31 ottobre 2016

Politically (in)correct – Salvate il soldato Voucher

Giuliano Cazzola


Se si potessero processare le norme e gli istituti giuridici ci sarebbe, senza alcun dubbio, qualche solerte procura che indagherebbe sui voucher, con l’imputazione di associazione esterna nell’organizzazione del precariato. Poi, quando si fosse arrivati al processo, gli imputati sarebbero assolti quanto meno per insufficienza di prove. Persino l’Inps non è stato in grado di arrivare ad una condanna dei voucher, nonostante avesse commissionato un’ampia requisitoria ad un gruppo di esperti che hanno messo a soqquadro gli archivi, rivoltato in lungo e in largo le statistiche riguardanti il lavoro accessorio dal 2008 al 2015 (si veda il WorkINPS Paper, n. 2 del settembre 2016,  sui profili dei lavoratori e dei committenti), ma che, alla fine dei conti, dopo una settantina di pagine e di tabelle, hanno dovuto concludere, laconicamente, così: “In definitiva il “popolo dei voucher”, al netto dei pensionati, nella stragrande maggioranza non è tanto un popolo “precipitato”, nel girone infernale dei voucher, dall’Olimpo dei contratti stabili e a tempo pieno (Olimpo a cui spesso non è mai salito) ma un popolo che, quando è presente sul mercato del lavoro, si muove tra diversi contratti a termine o cerca di integrare i rapporti di lavoro a part time” E, in termini ancora più espliciti, il documento pone l’interrogativo-chiave: “E se li abolissimo?”. Ma si dà anche la risposta: “ciò che non può essere abolito è il problema sottostante: come si pagano le attività di breve durata (dato che è arduo pensare di abolirlo)”.

 

Proprio così. Si possono trattare i voucher come l’olio di palma, oppure polemizzare con la prassi dei “lavoretti” e lamentare che, nel giro di qualche anno, il numero di questa forma di pagamento  semplice e diretta, dal valore di 10 euro orari sia esploso, passando da poco più di 500mila nel 2008 ai 115 milioni del 2015 (per un totale, nell’arco temporale considerato, di 277 milioni per un importo complessivo di 2,8 miliardi di cui 1,15 miliardi nel 2015). Si può essere sensibili al “grido di dolore” di 1,4 milioni di lavoratori (suddivisi praticamente fiftyfifty tra maschi e femmine: di questi 120mila circa sono extracomunitari) che hanno ricevuto, nel 2015, voucher in cambio di prestazioni accessorie (quando nel 2008 erano stati solo 25mila). Ma alla fine si va a sbattere sempre lì, a quella domanda che deve ricevere una risposta appropriata: come si pagano le attività di breve durata? Con contratti a termine di pochi giorni? In passato lo si è fatto. Con il lavoro somministrato? In nero? Oppure con una forma contrattuale (il lavoro accessorio liberalizzato) e una modalità retributiva (i voucher, appunto) che hanno dimostrato di funzionare?

 

Del resto, a fare riferimento al benchmarking si scopre che anche in altri Paesi vengono adottate, in questi casi, forme di lavoro il più possibile flessibili. Certo, dal 2008 al 2015 il “popolo dei voucher” ha cambiato pelle. All’inizio erano in prevalenza anziani (con un’età media intorno ai 60 anni). Con il procedere del tempo e con il variare delle normative (quando si è andati ben oltre l’impiego nelle vendemmie) è cresciuto il numero dei giovani (i quali hanno percepito il 43% dei voucher nel 2015), mentre si è ridotto in percentuale quello degli over60 (8%) anche se in valori assoluti l’espansione dei voucher è proseguita pure per loro (oltre 100mila nello scorso anno). È aumentato anche il numero medio dei voucher riscossi (da 19,4 nel 2008 a 63,5 nel 2015). Si è allargata la platea degli utilizzatori, dal momento che i nuovi prestatori costituiscono, ogni anno, la maggioranza. Inoltre, se maggiore è il numero di voucher percepiti, ugualmente maggiore è la probabilità del lavoratore di essere re-impiegato anche nell’anno successivo. Il numero medio di voucher percepiti nel 2015 è corrisposto a 478 euro netti nell’arco di 12 mesi. Essendo il valore della mediana pari a 29 voucher riscossi, la metà dei prestatori di lavoro accessorio ha incassato in un anno 217 euro netti. Soltanto il 2,2% dei prestatori (circa 30mila) ha incassato, l’anno scorso, più di 330 voucher con un guadagno netto di 2.250 euro. Ciò significa che – come fa notare il paper – per l’84% dei prestatori non viene neppure raggiunto l’accredito minimo di un mese utile ai fini previdenziali della Gestione separata (pari a 168,44 euro corrispondenti a 130 voucher). Ma, come vedremo, un fenomeno  particolarmente complesso e in espansione rimane sostanzialmente nell’ambito del quadro normativo di riferimento, tanto da rendere  non credibile l’esistenza di un disegno così diffuso ed articolato di travestimento e simulazione di altri e più stabili rapporti di lavoro, come lascia intendere una troppo facile propaganda.

