26 ottobre 2015

Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Pensioni: la resurrezione dei trattamenti di anzianità

Giuliano Cazzola


La pensione di anzianità è morta! Viva la pensione di anzianità! È proprio il caso di avvalersi dell’invocazione che accompagna la morte di un sovrano (e con la quale, contemporaneamente, si rende omaggio al suo successore dinastico) per commentare l’exploit dei trattamenti anticipati nei primi nove mesi dell’anno in corso. Ma come – potrebbe domandare un quidam de populo orientato dai talk show televisivi – la perfida Fornero non aveva abolito la prestazione pensionistica, rappresentativa della società industriale e dell’organizzazione tayloristica del lavoro, custodita e difesa con accanimento per decenni dalla sinistra politica e sindacale?

 

Evidentemente no, ad osservare i dati (riguardanti i settori del lavoro dipendente privato, autonomo e parasubordinato e rilevati al 2 ottobre), del Monitoraggio INPS dei flussi di pensionamento (riferiti alle pensioni decorrenti nel 2014 e nei primi tre trimestri del 2015). In sostanza, la pensione di anzianità non è stata “superata”; ha solo cambiato nome.

 

Oggi si chiama pensione di vecchiaia anticipata ed è condizionata dai seguenti requisiti che altro non sono se non il coerente proseguimento di quelli vigenti prima della riforma Monti-Fornero: nell’anno 2015 il requisito contributivo richiesto, a prescindere dall’età anagrafica, è pari a 42 anni + 6 mesi per i lavoratori pubblici, privati ed autonomi, mentre è di 41 + 6 mesi per le lavoratrici. Prima del compimento del 62esimo anno è prevista una modesta penalizzazione economica (peraltro praticamente sospesa fino a tutto il 2017). È bene ricordare che il requisito contributivo include, abolendoli, i 12 mesi (18 per gli autonomi e per gli iscritti alla gestione separata) della c.d. finestra mobile e conferma l’adeguamento periodico alla attesa di vita, come previsto in ambedue i casi dalla legge n.122 del 2010.

 

Ben poco di nuovo sotto il sole, allora; eccezion fatta per la soppressione del marchingegno delle quote (età + anzianità) che rimangono solo per le fattispecie previste dei lavori usuranti. Ma il regime delle quote (come canale alternativo a quello basato unicamente sull’anzianità contributiva) rappresentava davvero una “uscita di sicurezza” efficace ed effettiva, tanto che la sua soppressione ha determinato conseguenze di “macelleria sociale”? Si direbbe di no a stare a quanto scrive l’INPS a commento della battuta di arresto dei pensionamenti di anzianità negli anni precedenti, fino alla loro ripartenza nel 2015: «In particolare – è scritto nel Monitoraggio – coloro i quali nel 2011 non sono riusciti ad agganciare il requisito delle quote anche in presenza di anzianità elevata (inferiore comunque a 40 anni), poiché con un’età inferiore al requisito minimo richiesto (60 anni per i dipendenti – 61 per gli autonomi), hanno cominciato quest’anno a raggiungere in misura consistente i 42 anni e 6 mesi di anzianità del trattamento anticipato».

 

Ad accrescere il numero dei trattamenti anticipati hanno concorso significativamente i soggetti beneficiari delle salvaguardie pro esodati. Si è trattato di 45 mila pensioni (su di un totale di 83 mila già liquidate) decorrenti nel 2014 e nei primi nove mesi del 2015.

Di questi trattamenti, nell’anno in corso, quelli anticipati sono il 72% nel caso dei lavoratori dipendenti (FPLD), mentre per gli autonomi si suddividono pressoché a metà tra vecchiaia e anzianità. Passando sinteticamente all’esame delle statistiche dei primi nove mesi dell’anno in corso (mettendo tra parentesi i dati relativi al 2014) si può notare che le pensioni di anzianità/anticipate, nel complesso delle gestioni considerate (FPLD, Gestioni dei lavoratori autonomi e dei parasubordinati) sono state 109.796 (84.840) per un importo medio di 1.900 euro lordi mensili (1.763) a fronte di 104.851 assegni di vecchiaia (152.115) per un importo mensile medio di 626 euro (602). Nel caso del FPLD (l’architrave del sistema pensionistico obbligatorio dove sono iscritti i lavoratori dipendenti privati) si è trattato di 73.408 pensioni di anzianità/anticipata (57.213) per un importo medio mensile loro di 2.115 euro (1.976), a fronte di 28.621 assegni di vecchiaia (44.327) per un importo medio di 1.134 euro (1.011). Nell’insieme delle gestioni degli autonomi sono state erogate 36.388 pensioni anticipate (26.627) per un importo medio di 1.467 euro (1.322), a fronte di 41.420 trattamenti di vecchiaia (58.702) per un importo mensile medio di 468 euro (469).

 

Come emerge in tutta evidenza, nelle due tipologie considerate, l’anzianità, nel 2015, sopravanza la vecchiaia (non era stato così l’anno precedente) e conferma importi ben più elevati. La spiegazione sta nel fatto che le pensioni anticipate/anzianità, come scrive l’Istituto, «vengono liquidate ad individui con carriere più complete e quindi principalmente ad uomini residenti al Nord». Interessante è notare l’età media alla decorrenza (che è poi l’indicatore dell’età effettiva del pensionamento).

 

Limitandosi soltanto al FPLD, le pensioni decorrenti nei primi 9 mesi del 2015 sono state liquidate a persone con età media pari a 65,3 anni per la vecchiaia (64,9 nel 2014) e a 59,8 anni (59,7) per l’anzianità/anticipata. Un’ultima osservazione significativa. Abbiamo parlato prima del valore medio mensile di una pensione di anzianità/anticipata. Andando ad esaminare le classi di importo vien fatto di notare che ben 52 mila assegni su 73 mila liquidati nei primi nove mesi dell’anno sono di importo superiore a 1,5 mila euro mensili. Mentre circa 40 mila delle pensioni suddette sono state erogate a persone comprese tra 55 e 59 anni. Alla fine, chi ha detto che la riforma Fornero è il “male assoluto”?

 

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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