12 marzo 2018

Politically (in)correct – Le pensioni degli italiani dopo il 4 marzo

Giuliano Cazzola


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Mentre gli analisti e i commentatori si affaticano ad interpretare il responso elettorale del 4 marzo (perché non cancellare il numero 4 dal calendario?) e ad infilarsi sulla poltrona di Sergio Mattarella per immaginare delle formule che assicurino una maggioranza ed un governo al Paese (gli italiani non si sentono, tutti, solamente commissari tecnici della Nazionale di calcio, ma anche Presidenti della Repubblica), oltreconfine le Cancellerie, le istituzioni europee ed internazionali – come le stelle del romanzo di Cronin – stanno a guardare. In sostanza, ci fanno capire, che se abbiamo voluto la bicicletta (M5S e Lega) ora tocca a noi pedalare. A loro interessa soltanto capire quale sarà la direzione di marcia di questo periglioso incedere ovvero quali saranno le vere intenzioni di un nuovo governo nei confronti delle politiche attuate da quelli precedenti.

 

Qualche segnale è già arrivato, senza troppi giri di parole. Moody’s – una delle tre sorelle del rating – ha diramato un “avviso ai naviganti” molto esplicito: giù le mani dalle riforme, da quelle del lavoro e delle pensioni in particolare. Gli analisti dell’agenzia hanno avvertito che eventuali passi indietro sulle riforme già attuate sarebbero negativi per il merito di credito dell’Italia. Secondo Moody’s, la Legge Fornero del 2011 ha contribuito a migliorare la sostenibilità di lungo termine del sistema pensionistico del Paese. Un passo indietro su questo fronte, come promesso in campagna elettorale da M5S e Lega, rappresenterebbe un rischio per il rating visto che l’Italia spende già quasi il 16% del Pil per le pensioni, una delle percentuali più alte nell’Unione Europea.

 

Moody’s ha riconosciuto, inoltre, che il Governo uscente ha attuato o avviato riforme in diversi settori, compreso il mercato del lavoro, il settore bancario e il sistema fiscale, ma avverte che l’andamento della crescita e la competitività internazionale dell’Italia sono chiaramente in ritardo rispetto agli altri Paesi dell’area euro.

 

In sostanza, da Moody’s è pervenuta l’anticipazione (meglio, la minaccia) di un declassamento dell’affidabilità del nostro Paese se le proposte contenute nei programmi di Lega e M5S divenissero iniziative del prossimo governo. Ed è presumibile che anche le altre agenzie farebbero lo stesso.

 

Certo i rating internazionali non sono scritti sulle Tavole della Legge, ma contano – e parecchio – ugualmente, in quanto condizionano i tassi di interesse sul debito e quelli sulle nuove emissioni o rinnovi dei titoli (anche perché il sostegno della Bce non sarà eterno). Come a farlo apposta, il 7 marzo la Commissione europea ha pubblicato il Rapporto 2018 per l’Italia nel quale non solo sono apprezzate le riforme della passata legislatura, ma vengono tracciati scenari, ormai prossimi, che interconnettono trend demografici, economici ed occupazionali da cui discenderanno gravi problemi (con una marcata specificità tutta nostrana) per la sostenibilità del nostro sistema di welfare, tanto da indurre a chiedersi se davvero bastano le misure della riforma del 2011 a garantirne la tenuta.

 

Bene. Le due forze politiche che hanno (stra)vinto le elezioni alla riforma Fornero l’hanno giurata, al di là delle parole usate per ribadire il concetto. Chi scrive ha approfittato tante volte della cortese ospitalità di Adapt per esprimere le proprie opinioni denunciando quelle che, in tale complessa materia, sono a suo avviso critiche ingiuste, rappresentazioni caricaturali se non vere e proprie menzogne.

 

Per quanto riguarda gli oneri economici (altrettanto gravi sarebbero i costi relativi alla credibilità dell’Italia) in queste ore si sprecano i dati provenienti da fonti autorevoli che, per il loro ruolo istituzionale (l’Inps, la Rgs, ecc.) non esprimono delle opinioni ma parlano ex cathedra. Non è il caso di aggiungere di più e di meglio, ammesso e non concesso che fosse consentito effettuare una contabilità affidabile sulla base della laconicità delle proposte delle forze abolizioniste.

 

C’è però un aspetto – fino ad ora trascurato – che merita di essere approfondito. Non possiamo cavarcela con un “costa troppo” lasciando intendere che sia solo questo il vero problema. Perché i populisti italioti ci risponderebbero che a loro “non gliene può fregar di meno”. Le proposte di revisione molto simili contenute nei programmi pentastellati e leghisti (i nuovi requisiti sarebbero: quota 100 sommando età ed anzianità contributiva oppure 41 anni di versamenti) sono sbagliate soprattutto perché – mettendo al centro del loro modello il trattamento di anzianità – restano confinate nella finzione di un mondo del lavoro in via di profonda trasformazione se non persino di esaurimento. In sostanza, esse tutelano le ultime generazioni di baby boomers che – soprattutto se maschi – non hanno particolari difficoltà – per come sono stati sul mercato del lavoro, entrandovi da giovani e rimanendovi a lungo e stabilmente – ad accumulare anzianità contributiva ad un’età anagrafica relativamente anziana per non dire soltanto matura. Questi requisiti sarebbero, invece, gravosi e difficilmente raggiungibili (oltreché per le donne occupate attualmente) per chi ha cominciato a lavorare da pochi anni o si accinge ad entrare nel mercato del lavoro; in breve, per quei giovani che tutti, a parole, vorrebbero tutelare. Anzi, agevolando il pensionamento dei lavoratori più anziani si caricherebbero ulteriori oneri sulle spalle delle generazioni future, le quali, per tanti motivi facilmente comprensibili, ma soprattutto demografici, non hanno da temere un’età pensionabile più elevata e ragguagliata all’attesa di vita.

 

Se forze politiche che si proclamano nuove, votate dai giovani, vogliono rovesciare il tavolo su cui poggia il sistema pensionistico, lo facciano per dare vita ad un nuovo regime maggiormente adeguato alla caratteristiche dell’attuale mercato del lavoro (riproponiamo l’idea di una pensione di base finanziata dalla fiscalità generale); non per assicurare ancora più a lungo quella situazione di sostanziale privilegio di cui hanno goduto i loro padri e i loro nonni, nati e vissuti nella breve stagione “del latte e del miele” e dei diritti assunti a debito. E a sproposito. Cipputi non abita più qui.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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