2 settembre 2019

Politically (in)correct – Lavoro: il Bisconte non scopre le carte

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 2 settembre 2019, n. 30

 

C’è sempre un “primum vivere” di un “deinde philosophari”.  E il governo Conti bis, dismesso il verde e colorato di rosso e di giallo, non ha ancora la certezza di nascere. Anzi il parto continua a presentarsi podalico. Sappiamo ben poco, dunque, di quali potrebbero essere le politiche sociali e del lavoro indicate nell’eventuale programma.

 

In verità, la cosa è piuttosto strana per quanti ricordano che i giornali e i talk show erano sempre alla caccia, per un lungo periodo, di nuove veline a commento e a spiegazione di quali sarebbero state le regole per le pensioni e per l’introduzione del reddito di cittadinanza (anche se queste materie ricevettero una normativa compiuta – con la conversione del relativo decreto – un paio di mesi dopo l’approvazione della legge di bilancio 2019 che si era limitata a stanziare le coperture). Sembra dunque strano, per lo meno insolito, non sentire parlare di pensioni e di diritto del lavoro (dove si erge una sorta di Colosso di Rodi normativo come il jobs act, già oggetto di accuse molto pesanti da parte di una delle forze politiche tuttora in area di governo).

 

Eppure più che indiscrezioni si raccolgono opinioni che sembrano non avere alcun riferimento coi dossier aperti sui tavoli del negoziato. Su quota 100 e sulle altre misure in materia di pensionamento è ridisceso in campo il Centro studi di Itinerari previdenziali, con il suo presidente Alberto Brambilla, già consulente dimissionario del governo giallo-verde per dissensi sui contenuti previdenziali ed assistenziali della manovra per l’anno in corso. In primo luogo, Itinerari ha raccolto e reso noti i dati recenti delle domande e delle prestazioni. A metà agosto erano circa 167mila le domande per quota 100, 98mila per l’uscita a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e ad un anno in meno per le donne (il requisito ex Fornero bloccato nel 2018 rispetto all’aggancio all’attesa vita fino al 2026), 19mila per Opzione donna, 13mila per i c.d. precoci/quarantunisti, 11mila per Ape sociale. Considerando le domande che non verranno accolte (dal 20% al 30% a seconda dei casi) a fine anno ci saranno 270mila trattamenti agevolati per un costo di oltre 4 miliardi nel 2019, che diventeranno 48 miliardi nel 2027: un importo – secondo Brambilla – difficilmente sostenibile.

 

Viene poi ribadita, la necessità di dare stabilità e flessibilità al sistema dal momento che le modifiche apportate alla riforma Fornero sono sperimentali ed hanno una scadenza, al cui sopraggiungere ritornerebbero in vigore le norme disposte nel 2011. Lo scenario che Brambilla traccia è il seguente: 67 anni per la vecchiaia con almeno 20 anni di contributi (con adeguamento all’aspettativa di vita); innalzamento dei requisiti, per l’anticipo, a 64 anni (indicizzati all’attesa di vita)  insieme a 37/38 di contributi, con l’inclusione di 2 anni di contribuzione figurativa (dal cui computo sarebbero escluse le tipologie più importanti); possibile sostituzione di quota 100, Ape sociale e Opzione donna con l’introduzione di fondi per l’esubero (previsti dalla legge, ma che scontano la difficoltà delle parti sociali nel darvi corso).

 

Fino a qui nulla da eccepire. Brambilla però propone di stabilizzare a 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne) il pensionamento ordinario di anzianità. A mio avviso, una misura siffatta vanificherebbe l’innalzamento, da 62 a 64 anni, del requisito anagrafico sopra descritto, perché le generazioni di baby boomers pensionande, specie gli uomini, sarebbero in grado di far valere questo requisito contributivo (ricordiamolo: 42 anni e 10 mesi) ben prima di aver raggiunto 64 anni (per giunta indicizzati) di età.  Questo tipo di pensionamento continuerebbe a consentire, per un lungo periodo di tempo, l’esodo di coorti poco più che sessantenni, entrate presto nel mercato del lavoro.

 

Sul versante del lavoro, non è chiaro ciò che potrebbe succedere al jobs act: un provvedimento che non solo è stato molto criticato dal M5S, ma che, a dire la verità, non piace neppure a tanti dem che accusano quel pacchetto di norme (la delega e i decreti delegati) di essere tra le cause della sconfitta elettorale del 2018. Il precedente governo, col c.d. decreto dignità, ha attuato una controriforma del decreto Poletti sul lavoro a termine, introducendo un regime di causalità molto rigido per poter prorogare il rapporto alla scadenza dei primi 12 mesi. Una misura che ha determinato – se ne sono accorti anche i sindacati – un nuovo dualismo nel mercato del lavoro, perché se è vero che sono aumentate le assunzioni a tempo indeterminato, è altrettanto vero che la barriera della causalità ha prodotto un’accelerazione del ricambio di lavoratori a termine alla scadenza del primo anno. Sarebbe quindi opportuno rivedere la tagliola delle causalità, magari riconoscendo un ruolo specifico alla contrattazione collettiva.

 

Per ora la sola modifica sostanziale del jobs act attuata dal precedente governo riguarda la cassa integrazione, nel senso che sono state ripristinate motivazioni che ne consentono l’uso prolungato anche nel caso in cui l’azienda non abbia prospettive serie di ripresa. Tuttavia, chi ha cuore l’apporto innovativo del jobs act è asserragliato sulla linea del Piave: che cosa succederà del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti?  Già ci hanno pensato i giudici delle leggi a cassare una delle principali novità dell’istituto: la certezza dei costi del licenziamento in base ad un calcolo automatico collegato all’anzianità di servizio. Di recente il tribunale di Milano ha accolto la richiesta dei sindacati di sottoporre alla Corte di Giustizia la norma che non prevede la reintegra quando si violano i criteri di priorità nel dare corso ad un licenziamento collettivo. Era questa la principale richiesta di modifica nel programma elettorale di LeU: così è probabile che, da questa forza politica, candidata a far parte della nuova maggioranza, possono venire sollecitazioni in tal senso. Poi ci sono di mezzo i sindacati (per ora ignorati nelle consultazioni) che hanno sempre – in particolare la Cgil – la volpe dell’articolo 18 nascosta sotto l’ascella.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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