13 ottobre 2014

Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Il lavoro divide le due sinistre

Giuliano Cazzola


«La mattina del 2 dicembre c’era un vento gelido che tagliava la faccia. Una di quelle giornate di tramontana e di luce limpida che non sono rare negli inverni romani. Duecentomila lavoratori, disoccupati, giovani parteciparono alla manifestazione. Una prova di forza pacifica e democratica. Alcune provocazioni degli autonomi furono controllate senza difficoltà e tutto si svolse senza incidenti. In piazza S. Giovanni parlammo io, per la Flm, e Carniti, per le confederazioni. I metalmeccanici avevano vinto un’altra sfida. I primi a riconoscerlo furono coloro che non avevano nascosto perplessità o dissensi. Napolitano mi telefonò a casa a notte fonda per complimentarsi per il successo. Il giorno dopo “l’Unità” titolava: “Una forza operaia immensa”».

 

Così scriveva l’ex segretario generale della Fiom Pio Galli, a pag. 176 del suo libro di memorie Da una parte sola. Si riferiva alla manifestazione del 2 dicembre del 1977, promossa dalla Flm, l’allora federazione unitaria dei metalmeccanici, praticamente contro le politiche di risanamento del governo di solidarietà nazionale, fortemente voluto e sostenuto dal Pci. Il giorno dopo, al di là del titolo apparso sull’Unità, sulla prima pagina della Repubblica, compariva una indimenticabile vignetta molto più veritiera di Giorgio Forattini, dove veniva rappresentato il leader del Pci, Enrico Berlinguer, pettinato ed impomatato, con addosso un’elegante vestaglia ed un foulard di seta al collo, intento a versarsi un tè, che osserva, con stupore, la finestra chiusa da cui provenivano i rumori dei cortei. Ma allora tutto era intessuto di maggiore diplomazia.

 

Galli ricordava le “perplessità o dissensi” che avevano preceduto ed accompagnato la “sfida” dei metalmeccanici e subito – con eleganza – si riferiva alla telefonata notturna di Giorgio Napolitano – allora numero 2 del partito e il più convinto sostenitore della linea politica della solidarietà nazionale (ce ne siamo accorti anche nei suoi più recenti atti da presidente della Repubblica) – che si complimentava per il successo della manifestazione che, seppure a denti stretti, il Pci di allora non poteva ignorare. Non risulta che la sera del 25 ottobre scorso, Matteo Renzi abbia fatto un’analoga telefonata a Susanna Camusso, reduce dalla kermesse di Piazza San Giovanni. E il giorno dopo, alla Leopolda, il segretario-premier ha ribadito – con toni fermi – il suo dissenso contro quel modo di “essere di sinistra”.

 

Nel lontano 1977 tra la sinistra politica e quella sindacale esisteva una divergenza tattica nei confronti di una particolare fase politica e dei “Sacrifici” che essa richiedeva, ma al fondo esisteva un’unità strategica intorno a dei valori condivisi. Adesso, le questioni del Jobs Act Poletti 2.0 e del disegno di legge di stabilità sono soltanto dei casus belli, quasi dei pretesti, per una “sfida” a sinistra che, da latente, è divenuta aperta; perché a dividere il popolo che si riconosce nella Cgil e quello che si è ritrovato alla Leopolda ci sono ormai un differente sistema di valori e una diversa visione del presente e del futuro. A separare i “due mondi” della gauche non vi sono soltanto le parole che i leader hanno pronunciato dalla tribuna: Susanna Camusso che snocciola tutto l’armamentario di una tradizione ammuffita, fino all’evocazione salvifica (quasi un atto di fede) dello sciopero generale; Matteo Renzi che colpisce al cuore il “credo” degli avversari affermando che l’istanza del posto di lavoro fisso appartiene al passato.

