27 aprile 2015

Politically (in)correct una rubrica ADAPT sul lavoro – Fca, Fiom e Cgil: la lezione della storia

Giuliano Cazzola


L’errore più grave che può compiere un leader è quello di non ammettere le sconfitte e di non trarre da esse le lezioni della storia. Nel conflitto, anche di natura personale, che ha contrapposto per anni, Sergio Marchionne a Maurizio Landini non c’è dubbio che, allo stato degli atti, il vincitore sia il primo.

 

La costituzione della Fca, a coronamento dell’acquisizione della Chrysler, si è dimostrata una valida operazione di carattere industriale che ha consentito una robusta internazionalizzazione del gruppo. Nello stesso tempo, nessuno può accusare Marchionne di non aver mantenuto gli impegni assunti con il nostro Paese, alla luce degli investimenti effettuati e dei risultati raggiunti. I nuovi prodotti hanno incontrato il favore del mercato, mentre il modello Fca di relazioni industriali sta dimostrando che ormai sono maturi i tempi di una svolta in grado di collegare i miglioramenti retributivi al raggiungimento, “partecipato” da parte dei lavoratori, degli obiettivi produttivi.

 

Dal canto suo, la Fiom rimugina in silenzio la sua sconfitta, rimane esclusa da questi processi, mentre il suo “conducator” passa il suo tempo ad attizzare il focherello della “Coalizione sociale”, senza essere in grado di renderlo “robustoso e forte”. Eppure non sono queste le tradizioni della Cgil.

 

A metà del secolo scorso, due eventi, tra loro concatenati, e verificatesi a poca distanza l’uno dall’altro, segnarono delle sconfitte pesanti, ma di cui la Cgil seppe tener conto per cambiare la propria strategia. Dapprima, nel 1954, venne stipulato, senza la firma della Cgil, l’accordo sul “conglobamento” retributivo, allo scopo di riordinare la struttura della retribuzione ed inquadrare nella “paga base” una serie di voci salariali che si erano venute accavallando nel tempo. Tale accordo fu molto importante per quanto riguardava l’evoluzione degli assetti negoziali, perché aprì la strada alla contrattazione di categoria dopo un’intera stagione di accordi interconfederali riguardanti pure aspetti salariali e normativi. Le confederazioni non vennero private del tutto della competenza in materia salariale che però fu limitata alla definizione dei rapporti differenziali tra le qualifiche (i c.d. parametri) e tra le 14 zone (in una logica decrescente da Nord a Sud) in cui venne diviso il territorio nazionale. I nuovi minimi furono determinati secondo tale criterio, raggruppando i vari comparti industriali in tre gruppi, i quali però furono ben presto superati dalla contrattazione di categoria che condusse ogni branca industriale ad avere le proprie tabelle, organizzate nel rispetto dei rapporti differenziali per qualifiche e per territorio, come stabilito nell’accordo del 1954. Basti pensare che questo processo consentì ai metalmeccanici, nel 1956, di rinnovare il contratto dopo una “vacanza” che durava dal 1948 (in pratica era ancora in vigore il vecchio accordo corporativo).

 

Al dunque, pur criticando aspramente l’intesa, la Cgil fu costretta ad accettarla, rivendicando a sé il merito dei miglioramenti ottenuti a livello dei contratti di categoria, attraverso la trasposizione dell’accordo.

 

Ma lo shock venne dalle elezioni della commissione interna alla Fiat nel 1955. I voti alla lista della Fiom-Cgil crollarono dal 65% al 36%; la Fim-Cisl salì dal 25% al 41%, la Uilm-Uil dal 10% al 23%. Fu Giuseppe Di Vittorio che, nella “storica” riunione del Comitato direttivo della Cgil del 26 aprile di quell’anno, condusse un’analisi coraggiosa e rigorosa, denunciando le intimidazioni, le rappresaglie e i licenziamenti che avevano annichilito la classe operaia (fin da 1952 la Cgil aveva rivendicato l’approvazione di uno Statuto dei lavoratori proprio in chiave antidiscriminatoria). Ma oltre a tali elementi – che pure pesavano – il leader della Cgil si interrogò sugli errori della Fiom e sul suo distacco dalla realtà delle fabbriche che stavano diventando sempre più moderne e caratterizzate da specificità non raccolte dalla contrattazione interconfederale e nazionale di categoria.

