21 ottobre 2019

Politically (in)correct – Pensioni: così è, se vi pare

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 21 ottobre 2019, n. 37

 

Allo stato delle cose (ma tutto sembra essere in discussione), il governo Conte 2 sarebbe intenzionato  a non cambiare nulla per quanto riguarda gli  interventi in tema di pensioni realizzati dal governo Conte 1 mediante il DL 4/2019 (convertito in L 26/2019), quali l’introduzione, in via sperimentale per il periodo 2019-2021, di un nuovo canale di pensionamento anticipato per i lavoratori con almeno 62 anni e con un’anzianità contributiva di almeno 38 anni e, per il periodo 2019-2026, il blocco a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne con il mancato adeguamento alla dinamica della speranza di vita del requisito dell’anzianità contributiva per il canale di pensionamento anticipato indipendente dall’età anagrafica.

 

Eppure, sarebbe bastato consultare il Rapporto n.20/2019 della RGS sulle tendenze della spesa pensionistica e sanitaria per accorgersi che, non solo queste misure (in libertà provvisoria?) contribuiscono all’aumento dell’incidenza della spesa pensionistica rispetto al PIL, ma che si dovrà pur cominciare a pensare – se la linea resta quella del quaeta non movere – a quanto succederà dopo che i provvedimenti giallo-verdi arriveranno a scadenza. A legislazione vigente, infatti, ritornerebbero in vigore le norme – temporaneamente derogate – della riforma Fornero, creando uno ‘’scalone’’ nei requisiti – anagrafici e contributivi – di accesso alla pensione che potrebbe diventare un pretesto (come lo è stato, nel 2007, lo ‘’scalone’’ Maroni-Tremonti che l’anno successivo avrebbe fatto scattare di ben tre anni l’età di pensionamento) per modificare strutturalmente le regole introdotte nel 2011. Il che determinerebbe, di nuovo, una revisione (in senso peggiorativo) delle proiezioni sull’incidenza della spesa pensionistica rispetto al PIL. Sarebbe dunque importante – se l’attuale governo dimostrerà carattere e vitalità – iniziare a ragionare sulla prospettiva futura del sistema, magari aggiustando le regole del periodo di transizione in modo coerente con la prospettiva stessa, proprio per evitare il formarsi di un altro “scalone”.

 

Intanto, la RGS sottolinea, nel documento sulle Tendenze di medio-lungo periodo, che la crescita del rapporto spesa/PIL registrata nel biennio 2008-2009, vale a dire nella fase acuta della crisi economica, è proseguita seppure con intensità minore, anche nel quinquennio successivo, in ragione della dinamica del PIL complessivamente negativa. La riduzione dei livelli di produzione determinata dalla doppia recessione del 2008-2009 e del 2011, ha modificato proporzionalmente il rapporto spesa/PIL che nel 2013 si attestava (senza gli effetti della riforma Fornero, le cose sarebbero andate peggio, ndr) su un valore più elevato di circa 2,6 punti percentuali rispetto al livello pre-crisi del 2007, passando dal 13,3% al 15,9%. Successivamente, a partire dal 2015, la spesa pensionistica in rapporto al PIL, in presenza di una crescita economica che è tornata ad essere leggermente positiva, si è ridotta gradualmente portandosi al 15,4%, nel 2016. Tale tendenza è continuata fino a raggiungere un minimo del 15,3% nel biennio 2017-2018. In fase di proiezione – continua la RGS – è seguito un triennio di rapida crescita del rapporto tra spesa pensionistica e PIL dovuto al sensibile aumento del numero di soggetti accedenti al pensionamento anticipato in seguito ai cambiamenti normativi introdotti con il DL n.4/2019 dal precedente governo. Prospettive di crescita economica molto contenute, unitamente alle suddette innovazioni normative, hanno contribuito a far aumentare significativamente il rapporto tra spesa per pensioni e PIL che raggiungerà – rebus sic stantibus –  il picco del 15,9% nel 2022. Negli anni immediatamente successivi il rapporto dovrebbe decrescere fino al 15,6% nel 2029. Sottostante a tale dinamica vi sarebbe il concorso contemporaneo di più fattori di segno contrastante. In particolare, tale andamento sarebbe per lo più prodotto dalla prosecuzione graduale del processo di innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dalla contestuale applicazione, pro rata, del sistema di calcolo contributivo. Inoltre, il rafforzamento della crescita economica, supportato sia dall’aumento dei tassi di occupazione sia dalla dinamica della produttività, dovrebbe contribuire a ridurre il rapporto tra spesa pensionistica e PIL.

