30 settembre 2019

Politically (in)correct – Le pensioni e la legge di bilancio 2020

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 30 settembre 2019, n. 34

 

Entro oggi il governo dovrà cimentarsi con il suo primo impegno importante, di quelli che “fanno tremar le vene ai polsi”. È, infatti, attesa la presentazione della NaDeF, che è lo strumento di programmazione della strategia economica e di finanza pubblica nel medio termine, al quale sono affidati gli ultimi aggiornamenti sulle previsioni economiche inserite all’interno del DeF. Dopo la Nadef sarà la volta del Dpb, il progetto di documento programmatico di bilancio che dovrà arrivare alla Commissione Ue e all’Eurogruppo. Entro il 20 ottobre, il governo è tenuto a presentare alle Camere il disegno di Legge di Bilancio il cui iter parlamentare dovrà chiudersi entro il 31 dicembre.

 

Le forze politiche – sia di governo, sia di opposizione (nel loro alternarsi sussultorio) – hanno assunto troppi impegni per quanto riguarda la c.d. sterilizzazione delle clausole di salvaguardia in modo da impedire l’entrata in vigore degli incrementi delle aliquote IVA già prevista – dal prossimo 1° gennaio per un importo di 23 miliardi – dalla legge di bilancio 2019.

 

In una recente intervista, l’ex ministro Giovanni Tria ha voluto rassicurare l’opinione pubblica sulla fattibilità “senza lacrime e sangue” della manovra, ricordando il lavoro in cui era impegnato il MeF prima della crisi. “In primo luogo e basandosi sulle stime che si potevano fare allora, risultava che il miglior andamento delle entrate (per la fatturazione elettronica che io ho voluto introdurre rifiutando qualsiasi ulteriore proroga), e le minori spese per Reddito di cittadinanza e Quota 100 portava il fabbisogno 2020 intorno all’1,6% attuando ovviamente le clausole di salvaguardia. Nel caso si volessero sterilizzare gli aumenti dell’IVA e delle accise previsti in oltre 23 miliardi, come sostengono tutti i partiti, sarebbe stato necessario reperire circa 15 miliardi’’.

 

Poi Tria illustrava i conti: a) la possibilità di operare tagli di spesa per 6 miliardi ripartiti su un largo numero di voci e soprattutto riferiti non alla spesa storica ma agli incrementi tendenziali previsti. b) Altri 6 miliardi sarebbero potuti venire dalla revisione delle c.d. tax expenditure, in maniera ampia ma per importi molto contenuti. c) Infine, 3 miliardi sarebbero stati assegnati alla lotta all’evasione calcolata non in maniera generica, ma con precisi e credibili ritocchi legislativi già individuati.  A questo punto – Tria ha giocato l’asso – disinnescate le clausole di salvaguardia, sarebbe stata mia intenzione proporre una qualche rimodulazione dell’IVA, specie per le aliquote agevolate, che avrebbe potuto dare un gettito di circa 8 miliardi da impiegare nella riduzione delle tasse sulle persone”. In tal modo – secondo l’ex ministro dell’Economia –  la finanza pubblica, contenendo il deficit intorno al 2%, avrebbe tranquillizzato i mercati e avrebbe potuto dare una spinta alla crescita. Non dimentichiamo, infatti, che un moderato aumento dell’IVA – ha sottolineato l’ex ministro – oltre ad essere raccomandato dalla UE, non avrebbe effetti inflazionistici, mentre la riduzione delle tasse sul lavoro avrebbe potuto davvero dare nuovo slancio ai consumi”’. In sostanza, sulle pensioni sarebbe possibile chiudere un occhio e non modificare nulla di quanto previsto dal decreto giallo-verde n.4/2019, in ragione della possibilità di ridurre gli stanziamenti previsti – nel caso di quota 100 – per un triennio sperimentale (e quindi fino a tutto il 2021).