 

Per memoria, le leggi n. 92 (c.d. “Riforma Fornero” del mercato del lavoro) e n. 134 del 2012,  hanno apportato una radicale trasformazione della normativa, liberalizzando di fatto l’utilizzo dei buoni lavoro per quanto riguarda gli ambiti soggettivi e oggettivi. Era stato ridefinito, inoltre, il limite economico netto a 5mila euro l’anno (elevato a 7mila con il DLgs n.81/2015, in attuazione del jobs act) non  più ragguagliato ad ogni singolo committente, ma  in relazione alla pluralità dei committenti. Le prestazioni svolte a favore di imprenditori o professionisti non possono superare i 2mila euro annui, con riferimento a ciascun committente. Restano specificità per il settore agricolo in cui il lavoro accessorio è ammesso per aziende con volume d’affari superiore a 7mila euro solo specifiche figure di prestatori, le medesime delle prime mansioni ammesse al lavoro accessorio (pensionati e giovani con meno di venticinque anni di età, studenti) e solo per attività stagionali (es. vendemmia, raccolta delle olive). Per le aziende con volume d’affari non superiore a 7mila euro è consentita, invece, l’utilizzazione di qualsiasi soggetto in qualunque tipologia di lavoro agricolo (sia stagionale che non) purché non sia stato iscritto l’anno precedente negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli. In ragione delle specificità del settore agricolo, non trova applicazione il limite di 2mila euro previsto in relazione alle prestazioni rese a favore di imprenditori o professionisti. Norme più restrittive sono poi state introdotte, nel decreto correttivo del jobsact, per quanto riguarda l’attivazione dei voucher al fine di contrastare l’evasione e l’elusione che restano una preoccupazione diffusa, tanto che una maligna nota a piè di pagina del paper sottolinea il fatto che, nel corso del 2015, 23mila prestatori hanno incassato un solo voucher, lasciando intravedere, in tale situazione, un espediente per fornire una copertura a casi di lavoro sommerso.

 

Si tratta comunque di aspetti marginali se confrontati con la marea di dati contenuti nel rapporto. Cominciamo da un’analisi dei prestatori per numero di voucher riscossi. In numero di 439mila, lo scorso anno, hanno percepito non più di 2 voucher a giornata (per il 72% di questi il numero annuo è risultato inferiore o pari a 29 voucher, corrispondenti al valore mediano). Per 300mila si è trattato di un numero compreso tra 2 e 4, per 390mila tra 4 e 10. Solo per 250mila (il 18%) i voucher riscossi sono stati più di 10. Un dato anomalo, che mette in evidenza un uso dei voucher anche per prestazioni di buon livello professionale, è riferibile al caso dei 100mila prestatori che hanno riscosso più di 20 voucher a giornata. L’81% dei prestatori, nel 2015, hanno lavorato per un solo committente. Tale percentuale, tuttavia, scende al 53% tre i 50mila prestatori che hanno riscosso, sempre nel 2015, più di 266 voucher (corrispondenti alla fatidica soglia dei 2mila euro). Per quanto riguarda, invece, la condizione professionale-lavorativa dei prestatori di lavoro accessorio, ben 750mila sono lavoratori attivi o percettori di ammortizzatori sociali (sono, stabilmente dal 2013, il 50% circa del totale). I c.d. silenti (per costoro il voucher risulta la fonte esclusiva di reddito nell’anno considerato) sono 300mila con un’età media di 36,6 anni (in crescita di 3 anni rispetto al 2010) e sono ritenuti in prevalenza disoccupati di lunga durata o situazioni di rientro nel mercato del lavoro, tanto che è elevata la quota di “femminilizzazione”, come per i 200mila casi di persone prive di posizione previdenziale precedente. Il tasso di ripetizione (ovvero l’instaurazioni di ulteriori rapporti con i precedenti committenti) riguarda quasi la metà dei prestatori di cui è massima la quota di pensionati.

 

Un quarto dei soggetti sono lavoratori dipendenti che hanno un lavoro accessorio come secondo, modesto, reddito. Un 30% è transitato dal lavoro accessorio a lavoro dipendente a fronte di un 20% che ha compiuto il percorso in senso contrario. Passando all’analisi dei committenti troviamo conferma delle nostri tesi. Che il fenomeno sia in crescita è confermato anche dal numero delle società e delle persone fisiche  (816mila) che dal 2008 al 2015 si sono avvalse di prestazioni di lavoro accessorio (ben 473mila nel 2015 di cui poco meno della metà “esordienti”). Negli ultimi anni – dal 2013 al 2015 – i committenti sono raddoppiati, mentre i prestatori sono aumentati del 137% e i voucher riscossi del 142%. Ciononostante in ciascuno degli anni considerati, a partire dal 2008, la spesa per voucher dei committenti è stata in media inferiore ai 2mila euro, benché il numero medio sia salito da 154 a 186. Riconosciamolo: ci vorrebbe una regia diabolica, degna della Spectre, per realizzare un piano elusivo, ma molto conforme alle regole previste.

 

Le caratteristiche del fenomeno dei voucher  sono confermate anche dai trend del loro utilizzo da parte dei committenti. Il 65% li utilizza in maniera marginale; il 21% ne ha fatto un uso intensivo e selettivo (oltre 70 voucher pro capite); l’11% si è avvalso di molti prestatori pur retribuendoli in misura ridotta, mentre solo il 3% ne fa un utilizzo importante (più di 5 lavoratori) con un’erogazione di oltre 70 voucher. Il costo del lavoro delle persone retribuite con questo strumento di pagamento è comunque limitato (1,19% dell’ammontare del lavoro dipendente e di quello accessorio) anche se in crescita (era lo 0,75% nel 2011). Il settore degli alberghi e ristoranti costituisce il 40%  delle imprese che si avvalgono dei buoni lavoro con un costo relativo del 3,4%.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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