3 febbraio 2020

Politically (in)correct – Pensioni: il culto “animista” del pensionamento anticipato

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 3 febbraio 2020, n. 5

 

Nei prossimi giorni governo e sindacati apriranno i tavoli tecnici incaricati di approfondire i temi che sono stati indicati come passaggi necessari per (contro)riformare la disciplina introdotta, nel 2011,  nel decreto Salva Italia dal ministro Elsa Fornero. Ormai le posizioni in campo sembrano chiare almeno nelle linee generali. La posizione del governo è, grosso modo, quella espressa, in una intervista,  dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico: La flessibilità rispetto ai 67 anni va garantita, soprattutto se ragioniamo in termini di logica contributiva. Si fissa una linea di età per l’uscita, poi il lavoratore deve essere libero di scegliere quando andare in pensione. Ovviamente, con ricalcolo contributivo, come avverrà per tutti dal 2036. È, poi, necessario prevedere pensioni di garanzia per i giovani, coprendo i vuoti contributivi dovuti al lavoro precario”.  

 

Le confermazioni sindacali – oltre a riproporre il “gioco delle tre carte” che loro chiamano separazione tra previdenza ed assistenza e ad aggiungere nella loro piattaforma sconti e benefici  per la maternità e il lavoro “disagiato” (caratteristica inedita rispetto alla tipologia dell’ “usurante”) –  non condividono un punto centrale di quelli proposti in ambienti governativi: che il calcolo contributivo, in caso di pensionamento anticipato, debba essere applicato anche ai periodi sottoposti, pro rata, al regime retributivo. Noi sappiamo che, dal 2012, il calcolo contributivo si applica pro quota a tutti i lavoratori italiani la cui posizione previdenziale è stata ricondotta al c.d. sistema misto (chi ne aveva diritto conserva il “retributivo” fino al 31.12.2011). I sindacati vorrebbero mantenere questa disciplina anche nel nuovo ordinamento che sarà definito con un forte anticipo dell’età di pensionamento. 

 

Il culto “animista” delle pensioni di anzianità è così radicato in Italia che anche l’arcigno Fondo monetario internazionale (FMI) l’ha presa persa. “Volete la bicicletta? – hanno chiesto i tecnici del Fondo – volete andare in pensione il più possibile in anticipo, nonostante gli scenari drammatici che sono previsti sul piano demografico e del mercato del lavoro? Va bene, ma solo col metodo di calcolo contributivo”. Pertanto, le intenzioni del governo di introdurre un sistema pensionistico anticipato con penalizzazione  va quindi nella direzione di preservare risorse per rilanciare l’occupazione giovanile

 

E’ inoltre importante – dice il FMI nel rapporto– mantenere l’indicizzazione dell’età pensionabile rispetto all’aspettativa di vita, assicurare l’equità anche per i pensionamenti anticipati (per esempio collegando strettamente l’indennità con i contributi) e adattare i parametri pensionistici per assicurare la sostenibilità del sistema. L’Italia – prosegue il FMI – ha fatto più di molti altri Paesi per riformare il sistema pensionistico, generando risparmi sul lungo termine. Tuttavia, nei prossimi decenni la spesa dovrebbe aumentare notevolmente. La misura sperimentale quota 100 ha ulteriormente aumentato la spesa creando una discontinuità nell’età pensionabile’’. In sostanza – è l’opinione del Fondo – chi vuole andare in pensione prima (da noi si ipotizzano i seguenti requisiti: almeno 62 anni di età e 20 anni di versamenti contributivi) si accontenti di un assegno più ridotto (perché collegato ai contributi versati). 

 

Certo, prosegue il FMI, deve restare un collegamento automatico tra i requisiti e l’incremento dell’attesa di vita (criterio accolto in Italia con le classiche “orecchie da mercante”, anche perché i sindacati intendono liberarsi di questo vincolo).  Ammesso e non concesso che la linea, suggerita (meglio: tollerata) dal FMI e approssimativamente condivisa dal governo, diventi l’ossatura della revisione della riforma Fornero, nessuno potrà mai sostenere che il sistema è in equilibrio. Questo stato di grazia, infatti, in un sistema finanziato a ripartizione (i contributi versati dai lavoratori attivi sono utilizzati per pagare le pensioni in essere) non basta che il trattamento erogato sia “collegato strettamente” ai contributi versati perché il sistema sia sostenibile. Infatti, i diritti maturati ora dagli attivi (sia pure secondo un modello più equo e privo dell’effetto premiale implicito nel calcolo retributivo) verranno onorati dalle generazioni future, se saranno in condizione di farlo in base ai dati demografici, economici, retributivi e dell’occupazione. 

 

La capitalizzazione simulata, può essere, appunto, solo simulata.  E’ pacifico che se si riducono gli importi dei trattamenti diminuisce anche la spesa caricata sulle spalle dei figli e dei nipoti, (sempre che non si rinunci all’adeguamento dei requisiti in relazione all’attesa di vita).  Ma nel complesso è sbagliata una scelta politica in base alla quale – in un contesto demografico in declino sul versante delle nascite e a fronte di un crescente invecchiamento della popolazione – ci si priva di chi avrebbe la possibilità di continuare a lavorare purchè volontariamente scelga il pensionamento anticipato, anche a costo di incassare un assegno povero che non gli garantisca un reddito adeguato per i tanti anni che gli rimangono da vivere. 

 

 

La tabella mette in evidenza l’evoluzione dei coefficienti di trasformazione che fungono da moltiplicatore del montante contributivo. E’ persino banale dimostrare che una breve anzianità lavorativa (di 20 anni o poco più), interamente calcolata sulla base dei contributi versati e moltiplicata per un coefficiente corrispondente ad un’età anagrafica di 62 anni, non può che fornire una prestazione modesta, la quale finirà per essere integrata, fino ad un minimo legale, a carico dello Stato. E poi i nostri “furbetti” continuano a parlare di separazione tra assistenza e previdenza. E trovano anche qualcuno che li sta ad ascoltare.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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