 

Al di là dei rispettivi “imbarazzi”, sono le reazioni di quanti hanno partecipato ai due eventi a fare impressione: i manifestanti di sabato che criticano il premier con i medesimi epiteti ingiuriosi un tempo rivolti a Silvio Berlusconi; la platea della Leopolda che scatta in piedi ad ogni stoccata con cui il loro capo infilza la Cgil. Del resto, cogliere le criticità di quella che fu un tempo la “casa comune della sinistra” è come sparare sulla Croce rossa. Patetico il tentativo di rispondere alle considerazioni di Renzi (il quale aveva accusato il sindacato di insensibilità nei confronti dei precari) invitando alcuni giovani sul palco di Piazza San Giovanni ad esporre il loro difficile inserimento nel mercato del lavoro. Conoscendo la leader della Cgil come persona di esperienza, cultura ed intelligenza, dobbiamo confessare che una scivolata strumentale siffatta non ce la saremmo aspettata.

 

Se è sciocco, infatti, pretendere che sia soltanto il sindacato ad impedire quei cambiamenti nel modo di organizzare il lavoro e di lavorare quando tutto il resto è mutato profondamente (nell’ambito della globalizzazione dell’economia), è altrettanto sciocco (e un po’ disonesto) attribuire alle leggi (che, come tutti gli atti umani, possono essere sempre sbagliate e perfettibili) di aver creato loro quelle realtà che, invece, hanno cercato solo di regolare. I rapporti atipici, protagonisti della flessibilità del lavoro, non sono in vigore solo in Italia, ma in tutta Europa e più in generale nel mondo sviluppato; e rappresentano il tentativo di dare risposte concrete a situazioni lavorative non più riconducibili a quel contratto a tempo indeterminato che era stato al centro del sistema tolemaico del lavoro, caratterizzato da mercati protetti, tariffe doganali, svalutazioni competitive, forte presenza deficitaria dello Stato nell’economia … e libertà di licenziamento.

 

Non era un caso che l’articolo 2118 del codice civile – quello che disciplinava il licenziamento ad nutum, sottoposto soltanto l’obbligo del preavviso nei termini previsti – si applicasse segnatamente al contratto di lavoro a tempo indeterminato il quale non creava problemi di alcun tipo proprio perché il recesso era libero. Davvero, Susanna Camusso pensa che quei rapporti di lavoro flessibili che hanno invaso ovunque la legislazione giuslavoristica (persino nei Paesi in cui è soltanto risarcitoria la tutela contro il licenziamento ingiustificato) siano il frutto di una ventata liberistica, che, alla stregua di un virus maligno, ha soggiogato i Parlamenti dei più importanti Paesi industrializzati, forti di tradizioni di estesa protezione sociale e di sistemi di welfare pesanti e meticolosi? Crede davvero che sarebbe bastato non varare, nel loro insieme, quelle leggi “bastarde” e vivere felici e stabili, assistiti dal sindacato, dall’articolo 18 e da quant’altro era di conforto al nostro piccolo mondo antico?

 

A Susanna Camusso e alla Cgil ricordiamo quanto scriveva Marco Biagi nel Libro Bianco del 2001: «I mutamenti che intervengono nell’organizzazione del lavoro e la crescente spinta verso una valorizzazione delle capacità dell’individuo stanno trasformando il rapporto di lavoro. Ciò induce a sperimentate nuove forme di regolazione, rendendo possibili assetti regolatori effettivamente conformi agli interessi del singolo lavoratore ed alle specifiche aspettative in lui riposte dal datore di lavoro, nel contesto d’un adeguato controllo sociale». Ma la sinistra – incapace di garantire un minimo di “controllo sociale” adeguato – non rinuncia a presentare delle soluzioni illusorie, tutte incentrate sul contrasto delle “norme maledette” della più recente legislazione del lavoro. Ed è un modo di mentire ai giovani, perché sono stati proprio quei provvedimenti a consentire – prima della crisi e in corrispondenza di incrementi modesti del Pil – otto anni di crescita ininterrotta dell’occupazione, i cui esiti non sono stati del tutto cancellati, nonostante i salassi degli ultimi tempi.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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