2 febbraio 2015

Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Lavoro: “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole”. Ma attenti al contagio greco

Giuliano Cazzola


Due più due non fa ancora quattro, ma forse comincerà a dare tre come somma. Dalle statistiche ufficiali, di solito tanto severe da far pensare a propensioni masochistiche, arrivano primi segnali positivi per quanto riguarda il lavoro. A dicembre è diminuito (dello 0,4%) il tasso di disoccupazione mentre sono aumentati gli occupati (di 93mila unità rispetto a novembre) e nello stesso tempo sono molti di più gli italiani che cercano lavoro: un dato, questo, che non significa granché; ma segnala che un maggior numero di persone pensa di poter trovare un’occupazione. Anche la disoccupazione giovanile (il nostro principale cruccio, anche perché resta comunque al 42%) diminuisce di un punto. Per parlare di svolta (come ha fatto il premier) occorrerebbero dati più stabili. Se, infatti, i trend di dicembre fossero valutati su base annua ci accorgeremmo, con le parole dell’Istat, che “le condizioni del mercato del lavoro rimangono difficili”.

 

È importante, tuttavia, aver chiuso l’anno con statistiche incoraggianti, se è vero che sono in arrivo novità sul versante dell’economia. Secondo l’autorevole Centro studi della Confindustria (CSC), il 2015 si annuncia come l’anno dello “spartiacque”, perché dovrebbe terminare la lunga crisi e tornare positive le variazioni del Pil e dell’occupazione con andamenti che probabilmente si riveleranno migliori delle previsioni correnti, “persino di quelle più recenti”. A determinare la svolta a lungo attesa sono essenzialmente dei fattori esterni (la ripresa del commercio mondiale, il crollo del prezzo del petrolio, il valore di cambio dell’euro) che influiranno positivamente sulle esportazioni, il clou del nostro sistema produttivo. Quanto al mercato interno si guarda con fiducia alle chance determinate dai nuovi criteri di flessibilità dei bilanci e dalle misure della BCE sul Quantitative Easing. Tra i fattori positivi c’è anche, per il nostro Paese, il drastico ridimensionamento dei tassi di interesse sui titoli di recente e nuova emissione.

 

Bisognerà pur ammettere, allora, che le politiche condotte fino ad oggi, all’interno della UE, non solo non erano sbagliate, ma sono state le sole che – se ne saremo capaci – consentiranno all’Italia di afferrare il ciclo della ripresa. Un posto di riguardo va riservato alle politiche del lavoro (lo ha riconosciuto anche il Governatore Ignazio Visco), a partire dalla riforma del contratto a termine, mediante l’eliminazione della causale nell’ambito dei 36 mesi consentiti e con la possibilità di avvalersi di ben 5 proroghe. Del Jobs act Poletti 2.0 sono in corso le procedure per i decreti attuativi. Va da sé che l’unico provvedimento in grado di orientare positivamente la ripresa, anche dell’occupazione, è quello riguardante l’istituzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti (il provvedimento sui nuovi ammortizzatori sociali è soltanto una miscellanea di sperimentazioni). Forte è l’interesse che le nuove norme sul recesso stanno suscitando nel mondo dell’impresa e negli investitori esteri. Se il testo dello schema diramato non subirà – come ci auguriamo – delle modifiche sostanziali, è doveroso riconoscere che vi saranno dei cambiamenti consistenti per quanto riguarda sia il licenziamento economico che quello disciplinare. Al contratto di nuovo conio (con tutele più sostenibili in tema di licenziamenti) si accompagna, poi, un regime di robusti incentivi che, in pratica, consentirà alle imprese di accollare allo Stato la retribuzione di un intero anno (sui tre previsti), per gli assunti nel 2015. Il bonus di 8 mila euro all’anno, erogato da ora a tutto il 2017, determinerà un ammontare complessivo di 24mila euro, ampiamente in grado di “coprire”, al lordo, la retribuzione di un’annualità. Insomma, “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole”.

 

Certo, non siamo all’alba radiosa di Austerlitz, ma nemmeno al tramonto insanguinato di Waterloo. Forse si sottovaluta, tuttavia, una novità importante, intervenuta nelle ultime settimane: la vittoria di Syriza in Grecia. Abituati a considerare “razionale” ciò che è “reale” non ci prendiamo la briga di analizzare (a tavolino e senza conoscere a fondo quella situazione) i motivi che hanno determinato un risultato peraltro largamente previsto. Ci interessa, invece, guardare avanti, andando direttamente alla domanda che, in queste ore, si stanno ponendo le Cancellerie europee. Quale linea di condotta deve tenere l’Unione nei confronti della Grecia governata da Syriza? Guai a fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Le parole volano; e di parole il “ragazzotto” greco ne ha dette tante. Ma sono i fatti ad avere la testa dura. Così, se il nuovo Governo ellenico conferma di non voler uscire dal club della moneta unica e di non voler rinunciare agli aiuti dei Paesi della Ue (siamo ormai prossimi ai 200 miliardi), qualche compromesso dovrà pur accettarlo, ammesso e non concesso che gli venga proposto. Qui, in effetti, sta il punto. È l’Europa a tenere il coltello dalla parte del manico, non Tsipras. La definizione migliore del premier di Atene l’ha fornita un uomo politico greco paragonandolo ad un persona che si reca in banca, imbottito di tritolo, e minaccia di farsi esplodere se non gli concedono un prestito senza sottoporsi ad interessi e fornire garanzie. Lo si deve accontentare o abbandonarlo al suo destino?

