13 aprile 2015

Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – L’età effettiva del pensionamento dimostra l’inopportunità di cambiare la legge Fornero  

Giuliano Cazzola


Il tema delle pensioni ritorna sempre alla ribalta del dibattito politico. Il Ministro Giuliano Poletti non perde occasione per ribadire che è sua intenzione rivisitare la riforma Monti-Fornero del 2011, per quanto riguarda l’età pensionabile le cui regole sono considerate troppo elevate e rigide.

 

Addirittura, quando il Governo ha lasciato intendere di poter mettere a disposizione un “tesoretto” di 1,6 miliardi (ricavato da un decimale di Pil “liberato” mediante l’uso flessibile del deficit) una forza di opposizione, la Lega, si è affrettata a sostenere che tutte le risorse disponibili dovrebbero andare a favore dei c.d. esodati, dimenticando, non solo, che, a questi soggetti, sono stati già erogati circa 70mila trattamenti a fronte di 109mila casi certificati e di 170mila salvaguardati, per una spesa a regime di una dozzina di miliardi, ma facendo anche “orecchie da mercante” rispetto al fatto che – a detta del Ministro – le disponibilità stanziate nel corso di ben 6 interventi sono risultate superiori al fabbisogno, determinando così significativi risparmi.

 

In un quadro precario ed incerto di finanza pubblica non è il caso di andare attorno al delicato settore delle pensioni, incrementandone la spesa, nel momento in cui il sistema pensionistico pare essere tornato sotto controllo. Prima della crisi l’incidenza della spesa sul Pil era di circa il 14%. Adesso siamo al 16,3%. Senza la riforma del 2011 saremmo al livello (insostenibile) del 18%. E grazie alla nuova legge l’incidenza della spesa sul Pil scenderà al 13,9% nel 2060. Ciò significa che migliorerà di quasi un punto mentre quella media dell’Eurozona aumenterà di due punti (di 1,5 punti quella dell’Unione).

 

Ma davvero è stato devastante l’effetto della riforma Fornero (e delle misure adottate in precedenza) sulla possibilità delle persone di far valere il loro diritto alla quiescenza? Sono significativi, in proposito, i dati dei principali settori privati dell’Inps riguardanti l’età effettiva media alla decorrenza della pensione nel periodo tra il 2009 e i primi due mesi del 2015.

 

C’è una differenza sostanziale (più o meno è così in tutti i sistemi in ogni parte del mondo) tra l’età legale e quella effettiva. La seconda è sempre più bassa della prima, soprattutto se si rimane nel campo delle medie. I sistemi pensionistici cambiano lentamente e soprattutto, sono attraversati da tante “uscite di sicurezza” che consentono di derogare pure alle regole più severe.

 

Nell’arco temporale considerato sono andati in pensione oltre 1.503.000 lavoratori (di cui 745mila di anzianità o di vecchiaia anticipata e 758mila di vecchiaia). Le nuove regole hanno determinato un incremento importante dell’età media di vecchiaia mentre, come vedremo, hanno interessato di soli 9 mesi (da 59 a 59,9 che sale ad un anno se si includono anche i primi due mesi del 2015) l’età del pensionamento anticipato, che in prevalenza viene utilizzato dagli uomini, i quali sono, in generale, in grado di far valere il requisito contributivo (ora intorno a 42 anni) ad un’età attorno ai 60 anni. In questa circostanza, dal 2010 al 2014, ben 194mila lavoratrici hanno potuto conseguire il trattamento anticipato.

 

È interessante osservare il trend dell’età effettiva di pensionamento, nel periodo considerato, nei principali settori privati e per le diverse tipologie di trattamento: il dato cumulato di vecchiaia e anzianità/vecchiaia anticipata; i dati distinti e la ripartizione per sesso.

 

L’incremento più importante dell’età effettiva alla decorrenza è – come anticipato – quello concernente le pensioni di vecchiaia, in larga misura dipendente dall’equiparazione (con gradualità accelerata) del requisito anagrafico delle donne a quello degli uomini (con l’aggiunta dell’aggancio automatico all’attesa di vita). Infatti, il dato cumulato di uomini e donne, dal 2009 ai primi due mesi del 2015, aumenta nel complesso di 3,3 anni, da 62,5 a 65,8 (3,4 anni per i lavoratori dipendenti al pari di quelli autonomi, mentre diminuisce leggermente nelle contabilità separate). Diverso il caso della anzianità/vecchiaia anticipata: l’incremento è solo di un anno (da 59 a 60 anni). L’età media alla decorrenza per la vecchiaia e l’anzianità nel periodo considerato cresce solo di 7 mesi, da 61,2 a 61,9.

 

Le statistiche di genere aiutano a comprendere gli effetti delle riforme: nel periodo considerato, con riferimento a tutte le gestioni, l’età effettiva di vecchiaia degli uomini aumenta solo di 8 mesi, mentre quella delle donne di 3 anni, quella cumulata di 3,3 anni. Diverso l’andamento dell’età effettiva media per le pensioni d’anzianità/vecchiaia anticipate: l’incremento è di 1,2 anni per gli uomini, 1,4 per le donne; 1 anno il dato complessivo.

 

In sostanza, il ricorso al pensionamento anticipato diminuisce nei numeri, ma non ha visto una sostanziale elevazione del requisito anagrafico che rimane più o meno al livello precedente le riforme più recenti. Se si rivedesse al ribasso l’età pensionabile questa tendenza diventerebbe ancora più frequente. Va tenuto presente, inoltre, che la legge di stabilità 2015 ha manomesso, fino a tutto il 2017, la modesta penalizzazione economica a carico di chi andava in quiescenza anticipata prima dei 62 anni. Non è che il disincentivo rappresentasse un forte deterrente, ma il suo venir meno alimenterà il proposito di avvalersi di quell’opzione. Ad abbassare l’età media contribuiranno le coorti dei c.d. esodati che si avvarranno, man mano, delle norme di salvaguardia parametrate alle regole previgenti la legge del 2011.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

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