 

Val la pena di ricordare le sue parole, pronunciate sessant’anni or sono, ma di una modernità sconcertante, perché valide anche oggi: «Il progresso tecnico e la crescente concentrazione monopolistica dei mezzi di produzione, accentuano continuamente queste differenze, determinando condizioni di vita e di lavoro estremamente differenziate fra vari gruppi di operai anche in seno alla stessa azienda. Il fatto che la Cgil – proseguiva Di Vittorio – sottovalutando questo processo di differenziazione, abbia continuato negli ultimi anni a limitare la sua attività salariale quasi esclusivamente alle contrattazioni nazionali di categoria e generali, è stato un grave errore […] La situazione oggettiva ci obbliga – concludeva – a far centro della politica salariale la fabbrica, l’azienda». Allora, le parole avevano un peso.

 

L’ammettere ex cathedra di aver compiuto un “grave errore” (quando sarebbe stato molto più semplice e meno dirompente prendersela, al solito, con i padroni e magari anche con il governo, come fa Landini) fu uno shock per centinaia di quadri. Poi ci furono delle conseguenze anche ai vertici delle organizzazioni più esposte. Il segretario comunista Giovanni Roveda e quello “aggiunto”, il socialista Luigi Dalla Motta, persero il posto e furono sostituiti, rispettivamente, da Agostino Novella e da Vittorio Foa (in precedenza membri della segreteria confederale). Poco tempo dopo Novella sarà chiamato a sostituire Di Vittorio, morto a Lecco nel novembre del 1957, sulla breccia, come un vecchio soldato. Che i vertici della Fiom avessero dei problemi era evidente, che meritassero di essere sostituiti lo era ancora di più e che i sostituti fossero personalità di rango era indubbio. Gli effetti positivi del cambiamento si avvertirono ben presto. Ecco come andavano le cose, allora.

 

Oggi, Maurizio Landini è ancora al suo posto, nonostante la collezione di sconfitte e di brutte figure accumulate durante la sua discutibile direzione della più illustre federazione di categoria della Cgil.

“La Cgil viene da molto lontano – hanno scritto Umberto Romagnoli e Tiziano Treu, nel fondamentale saggio, I sindacati in Italia: storia di una strategia (1945-1976) per il Mulino – Ha, alle sue spalle, assiomi a cui le riesce difficile rinunciare e, di fronte, problemi che nemmeno immaginava. Aveva preconizzato l’inarrestabile corso della malattia incurabile del capitalismo ed invece rischia di esserne sopraffatta; aveva teorizzato e praticato il livellamento salariale, ma questo è risultato ugualmente troppo alto per impedire l’evasione contrattuale da parte delle piccole imprese e nel contempo troppo basso per contenerne lo slittamento mediante i c.d. superminimi; aveva teorizzato e praticato una politica che lo stesso Di Vittorio definiva “produttivistica”, senza per questo acquisire benemerenze sufficienti per sottrarsi alla mannaia padronale che l’avrebbe decapitata delle avanguardie operaie delle fabbriche”. Nello stesso saggio citato, gli autori, due tra i più grandi giuslavoristi italiani, citano le parole di un dirigente della Fiom (senza farne il nome) che sono molto significative della situazione di quegli anni. “Io ricordo – è la sua testimonianza – che quando si elaborava una piattaforma rivendicativa, temevamo che gli operai specializzati andassero a contrattare direttamente con le direzioni, scavalcando il sindacato”. La sconfitta alla Fiat avviò, dunque, un processo di revisione all’interno della Cgil (importante fu l’apporto dell’Ufficio studi confederale allora diretto da Bruno Trentin). Già nella riunione del Comitato direttivo dell’aprile del 1955 venne deciso che la situazione “richiedeva una politica sindacale a livello d’azienda, di gruppo o di settore”. La svolta – che incontrò parecchie resistenze – venne consolidata in occasione del Congresso del febbraio 1956. Nella relazione generale si ammetteva che «troppo spesso [.…] le nostre rivendicazioni di politica economica e salariali sono rimaste slegate, le une dalle altre, tanto che, in alcuni casi, le impostazioni economiche si ridussero a motivi di propaganda per l’esterno coprendo le nostre deficienze nella lotta aziendale».

 

La Cgil – per sua stessa ammissione – tra il 1954 e il 1958 perse un milione di iscritti. I risultati delle elezioni delle Commissioni interne segnarono la medesima linea di tendenza. Secondo i calcoli della stessa Cgil, le liste della confederazione passarono dal 68,3% del 1954 al 53,6% nel 1957 con una lieve risalita al 54,6% nel 1958. La Cisl dichiarò per sé un incremento nello stesso periodo dal 27,1% al 38,8% (poi sceso al 35,9% nel 1958 in seguito alla scissione subita dalla Cisl alla Fiat, ad opera del Sida, il sindacato dell’automobile, a lungo considerato “giallo” e antenato del Fismic). La Uil passò dal 3,5% a quasi l’8%.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus Novedrate

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