4 dicembre 2017

Politically (in)correct – Pensioni: a volte è l’uomo a mordere il cane

Giuliano Cazzola


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Nei canoni del giornalismo raccontare che un cane ha morso un uomo non è considerata una notizia meritevole di essere diffusa, come lo sarebbe il suo contrario.  In tema di pensioni questa regola sembra non valere perché tengono banco le non-notizie, i luoghi comuni se non addirittura quelle che ora si chiamano fake news che ormai sono diventate la verità ufficiale nell’equazione anziani=pensionati=poveri. Ovviamente nessuno si prende la briga di consultare la mole di dati che smentiscono questa convinzione: nell’opinione comune, tutto quello che si fa in materia di pensioni per smontare le riforme è ben fatto e viene sollecitato e sostenuto dal clamore dei media come un atto di giustizia, ancorché generalmente insufficiente.

 

Prestiamo attenzione ad un argomento che è emerso nel dibattito politico riguardante la legge di bilancio attualmente all’esame del Parlamento: il c.d. bonus bebè. La misura non è un granché e non può certo risolvere la drammatica crisi della natalità che ogni tanto viene annoverata nell’agenda del Paese. Ma è singolare che si stenti a trovare risorse in grado di finanziare persino un assegno mensile dimezzato, in quel medesimo provvedimento dove si torna a “gettare soldi dall’elicottero” sulle pensioni, allargando le falle già aperte lo scorso anno nell’impianto della riforma Fornero. Ed è ancor più singolare che queste immotivate erogazioni sul piano previdenziale siano considerate inadeguate (mentre Cisl e Uil sono ancora incredule di averle ottenute) dal più importante sindacato italiano che ha portato la gente in piazza per contestarle.

 

Pochi sanno che il BelPaese destina alle famiglie e alla maternità risorse pubbliche pari a poco più dell’1% del Pil: un sedicesimo di quanto si spende per le pensioni. Negli anni ’60, sia pure in un contesto demografico profondamente diverso dall’attuale, era pressoché corrispondente a quella per le pensioni la spesa per assegni familiari: allora misura di carattere universale, fino alla riforma del 1988 che introdusse l’assegno al nucleo familiare – l’Anf –  il principale, se non addirittura l’unico, strumento a tutela della famiglia, ragguagliato al reddito e al numero dei componenti.

 

Se qualcuno domandasse perché mai oggi non si attuino delle robuste politiche, fiscali e sociali, a sostegno della famiglia, la risposta sarebbe sempre la stessa, da parte di qualunque Governo o ministro interpellati: non sono disponibili le risorse di finanza pubblica che sarebbero necessarie. L’affermazione è vera solo in parte, perché, all’interno della Gestione prestazioni temporanee dell’Inps (che eroga le prestazioni previdenziali “minori” in quanto non pensionistiche), la voce “assegno al nucleo familiare” incassa dai datori di lavoro circa un miliardo in più di quanto spende, che viene riversato, nella logica del bilancio unitario dell’Inps, a coprire i “buchi” di talune gestioni pensionistiche.

 

É questo, tuttavia, solo il punto terminale di una politica che ha consapevolmente sacrificato il sostegno alla famiglia per finanziare il sistema pensionistico. La riforma del sistema pensionistico, attuata dalla Legge Dini-Treu del 1995, stabilì una ridistribuzione dei contributi a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) la cui aliquota contributiva, dal 1° gennaio 1996, passò di colpo dal 27,5% al 32,7%. Per non aumentare il costo del lavoro, la legge operò, ad oneri invariati, una ristrutturazione della contribuzione sociale, mediante una “tosatura” di tutte le aliquote non pensionistiche: l’aliquota per l’Anf passò dal 6,2 al 2,48%, quella per la maternità dall’1,23 allo 0,66%, mentre quella ex Gescal (un tempo rivolta a finanziare l’edilizia popolare) dallo 0,35% a zero. In euro, a prezzi 1996, la diminuzione delle risorse disponibili fu di 4,6 miliardi per l’Anf, di 0,6 miliardi per la maternità, di 1,4 miliardi per asili ed edilizia sociale, per un totale di 6,6 miliardi.

