7 settembre 2015

Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Jobs Act: uno Statuto dei lavoratori invertito

Giuliano Cazzola


In una delle Lettere morali a Lucilio, Lucio Anneo Seneca così scriveva: «Tutti i momenti che appartengono al passato si trovano in un medesimo spazio: si vedono su di uno stesso piano, giacciono gli uni insieme con gli altri, tutti cadono nel medesimo abisso. E d’altra parte lunghi intervalli non possono sussistere in una realtà (la vita, ndr) che è breve nel suo insieme». È profondamente vero. Chi scrive è ormai pronto a dire, come il vecchio Simeone, «nunc dimittis servum tuum, domine» e ad andare a «vedere l’erba dalla parte delle radici». Se cerco di guardarmi indietro, nel lungo migrare dei giorni che ho vissuto, gli eventi si presentano davanti alla mia memoria tutti in una volta, vanificando, così, gli intervalli temporali, di decenni, che li separano. Mi capita, allora, di stupirmi perché certi fatti, un tempo impensabili, ora avvengono, tutto sommato, con facilità.

 

La considerazione mi è suggerita dal Jobs Act che, con il varo degli ultimi decreti legislativi, conclude, almeno per quanto riguarda l’assetto normativo, il processo di revisione del diritto del lavoro contenuto, in termini di principi e di criteri generali, nella legge delega n. 183/2014 (il destino, forse con un pizzico di malizia, ha voluto che quel provvedimento fosse contrassegnato dal medesimo numero apposto al c.d. Collegato lavoro che costituì, nel 2010, il principale intervento, nella materia, da parte del Governo Berlusconi).

 

Quando penso ai tanti tabù – difesi ad oltranza da talune forze politiche, dai sindacati, dalla stragrande maggioranza dei giuslavoristi e da un’ampia giurisprudenza consolidata – che sono stati presi a pedate prima nella legge delega, poi dai decreti attuativi, non posso non ricordare il clima da guerra civile (purtroppo non incruenta, visto che il mio indimenticabile amico, Marco Biagi, pagò con la vita il tentativo di modernizzare il diritto del lavoro) dei primi anni di questo secolo, con Sergio Cofferati che dal palco, capelli al vento, arringava centinaia di migliaia di lavoratori convocati a Roma per respingere delle piccole e sperimentali modifiche dell’articolo 18 dello Statuto, che, se messe a confronto con la disciplina del contratto a tutele crescenti, apparirebbero innocenti scherzi tra collegiali.

 

Se è presto per tirare delle somme minimamente consolidate sugli effetti del Jobs Act (i quali camminano necessariamente sul tapis roulant dell’economia e sono sottoposti alla “doccia scozzese” delle rilevazioni dell’Istat), è possibile, invece, cimentarsi con una considerazione di carattere politico. Si direbbe che il premier Renzi e il suo staff (il Ministro del lavoro ha fatto da comparsa, spesso sbagliando anche l’entrata in scena) abbiano voluto abbattere, uno dopo l’altro, tutti i santuari custoditi religiosamente dalla sinistra. Si potrebbe arrivare persino a sostenere che il pacchetto del Jobs Act è impregnato di ideologia. Anche il fermo proposito di de-ideologizzare può essere portato avanti in maniera ideologica, quando il cambiamento diventa fine a se stesso, a prescindere, talvolta, dai contenuti. È toccato dapprima alla liberalizzazione dei contratti a termine (che resta una forma di assunzione tuttora apprezzata dalle imprese nonostante gli oneri sociali di cui è caricata). Poi è stata la volta del superamento della c.d. tutela reale contro il licenziamento illegittimo. Nella nuova disciplina la reintegra nel posto di lavoro, da sanzione in precedenza normale, si trasforma in provvedimento eccezionale. Il giudice (il “giustiziere” nella cultura della sinistra) non ha più, inoltre, la possibilità di valutare – sul piano giuridico – la corretta proporzione tra la mancanza del lavoratore e la sanzione disciplinare, mentre – sul versante economico – non può stabilire, in maniera discrezionale, l’ammontare della indennità risarcitoria. E’ tenuto a compiere una semplice moltiplicazione tra il numero degli anni di servizio e quello delle mensilità di retribuzione (entro una soglia minima ed un tetto massimo) dovute, come penale, per ciascun anno. Si arriva persino (come premessa all’offerta di conciliazione di cui all’articolo 6 del d.lgs. n. 23/2015) ad auspicare, in una legge dello Stato, che il giudizio sia evitato (come se l’eventuale ricorso al giudice naturale fosse di per sé un comportamento non consigliabile). Viene radicalmente modificato, poi, l’art. 2103 del codice civile che imprigionava lo jus variandi del datore all’interno del vincolo dell’equivalenza delle mansioni da assegnare al lavoratore coinvolto in processi di mobilità interna. Ora, il demansionamento diventa possibile e normale ben oltre quanto aveva già consentito una giurisprudenza consolidata.

 

Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali è prevalente la spinta alla razionalizzazione rispetto a quella, pur significativa, dell’estensione a nuovi soggetti sociali. Per quanto riguarda la problematica dei controlli a distanza, la “sinistra del bel tempo che fu” ha, ancora una volta, sbagliato a scegliere il campo di battaglia. Si è impuntata sulla nuova disciplina difendendo, nella sostanza, l’impostazione contenuta nello Statuto dei lavoratori, ben sapendo che quella norma aveva permesso di considerare illegittimi dei licenziamenti di lavoratori sorpresi a rubare attraverso i circuiti di telecamere interne. Al cospetto di questa rovinosa “caduta degli dei”, viene da chiedersi come abbia potuto un esecutivo di ministri-ragazzini demolire la Palmira del diritto del lavoro. E soprattutto, come sia riuscito a farlo nell’impotenza di quegli avversari che, in un passato anche recente, avevano reagito con tanta “orgogliosa sicurezza”.

 

È colpa della crisi economica che ha indebolito i sindacati? È la prova del paradosso per cui solo la sinistra è in grado di attuare riforme di “destra”? Nulla di tutto questo. La realtà è che il Jobs Act, prima ancora di costituire una vittoria politica per il “giovane caudillo”, è il prodotto di un profondo mutamento culturale della società, che Renzi ha intuito. Per certi versi si tratta di un’operazione simmetricamente opposta a quella che, 45 anni or sono, portò al varo dello Statuto dei lavoratori: una legge che recepì e tradusse in norme giuridiche valori culturali allora dominanti, ma che oggi non lo sono più. In polemica con Massimo D’Alema, Matteo Renzi ha sostenuto che – se da presidente del Consiglio nel 1998, il lìder Maximo avesse seguito l’esempio di Tony Blair e di Gerard Schroeder, anziché arrendersi a Sergio Cofferati – il Jobs Act sarebbe in vigore da vent’anni. Con tale ammissione il presidente-segretario riconosce che avevano ragione quanti, già vent’anni or sono, sostenevano che il mercato del lavoro doveva diventare più flessibile.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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