 

Sembra che lo si faccia apposta, ma si continua a dimenticare che il decreto delle “due identità”, in tema di pensioni, non si limitava ad aprire un canale di fuga a tempo determinato per chi potesse far valere il requisito anagrafico di 62 anni e quello contributivo di 38, ma prevedeva – oltre ad Opzione donna, all’ape sociale e ai c.d. quarantunisti –  il congelamento fino al 31 dicembre 2026 dell’adeguamento automatico dei requisiti previsti per il pensionamento anticipato  a prescindere dall’età anagrafica (42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne). Una misura questa che, sul piano dell’utilizzo e dei relativi oneri non è di certo seconda a quota 100 (tab.1). Anche il MeF nel Rapporto n.20 sulle “Tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sanitario” (del luglio scorso) ha sottolineato che: “Per contro, i recenti interventi del DL 4/2019 convertito in L 26/2019, quali l’introduzione, in via sperimentale per il periodo 2019-2021, di un nuovo canale di pensionamento anticipato per i lavoratori con almeno 62 anni e con un’anzianità contributiva di almeno 38 anni e, per il periodo 2019-2026, il blocco a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne con il mancato adeguamento alla dinamica della speranza di vita del requisito dell’anzianità contributiva per il canale di pensionamento anticipato indipendente dall’età anagrafica, contribuiscono all’aumento dell’incidenza della spesa pensionistica rispetto al PIL”.

 

Tabella 1.

Domande pervenute e accolte – dettaglio di genere, dell’età media e della durata media delle tre misure introdotte dal D.L. 4/2019 convertito in Legge 26/2019

 

Fonte: Inps, Monitoraggio al 10 giugno u.s.

 

Prospettive di crescita economica molto contenute, unitamente a tali innovazioni normative, concorrono – secondo il MeF – a far aumentare significativamente il rapporto tra spesa per pensioni e PIL che raggiungerà il picco del 15,9% nel 2022. Negli anni immediatamente successivi il rapporto decrescerà fino al 15,6% nel 2029. Sottostante a questa dinamica vi è il contributo simultaneo di più fattori di segno contrastante. In particolare, tale andamento è per lo più imputabile alla prosecuzione graduale del processo di innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e alla contestuale applicazione, pro rata, del sistema di calcolo contributivo. Inoltre, il rafforzamento della crescita economica, supportato sia dall’aumento dei tassi di occupazione sia dalla dinamica della produttività, contribuirà a ridurre il rapporto tra spesa pensionistica e PIL. Tuttavia, il dispiegarsi dei primi effetti negativi della transizione demografica dovuta al pensionamento delle coorti del baby boom, unitamente alle recenti misure adottate nel DL 4/2019 convertito con L 26/2019 che, per il periodo 2019-2026 prevedono la disapplicazione per il canale di pensionamento anticipato indipendente dall’età anagrafica degli adeguamenti all’aspettativa di vita dei requisiti di anzianità contributiva, sono fattori che –secondo il MeF – agiscono in senso opposto, limitando la riduzione del rapporto tra spesa pensionistica e PIL.

 

Ecco perché – a nostro avviso – non basta ragionare di quota 100 (una misura che non ha incontrato il favore dei possibili interessati) senza rivedere quanto previsto, fino a tutto il 2026, per il canale di accesso anticipato a prescindere dall’età anagrafica che, peraltro, è l’unica prestazione con i requisiti bloccati ai livelli del 2018, mentre è rimasto invariato l’adeguamento automatico per la pensione di vecchiaia.  L’aspetto più discutibile sta nel fatto che i provvedimenti pensionistici del precedente governo hanno voluto favorire il trattamento di coloro che – per la loro presenza continuativa e stabile sul mercato del lavoro – sono stati favoriti dal sistema pensionistico come si può vedere consultando la tab. 2 riportata di seguito, dove la prima cosa che si nota è la migliore condizione – sia quantitativa  che qualitativa – degli uomini (la componente forte del mercato del lavoro) rispetto a quella delle donne.

 

Tabella 2.

Domande accolte – dettaglio importo medio per gestione e per genere delle tre misure introdotte dal D.L. 4/2019 convertito in Legge 26/2019

 

Fonte: Inps Monitoraggio al 10 giugno u.s.

 

Che dire a conclusione di queste considerazioni? Se è ritenuto politicamente sconveniente rimettere in discussione quanto stabilito, in tema di pensioni, dal superdecreto giallo-verde (accontentandosi, nel breve periodo, della ristrutturazione e di una diversa allocazione degli stanziamenti contenuti nella legge di bilancio dell’anno in corso e rivedendo le previsioni di spesa per il 2020 e il 2021), non è possibile lasciare aperto, fino a tutto il 2026, un passaggio verso il pensionamento anticipato, di cui all’articolo 15, che è certamente più conveniente per le generazioni dei baby boomers della stessa quota 100

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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