 

In sostanza, è vero che il finanziamento delle pensioni ha sottratto massicce risorse ad altre politiche sociali, nonostante che la “vulgata” insista nel rappresentare il sistema pensionistico come una sorta di “cassa” periodicamente svaligiata dai Governi. È noto che nell’ultimo quarto di secolo vi sono state parecchie riforme, le quali hanno cercato di contenere la debordante spesa pensionistica, riducendola, in prospettiva e a regime, di parecchie decine di miliardi. Per usare termini giuridici ci sentiamo di affermare, però, che non si è trattato di “danno emergente” ma di “lucro cessante” come dimostra la sottostante tabella da cui si evince che la spesa in rapporto al Pil è sempre cresciuta e che oggi sarebbe ancora superiore (intorno al 18%) se non ci fosse stata la riforma Fornero nel 2011.

 

In sostanza, a causa della crisi che ha fortemente contribuito ad abbassare il denominatore (il Pil), mentre, al numeratore, la spesa cresceva in modo fisiologico, il Paese avrebbe sprecato 25 anni di riforme.  Si veda pure la scheda relativa a significativi cambiamenti di trend avvenuti in pochi anni.

 

Spesa per pensioni in percentuale del PIL (SEC 2010)

 

Scheda

– Entrate contributive e spesa per pensioni e integrazioni assistenziali del totale delle gestioni pensionistiche nel 2001 e nel 2014:

– 2001: contributi, 129 miliardi; prestazioni, 138 miliardi; saldo: – 8 miliardi (cifre arrotondate)

– 2014: contributi, 190 miliardi; prestazioni, 216 miliardi; saldo: – 26 miliardi (cifre arrotondate)

– Quota GIAS: 110 miliardi.

 

Tutto ciò premesso che senso ha manifestare in nome dei giovani (a cui la Cgil vorrebbe assicurare una pensione per quando saranno vecchi) nello stesso momento in cui si caricano sulle future generazioni ulteriori oneri a favore dei pensionandi di oggi?  Eppure è quanto accade sotto i nostri occhi.

 

Ma peggiori delle rivendicazioni della Cgil e delle forze di sinistra sono le proposte contenute nel programma su cui sta lavorando il centro destra, la cui demagogia è tanto visibile da non essere neppure presa sul serio. Per fortuna qualcuno comincia ad accorgersi dei guasti che sta provocando la “sensibilità” nostrana per le pensioni. Il 2 dicembre – lo stesso giorno delle manifestazioni della Cgil – il Foglio (ecco l’uomo che morde il cane) ha pubblicato  in prima pagina un appello  (‘’Non abbassate l’età pensionabile’’ che può essere sottoscritto su pensioni@ilfoglio.it) di Tortuga, un “think tank di studenti di economia” nel quale si chiede ai partiti e ai sindacati “di non rimandare l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita e di utilizzare le risorse disponibili per costruire un futuro più equo e sostenibile per tutti. Anche per i giovani”. Che cosa dire, in conclusione? Speriamo che si tratti di una palla di neve che, rotolando, provoca una valanga.

 

P.S.

Nei giorni scorsi, Elsa Fornero ha accettato di presenziare, a Torino, alla proiezione del film “Esodo” di Ciro Formisano che racconta la vicenda di una signora romana finita in miseria in quanto “esodata”. Come si poteva presumere, la platea non nutriva sentimenti benevoli nei confronti dell’ex ministro del Governo Monti che stava appartata e in solitudine e che, al termine, si è prestata a sostenere un confronto, aspro ma civile, con il pubblico (vomitevoli sono invece i commenti sui social). Elsa è una persona coraggiosa come lo sono tutte le persone intellettualmente oneste. Ma non dovrebbe cimentarsi con queste inutili sfide. La questione degli “esodati”, se e quando in Italia si potrà ricostruire un percorso di verità, verrà ricordata come una delle più grandi montature del XXI secolo, in cui i mezzi di comunicazione sono stati in grado, per molti mesi, di emulare la beffa radiofonica notturna di Orson Wells sull’atterraggio dei marziani.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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