in questi luoghi di pena” e “Dall’amore non si fugge”.

Un amore, quello verso l’altro, verso la vita, verso il lavoro, verso l’allievo, verso il collega, verso il fratello, verso se stessi che è l’unico strumento per riprendere in mano la propria matita e per disegnare il proprio presente.

 

Fabjola Kodra @FabiolaKodra, Vittoria Ludergnani @ViLudergnani

Enrico Miccolis @InterEnrico16, Isabella Santimone @IsaSantimone,

Francesca Scarabelli @FrancescaScara, Ilaria Settanni @IlariaSettanni,

Luana Zangaro @Luana_Zangaro

Studenti #DirLav2015, II anno in Economia aziendale,

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

 

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