Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Pensioni d’oro: che fare?

a cura di Giuliano Cazzola


Salvo modifiche nella lettura della Camera, il testo del disegno di legge di stabilità per il 2014, approvato dal Senato, ha reintrodotto il contributo di solidarietà sulle c.d. pensioni d’oro (sfidando così una nuova sanzione da parte della Consulta). Si parte da un tetto di 90.168 euro lordi l’anno (corrispondenti a 6.936 euro lordi al mese) e per la durata di un triennio.

 

La scansione è la seguente: un primo taglio del 6% per la parte di pensione compresa tra 14 e 20 volte il minimo (da 90.168 a 128.811); un secondo del 12% per la parte eccedente 20 volte in minimo fino a 30 volte (da 128.811 a 193.216); un terzo del 18% sulle quote oltre 30 volte il minimo. Giustizia è fatta? Le “sanguisughe” (è il titolo di un saggio-gogna, fortunato quanto meno nelle vendite) sono state adeguatamente perseguite? Non si direbbe, visto che alla Camera vi sono gruppi di opposizione che si propongono di andare ancora più a fondo nell’azione di “esproprio proletario” degli effetti  perversi del calcolo retributivo.

 

È ben strano il mondo! Nel luglio del 2008, fresco di elezione a Montecitorio, pensai che fosse mio dovere mettere in rete un sapere pensionistico accumulato negli anni: presentai allora insieme ad altri colleghi un progetto di legge che conteneva, tra gli altri aspetti (invero più meritevoli di attenzione di quella che fu loro dedicata), anche l’estensione pro rata del calcolo contributivo a partire dal 2009 (come poi fece, dal 2012, la riforma Fornero). Successe il finimondo. associazioni, sindacati, siti online, singole persone si schierarono violentemente a difesa del retributivo, coprendomi di insulti. Tanto che, strada facendo, si precipitò a ritirare la firma un numero di colleghi pari a due terzi di quelli che avevano sottoscritto all’inizio. Per farla ancora più sporca i critici del mio progetto non si presero la briga di spiegare il significato del criterio del pro rata (e cioè che il nuovo sistema di calcolo si sarebbe applicato solo alla futura anzianità contributiva), ma mi accusarono di voler ricalcolare con il metodo contributivo anche le anzianità pregresse sottoposte a quello retributivo. Che poi è esattamente ciò che si vorrebbe fare oggi con le pensioni più elevate.

 

Tornando al tema, l’intervento sulle pensioni d’oro riguarda alcune decine di migliaia di trattamenti e determina un’entrata di un centinaio di milioni per ora parcheggiati nel fondo di solidarietà istituito nella legge di stabilità del 2013 per i c.d. esodati. Come sempre, però, non sono i grandi privilegi a fare “massa critica”, ma quelli piccoli; per la semplice ragione che questi ultimi sono infinitamente più numerosi dei primi. Un recente studio di Fabrizio e Stefano Patriarca (una sintesi è stata pubblicata su LaVoce.info) dimostra che i veri protagonisti dello “sbilanciamento” tra pensioni contributive e retributive sono i trattamenti di anzianità.

 

Considerando le pensioni di anzianità maturate (in media a 58,5 anni di età) da 486 mila lavoratori dipendenti privati tra il 2008 e il 2012, per un importo medio di quasi 2 mila euro lordi mensili, la spesa per questa platea è stata di 12 miliardi di euro. La parte non giustificata da contributi versati è in media pari al 28% e si concentra prevalentemente (in quota del 37% dei pensionati) nelle fasce con più di 2500 euro mensili, che accumulano il 63% dello squilibrio complessivo. Lo studio, pertanto, calcola che sui 12 miliardi di spesa circa 3,5 miliardi siano “non giustificati” dai versamenti contributivi. Lo squilibrio diminuisce nel caso di pensionamento di vecchiaia (al 15% medio) per effetto della più ridotta attesa di vita. Aggiungendo anche le pensioni di anzianità (2008-2012) dei dipendenti pubblici, (il cui squilibrio tra calcolo contributivo e retributivo è valutato in 2,5 miliardi) la parte “non giustificata” sale nell’insieme a 6 miliardi.

 

Il bello però deve ancora venire. Più aumenta l’importo dell’assegno (oltre i 44 mila ero l’anno) più si riduce – si veda il grafico – la parte “non giustificata”, perché sul valore dell’assegno opera la modulazione al ribasso dei trattamenti (da 2% a 0,90%), fino a ridursi al 5% per pensioni intorno ai 12 mila euro lordi mensili. Il che sta a significare che la mia proposta (ne ho scritto sul n. 6 di politically(in)correct) di rimodulare ulteriormente i rendimenti delle quote di retribuzione a cui si applica il retributivo, sarebbe assai efficace, oltre che equa, per affrontare la questione delle pensioni più elevate.

 

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Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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