15 luglio 2019

Politically (in)correct – l’Inps e i Fondi pensione: “ama il mestiere che hai imparato e accontentatene’’ (Marco Aurelio)

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 15 luglio 2019, n. 27

 

Nel suo esordio nel ruolo di presidente factotum dell’Inps, Pasquale Tridico – tra le tante considerazioni svolte nella consueta relazione annuale (per lui era la prima occasione) – ha proposto di contribuire a colmare la scarsa partecipazione dei lavoratori a forme di previdenza privata a capitalizzazione “attraverso la creazione di una forma complementare pubblica, gestita dall’Inps, volontaria e alternativa alle forme complementari private, superando anche la residualità di partecipazione già prevista in FondInps”.

 

“L’obiettivo – ha proseguito Tridico – è rivolto a garantire una prudente gestione dei fondi mirando ad una maggiore canalizzazione degli investimenti in Italia. È curioso, d’altra parte, che il maggior ente di previdenza europeo non giochi un ruolo significativo in tale comparto. Nel 2018 i fondi pensione gestivano risorse per 167,1 miliardi, pari al 9,5% del PIL, molti dei quali investiti all’estero. L’obiettivo dovrà, dunque, essere quello di aumentare il numero delle adesioni attraverso la costituzione di una valida alternativa alle attuali tipologie di fondi pensione o schemi di previdenza complementare, aumentando conseguentemente gli investimenti diretti nel nostro Paese”.

 

Come disse il generale De Gaulle si tratta di “un vasto programma”. Ma è opportuno e condivisibile oppure il progetto risponde alla visione di una supremazia, quasi etica, pubblica/statalista che sta nel dna di una delle componenti del governo giallo-verde? A chi scrive sembra più vera la seconda ipotesi, come è già capitato di segnalare in altre occasioni, anche in materia di pensionamento. Certamente, infatti, si vedono tracce palesi di quella visione nella c.d. pace contributiva (col riscatto di periodi contributivi scoperti perché non dovuti), nelle agevolazioni per il riscatto degli anni occorsi per la laurea, nella possibilità di implementare l’ammontare di carattere obbligatorio versando all’Inps anche la contribuzione  relativa alle quote di retribuzione superiori al tetto previsto dalla legge n.335/1995 nel sistema contributivo (che ora può essere destinata ad incrementare il montante della previdenza privata). In sostanza sono tutte misure lodevoli, ma ingannevoli, perché – restando il sistema pubblico a ripartizione – il versamento di somme maggiori di quelle dovute produce solo la promessa di un maggiore trattamento, che sarà posto a carico dei contribuenti delle generazioni future, visto che comunque la maggiore contribuzione versata oggi servirà a pagare le pensioni in essere.

 

Ciò mentre nella previdenza a capitalizzazione (come è quella complementare) ognuno, con i contributi investiti e i loro rendimenti, costruisce il proprio montante individuale che diventerà la base effettiva sulla quale calcolare la sua pensione. All’ente previdenziale pubblico è consentito di intraprendere la sfida della previdenza privata (sotto forma di un fondo pensione aperto) purchè lo faccia attraverso gestori di mercato (società di assicurazione, fondi comuni di investimento, Sim) per non alterare la concorrenza con i soggetti gestori privati. Anzi un’esperienza in tal senso fu addirittura prevista dalla legge, attraverso il Fondinps, il fondo residuale che raccoglieva i flussi di tfr dei lavoratori silenti per i quali gli accordi collettivi non prevedevano una forma pensionistica di riferimento. Tale fondo ha operato per alcuni anni – raccogliendo poco più di 40mila iscritti – prima di essere abolito dalla legge di stabilità 2018. Non si vede allora come l’Istituto possa diventare una “valida alternativa” agli attuali schemi privati se non è stato in grado di valorizzare un piccolo fondo residuale.

 

L’Inps ha un personale qualificato ed eccellente, ma che svolge altri compiti che richiedono una differente professionalità: interpretare ed applicare le leggi per erogare le prestazioni previste è tutto un altro paio di maniche rispetto all’investire con profitto delle risorse nelle turbolenze dei mercati finanziari. Come pensa di ovviare a questo inconveniente il prof. Tridico? Con altre migliaia di navigator privi di esperienza?

Quanto poi agli investimenti di carattere “domestico” occorre tener presente la finalità delle forme di previdenza complementare che è quella di erogare agli aderenti una seconda pensione dignitosa e sicura. Ecco perché gli utenti scelgono sempre profili di gestione il più possibile garantiti. L’allocazione degli investimenti tende ad incoraggiare lo (stentato) affermarsi di un secondo pilastro a capitalizzazione allo scopo di garantire una maggiore adeguatezza dei trattamenti pensionistici. Un buon padre di famiglia non sarebbe più prudente nel collocare i suoi sudati risparmi.  Secondo l’ultimo Rapporto Covip nel 2018 gli investimenti dei fondi pensione (escluse le riserve matematiche e le risorse dei fondi preesistenti interni ad un’impresa o ad un ente) sono allocati per il 41% in titoli di Stato (21,4% in titoli di debito pubblico italiano, gli altri  titoli di debito ammontano al 17,1%). Scendono dal 16,4% (dal 17,7%) i titoli di capitale; le quote di OICVM (forme di investimenti collettivi di capitale) passano dal 12,6% all’11,9%.  Nell’insieme, il valore degli investimenti dei fondi pensione nell’economia italiana è pari a 36,7 miliardi, il 27,7% del patrimonio. I titoli di Stato ne rappresentano la quota più importante: 28,3 miliardi.  Gli impegni in titoli di imprese italiane sono marginali (meno del 3%) e si rivolgono in prevalenza ad obbligazioni (in azioni solo 1,2 miliardi). Ci sarà pure una ragione se oltre 25 anni di esperienza della previdenza complementare hanno determinato questo assetto se si intende aumentare “gli investimenti diretti nel nostro Paese”.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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