9 aprile 2018

Politically (in)correct – L’Opa dei “grillini” sulla Cgil

Giuliano Cazzola


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
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Dal 1994 ai nostri giorni è la prima volta che i partiti di centro-sinistra presentatisi alle elezioni in modi diversi (Ulivo, Unione, coalizione oppure divisi ed in polemica tra loro) non possono contare – se sconfitti nelle urne – su di un “secondo tempo” in cui la Cgil (sempre da sola, talvolta insieme alle altre confederazioni) si incarichi di “far vedere i sorci verdi” ai governi di centro-destra, contestandone duramente l’azione politica (dalla guerra sulle pensioni a quella sulla legge Biagi, dalle riforme della scuola al “collegato lavoro”, senza trascurare ovviamente le leggi di bilancio anno dopo anno). In talune circostanze, tanto per dare conferma di una linea di condotta intransigente, la Cgil si estraniava persino dai negoziati con le naturali controparti dando corso ad una serie di accordi separati a livello confederale e di categoria. Tanto da indurre a chiedersi (l’assillo che per anni è stato alla base dei confronti tra i candidati alla presidenza di viale dell’Astronomia) se il sistema delle relazioni industriali potesse funzionare con tre pistoni (Cisl, Uil e Confindustria) anziché a quattro. Di converso, ogni volta che le elezioni consegnavano al Paese una maggioranza ed un Governo di centro-sinistra, la Cgil si presentava a riscuotere il sostegno assicurato ai nuovi vincitori nei momenti duri dell’opposizione.

 

Dopo un periodo di smarrimento ai tempi dell’esecutivo dei tecnici (appoggiato con grande lealtà e sacrificio dal Pd di Pierluigi Bersani), nella XVII legislatura la storica alleanza tra la Cgil e la filiera (Pds-Ds-Pd) ereditata dal de cuis Pci, si è clamorosamente logorata. La Confederazione di Corso d’Italia ha contestato le principali iniziative del Governo Renzi in materia di lavoro (dalla riforma dei contratti a termine al jobs act) e, nonostante gli aggiustamenti intervenuti attraverso la ripresa di un negoziato con le organizzazioni sindacali (il pacchetto Ape e Rita, l’implementazione della 14° mensilità per i pensionati, i benefici per i c.d. precoci e le salvaguardie per gli esodati), non ha mai rinunciato a chiedere la sostanziale abrogazione della riforma Fornero sulle pensioni.

 

Ecco, allora, una novità di cui non si parla: il Pd è solo ad opporsi ai vincitori (di Pirro) del 4 marzo. La Cgil sta per passare con il nemico. Lo hanno già fatto gli iscritti nelle urne (in tanti hanno votato anche la Lega); siamo in attesa che ne prenda atto il gruppo dirigente che in questi ultimi anni si è trastullato con le formazioni a sinistra del Pd, prima di accorgersi che il loro ambito protagonismo sulla scena politica si è tradotto soltanto in una scadente comparsata. Maurizio Landini, uno dei candidati a succedere a Susanna Camusso (a lui si sta pensando anche come Cid Campeador del riscatto della sinistra dura e pura), non ha dubbi: “C’è bisogno di dare un governo al Paese. Non tocca a me indicare quale governo, ma vi sono problemi che vanno affrontati, a cominciare da una discussione con l’Europa da cambiare”. E aggiunge: “Se hai forze politiche come Cinque Stelle e Lega che prendono più del 50% dei voti è evidente che buona parte della gente che lavora può aver votato per loro. È da un po’ di tempo che il sindacato non dà indicazioni di voto. Non è in discussione il sindacato ma le politiche economiche e sociali fatte negli ultimi cinque ann”. Gli ha fatto da eco Pino Gesmundo, segretario della Cgil pugliese che ospiterà l’anno prossimo a Bari il Congresso del ricambio: Al Nord – ha sostenuto il sindacalista – da anni i metalmeccanici della Fiom votano massicciamente Lega, al Sud questa volta il consenso è andato al M5S. I lavoratori bocciano una sinistra che non riesce a interpretare i bisogni delle fasce più deboli ma, d’altra parte, non abbandonano il sindacato”.I temi che hanno permesso ai due partiti più votati – ha proseguito -di conquistare grandi consensi, dall’ abolizione della legge Fornero al superamento del Jobs Act, sono gli stessi sui cui la Cgil si batte da anni”.  