 

Il programma di Syriza è ridicolo: più spesa pubblica e meno tasse. E, secondo il premier greco, toccherebbe all’Europa, in nome di un vago principio di solidarietà, assicurare alla popolazione quelle tutele che Tsipras considera irrinunciabili, garantendo alla Grecia il medesimo trattamento, per quanto riguarda il debito pubblico, che fu riservato alla Germania nel dopoguerra. Ma questo Paese, allora, usciva distrutto dal secondo conflitto mondiale; la sua ricostruzione corrispondeva ad una precisa esigenza strategica del mondo occidentale in risposta a quella “cortina di ferro” che, come ebbe a dire Winston Churchill, stava calando sull’Europa, dividendola poi per decenni, in due zone contrapposte. La Grecia, in questi anni, ha pagato il fio, certamente, delle menzogne dei suoi governanti sul versante dell’equilibrio dei conti pubblici, ma anche delle condizioni che consentivano alla popolazione di vivere di gran lunga al di sopra delle proprie possibilità.

 

L’economia greca si basava sulla spesa pubblica, su di un sistema di welfare generoso e sull’impiego nella pubblica amministrazione (un milione di unità pari al 22% degli occupati). Il settore privato, rachitico, prosperava nell’evasione. Ogni famiglia poteva contare su di un posto fisso nell’amministrazione o su di una pensione. Oggi si dice e si scrive che il successo di Syriza è colpa di Angela Merkel, che ha temporeggiato nel destinare al salvataggio della Grecia le risorse necessarie, centellinando, invece, gli aiuti ed imponendo le dure regole della trojka. Ma, di grazia, la Cancelliera non è alla guida di un Paese democratico che sceglie il proprio leader con il voto? E, come tale, non è tenuta a fare i conti con un’opinione pubblica che magari non è disposta a fare sacrifici a favore di dipendenti statali greci, sicuri del loro posto di lavoro e pronti ad andare in pensione il più presto possibile? È questa la solidarietà che si pretende dall’Unione europea: io lavoro e pago, mentre tu assisti, crogiolato al sole del Mediterraneo? In questi anni, nessuno si è chiesto perché Atene fosse costretta a fare tagli e sacrifici. Tutti lì, a compiangere i greci, impoveriti, perseguitati dal rigore, costretti ad assumere impegni e a rispettarli per ottenere i prestiti (ingenti) indispensabili per tirare avanti. Poi, alla fine, arriva un partito che vince le elezioni dicendo a tutti che non si sente vincolato dagli impegni sottoscritti dai Governi precedenti e che mette a carico degli altri gli standard di vita a cui, a suo avviso, hanno diritto i suoi concittadini. Lo abbiamo premesso: attendiamo i fatti. Ma se Tsipras dovesse tener fede a quanto annunciato in campagna elettorale, l’Unione europea ha davanti a sé una sola strada da percorrere: mandarlo a quel Paese. Occorre evitare, al pari del diffondersi di una perniciosa epidemia, l’effetto imitativo. Ci sembra già di sentir cantare in ogni angolo dell’Europa meridionale, Italia compresa: “E noi faremo come la Grecia, mai più rigore ci sarà…”. Occorre dimostrare invece che, al di fuori delle politiche concordate nella comunità, si resta al freddo, a battere i denti. Tanto più che ben presto, la crisi greca sembra destinata a prendere una piega politica ancor più pericolosa. Lo si comprende se si seguono le preoccupazioni emergenti negli ambienti Usa. L’Amministrazione americana osserva le vicende greche tenendo d’occhio gli sviluppi che esse possono determinare nel conflitto tra Russia e Ucraina, con il pericolo che la Grecia si trasformi in una Cuba del Mediterraneo al servizio di Vladimir Putin. Renzi ne tenga conto quando riceverà la visita del suo coetaneo ellenico. Non cada nella tentazione di usare la Grecia contro Angela Merkel. Nostra Signora di Berlino è vaccinata contro il contagio del morbo greco. Ecco, allora, che gli scenari futuri possono cambiare repentinamente ed incidere negativamente sulla ripresa economica.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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