Tuttavia – come certifica la RGS – il dispiegarsi dei primi effetti negativi della transizione demografica dovuta al pensionamento delle coorti del baby boom, unitamente alle misure adottate nel DL 4/2019  che, per il periodo 2019-2026 prevedono la disapplicazione per il canale di pensionamento anticipato indipendente dall’età anagrafica degli adeguamenti all’aspettativa di vita dei requisiti di anzianità contributiva,  sono fattori che agiranno in senso opposto, limitando la riduzione del rapporto tra spesa pensionistica e PIL. Nei quindici anni successivi (2030-2044), il rapporto fra spesa e PIL riprenderà a crescere, dapprima con più intensità e poi in maniera più graduale, fino a raggiungere il picco di 16,1% nel 2044, a causa dell’aumento del numero di pensioni. Tale incremento dipenderà sia dalle generazioni del baby boom che transiteranno dalla fase attiva a quella di quiescenza, sia dal progressivo innalzamento della speranza di vita. Quest’ultimo effetto potrebbe essere contenuto dai più elevati requisiti minimi di accesso al pensionamento correlati all’evoluzione della sopravvivenza, applicabili sia al regime misto che a quello contributivo.

 

Nonostante la contrazione della popolazione in età di lavoro, l’aumento dei tassi di occupazione produrrà una sostanziale costanza del numero di occupati. Il deterioramento del rapporto demografico sarà solo in parte compensato dalla riduzione della dinamica della pensione media rispetto a quella della produttività conseguente al completamento della fase di transizione verso il sistema di calcolo contributivo. In quegli anni, infatti, avranno accesso al pensionamento le ultime coorti di assicurati assoggettati al regime misto e le prime coorti di assicurati interamente assoggettati al sistema contributivo, i cui importi di pensione saranno pienamente influenzati dalla revisione dei coefficienti di trasformazione, in relazione all’attesa di vita. Successivamente, il rapporto dovrebbe scendere – secondo la RGS – portandosi al 15,3% nel 2050, al 13,8% nel 2060 per chiudere al 13,1% nel 2070, con una decelerazione pressoché costante nell’intero periodo. La decrescita del rapporto tra spesa pensionistica e PIL nell’ultima fase del periodo di previsione (2045-2070), sarebbe dovuta principalmente alla progressiva stratificazione delle pensioni liquidate integralmente con il sistema di calcolo contributivo che continuerà a produrre un contenimento della pensione media rispetto ai livelli liquidati col regime retributivo. Tale esito sarebbe favorito anche dall’inversione di tendenza del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati la cui crescita tenderà ad azzerarsi poco prima del 2050, dove raggiungerà il livello massimo del 91,8%, per poi flettere negli anni successivi. La spiegazione di tale andamento dipenderebbe dalla graduale eliminazione delle generazioni del baby boom e nell’adeguamento alla speranza di vita dei requisiti per la maturazione del diritto alla pensione. In quest’ultima fase, cesserebbe l’effetto di incremento sull’importo medio di pensione prodotto dall’elevamento dei requisiti minimi di pensionamento degli anni iniziali del periodo di previsione, specie in campo femminile, mentre resterebbe l’effetto indotto dall’automatismo che lega gli stessi requisiti minimi alla speranza di vita.

Che dire a conclusione delle indicazioni fornite dal Rapporto? Chi scrive ne ha ricavato una sensazione preoccupata, come se i redattori volessero mandare un messaggio ai policies makers: “noi abbiamo provato ad aggiustare le deviazioni rispetto ad un percorso di sostenibilità che voi, decisori politici, avete imposto al sistema. Sia pure con qualche strappo e con tempi più lunghi ed incerti – a causa delle variabili del quadro macro-economico – abbiamo indicato un possibile rétourn à la normale. Sempre che ne vogliate tenere conto”.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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