27 maggio 2019

Politically (in)correct – Lo nero periglio che vien da lo mare

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 27 maggio 2019, n. 20

 

Ricordate Brancaleone da Norcia, il (sedicente) cavaliere senza macchia e senza paura – ai tempi delle Crociate – magistralmente interpretato da Vittorio Gassman per la regia di Mario Monicelli (1970)? Il nostro scalcinato eroe sottraeva al legittimo titolare una pergamena in cui era contenuta l’investitura imperiale a Signore di un borgo del profondo Sud con il compito di liberare i suoi abitanti dal “nero periglio che vien da lo mare”.  A loro spese, appena arrivati dopo molte peripezie all’agognato feudo, Brancaleone e la sua armata di casi sociali scoprivano presto che “il nero periglio” era costituito da una flottiglia di saraceni (Mamma li turchi!) che veniva periodicamente a fare razzia di viveri, armenti e pulzelle. L’incontro non portava fortuna a Brancaleone. Ma questa è un’altra storia, merito della fantasia della grande commedia all’italiana.

 

Ai tempi nostri c’è un altro Brancaleone impegnato a contrastare un nuovo “nero periglio” che, attraversando il Canale di Sicilia, minaccia i nostri confini. Questo “difensore della fede”, però, non è contornato da un manipolo di minorati, ma è ministro degli Interni di un Paese membro del G7 (una specie di Sacro Romano Impero dell’epoca contemporanea), autoproclamato, “guida suprema’’ nella lotta contro l’immigrazione clandestina (e le ONG impiccione e colluse), per contrastare la quale non esita ad ordinare (abusando del suo potere) la chiusura dei porti e a proibire gli sbarchi dei migranti soccorsi in mare (persino da navi militari italiane) fino a quando non è riuscito a spartirli  con altri Paesi.

 

Eppure, sotto i nostri occhi increduli, con queste mosse – azzeccate con tempismo comunicativo – Matteo Salvini è riuscito a far crescere, con una progressione geometrica senza precedenti, il consenso elettorale alla Lega. Nello schieramento politico, vi è un partito che lo accusa di fare troppo poco. Giorgia Meloni, leader di FdI, preconizza addirittura un blocco navale davanti alle acque territoriali della Libia, senza precisare quali reazioni dovrebbero essere contemplate nelle regole di ingaggio (prendere a cannonate i barconi e i gommoni?)  nel caso di violazione del blocco. Vi sono poi dei personaggi che fanno furore nei talk show, secondo i quali responsabili delle migrazioni sarebbero le solite multinazionali che coltivano e finanziano il piano di importare in Europa manodopera a basso costo, da impiegare al posto degli occupati indigeni, onusti di troppi diritti.

 

Ma perché c’è tanta attenzione nei confronti degli ultimi ranghi dei ‘’dannati della terra’’ che sono disposti a rischiare la vita in mare pur di venire a cercare la ‘’pacchia’’ da noi?  Eppure si tratta di una minoranza dei migranti. L’Istat recentemente ha pubblicato un rapporto (più di 400 pagine) con il titolo ‘’Vita e percorsi di integrazione degli immigrati in Italia’’ dove si legge – tra i tanti aspetti di grande interesse –  che ‘“solo il 5,8 per cento degli uomini e l’1,2 per cento delle donne è arrivato in Italia utilizzando barche o gommoni: questa percentuale scende dal 5,1 per cento degli arrivi pre-2003 allo 0,4 per cento degli arrivi post-2008. Questo dato – prosegue il testo – è particolarmente importante e dimostra come, prima della recente crescita degli sbarchi a seguito della cosiddetta crisi migratoria, la quota di stranieri presenti sul territorio italiano entrati sbarcando lungo le coste meridionali, per lo più con mezzi di trasporto di fortuna e in condizioni di disperazione e di povertà estrema, fosse decisamente contenuta’’.  L’aereo (44,6 per cento), il pullman (24,2 per cento) e l’automobile (10,7 per cento) sono, invece, i mezzi di trasporto più utilizzati per raggiungere l’Italia. Solo l’8,4 per cento delle persone di origine straniera ha utilizzato la nave; il 6,6 per cento si è servito del treno e il 3,3 per cento è arrivato in barca o sul gommone. La maggior parte delle persone di origine straniera non ha fatto il viaggio verso l’Italia con qualcuno dei familiari con cui convivono attualmente (68,9 per cento), né con altri parenti.

 

L’altro motivo di preoccupazione è il seguente: gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Ma quale lavoro? Ridiamo la parola all’Istat. ‘’Sia per gli immigrati sia per le immigrate, la transizione al primo lavoro in Italia è caratterizzata da un marcato processo di declassamento occupazionale. Se nel paese di origine circa il 18 per cento degli immigrati svolgeva un’occupazione non manuale qualificata (imprenditori, professioni intellettuali, professioni tecniche e impiegatizie) e circa il 12 per cento aveva un lavoro non qualificato, al primo lavoro in Italia la quota di coloro che sono impiegati in un lavoro non manuale qualificato più che dimezza (8 per cento), mentre quella relativa al lavoro manuale non qualificato più che raddoppia (27 per cento). Per le immigrate, che peraltro mostrano un profilo occupazionale in origine molto più qualificato di quello degli immigrati, la tendenza è ancora più marcata: la quota di quelle impiegate in occupazioni non manuali qualificate passa da oltre il 40 per cento a poco più del 12 per cento mentre il peso delle immigrate in professioni non qualificate più che quadruplica (dal 7 per cento al 29 per cento). A differenza degli uomini – precisa l’Istat – per le immigrate è significativa anche la crescita nelle professioni di vendita e di servizi alle persone (dal 27 per cento al 51per cento) dove sono classificate le addette al lavoro di cura e assistenza presso le famiglie come le “badanti”.

 

Asher Colombo (nel saggio Fuori controllo?  Miti e realtà dell’immigrazione in Italia, Mulino 2012) calcolò che dei 4,2 milioni di stranieri allora legalmente residenti in Italia, ben 1,8 milioni erano stati regolarizzati ex post. Un altro aspetto che l’autore metteva in evidenza riguardava la circostanza per cui gli stranieri che arrivavano in Italia, via mare, sbarcando sulle coste meridionali del paese, erano in numero inferiore di quelli che arrivano da noi con permesso turistico (per poi <entrare in clandestinità> alla scadenza) o in tanti altri modi.  Come si vede le cose non sono molto cambiate da allora. Purtroppo, un’opinione pubblica sobillata da politici che speculano sul mercato dell’insicurezza, rifiuta di guardarsi attorno. Basterebbe osservare la realtà sotto i nostri occhi per capire che non solo l’Italia ha bisogno di immigrazione, ma che è anche un paese avviato ‘’verso un cambiamento – come scriveva Colombo – che prevede, in un futuro, una presenza tutt’altro che trascurabile di ‘’italiani con il trattino’’ oppure un paese multietnico come ama chiamarlo chi dimentica che le sue varie ed estese minoranze linguistiche e nazionali lo rendevano tale già molto tempo prima dell’arrivo degli immigrati’’.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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