 

La reazione della Cgil all’esito del voto del 4 marzo, ancorché imbarazzata, è significativa: la soddisfazione (“noi l’avevamo detto!”) viene dissimulata da un atteggiamento di preoccupazione (per talune dichiarazioni trucide contro il sindacato e i suoi “privilegi” a suo tempo sbandierate dai “grillini” quando ancora non avevano indossato il doppiopetto). Nessuno dei dirigenti sindacali, però, si azzarda a pronunciare il “jamais’’ di Matteo Renzi nei confronti di una possibile interlocuzione con i vincitori delle elezioni. Del resto, è vero che vi sia un’ampia convergenza programmatica, che va ben oltre gli aspetti ricordati dal segretario della Puglia. Basti notare, da ultimo, il significativo “giro di valzer” tra il nuovo presidente della Camera, Roberto Fico, e la segretaria Susanna Camusso.

 

Quest’ultima ha chiesto alla terza carica dello Stato di portare all’esame dell’Assemblea di Montecitorio il disegno di legge di iniziativa popolare (presentato dalla stessa Cgil con il corredo di milioni di firme) pomposamente definito “Carta dei diritti universali del lavoro”. Un testo che nessuno aveva fino ad ora preso sul serio, perché dalla sua approvazione deriverebbe una condizione di protezione giuridica e sociale dei lavoratori che non si è mai vista al mondo; salvo che non vi sarebbero più aziende e posti di lavoro in cui potere esercitare quei diritti, perché nessun imprenditore potrebbe svolgere la propria attività dovendo gestire il personale secondo quelle regole. Fico non si è fatto sfuggire l’occasione: “Accolgo volentieri – ha risposto a stretto giro di posta – la sua proposta di incontrarci per parlare della Carta dei Diritti Universali del lavoro, ovvero della legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre un milione di firme. Percorsi e momenti di confronto come questi si inseriscono pienamente nella concezione del Parlamento come luogo aperto alla cittadinanza, in cui gli istituti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione ricevono la massima attenzione e diventano materia viva. Le proposte di legge di iniziativa popolare, in particolare, rappresentano uno strumento straordinario per far crescere insieme cittadini e istituzioni. A mio avviso – ha concluso – sono stati sottovalutati da queste Camere per troppo tempo, ma è arrivato il momento di cambiare. Per questo le ribadisco la mia disponibilità all’incontro, con l’auspicio di poterlo organizzare quanto prima”.

 

Il M5S non può pensare di mantenere un terzo dell’elettorato solo con la piattaforma Rousseau e la democrazia diretta attraverso la rete. Le formazioni intermedie, le strutture associative, grazie all’agibilità politica di cui godono, possono drenare, consolidare e prolungare il potere, sempre volatile e liquido (come si dice adesso), conquistato attraverso il voto. Ecco perché dobbiamo aspettarci una Opa grillina non solo sull’elettorato rimasto nel perimetro dem, ma sulla stessa Cgil, con un’azione a tenaglia: dal basso attraverso la conquista degli organismi di base e dall’alto, arruolando qualche autorevole dirigente in cerca di un “nuovo modo” per essere di sinistra.

 

Certo, è più difficile che sia la Lega (che tentò in modo fallimentare di farsi un proprio sindacato “padano”, il Sinpa) a farsi largo nel mondo sindacale. Nei confronti del partito di Matteo Salvini vi sono maggiori pregiudizi, specie in tema di immigrazione. Almeno fino a quando non si accorgeranno tutti che la mitica classe operaia condivide di più lo slogan “fuori i negri” che non i ragionamenti sull’accoglienza e l’integrazione dei “diversi’”.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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