15 maggio 2017

Politically (in)correct – La delega per la raccolta dei contributi sindacali nel mirino del M5S

Giuliano Cazzola


Nel punto programmatico riguardante le politiche del lavoro, il M5S tira qualche sasso nella piccionaia del finanziamento dei sindacati.  “Il dipendente e il pensionato – sta scritto –  devono essere liberi di disdire una tessera sindacale che sia davvero rinnovabile: non devono più esistere adesioni che si perpetuano in eterno soltanto in base al principio del silenzio-assenso. Dopo un certo numero di anni, l’iscrizione a un dato sindacato deve essere oggetto di assenso esplicito”. Nel mirino c’è la delega che autorizza il datore di lavoro a trattenere, sul netto mensile in busta paga, la quota associativa (comunemente l’1%) per l’adesione ad un sindacato prescelto dal dipendente.

 

Si tratta, come è ben comprensibile, del flusso più importante di risorse che confluiscono nei bilanci sindacali, per giunta in modo molto pratico, dal momento che tocca alle amministrazioni aziendali trattenere i contributi per versarli nel conto corrente comunicato da ciascuna organizzazione sindacale.

 

La delega è senz’altro volontaria, ma potremmo definirla a tempo indeterminato, perché continua a produrre i suoi effetti fino alla sua revoca (che spesso – come nel pubblico impiego o nel caso dei pensionati – è parecchio laboriosa) o alla cessazione dal servizio o al trasferimento ad altro impiego del lavoratore iscritto. Questa prerogativa trae origine dalla contrattazione collettiva (il rinnovo dei metalmeccanici del 1969) e si è riversata in una norma dello Statuto dei lavoratori (legge n.300 del 1970), poi abrogata da un referendum nel 1995 (lo stesso che ridisegnò l’articolo 19 e i criteri della rappresentanza sindacale in azienda).  Così, l’operazione da allora si basa non più su di una disposizione legislativa ma su di un obbligo contrattuale (che le associazioni imprenditoriali non hanno mai rimesso in discussione).

 

Quanto ai pensionati le loro ritenute associative sono effettuate dall’Inps sulla base di convenzioni (autorizzate dalla legge) che non riguardano solo le pensioni, ma anche altre prestazioni sociali ed interessano pure categorie di lavoro autonomo. Introdurre allora una scadenza delle deleghe dopo un certo numero di anni, costringerebbe i sindacati ad un notevole impegno organizzativo con risultati largamente dipendenti dalla congiuntura di consenso riscontrabile in quel determinato frangente.

 

I “grillini”, poi, se la prendono in termini più generici con i Patronati e i CAAF, che ricevono contributi pubblici per i loro servizi. Ma questo è un aspetto che affronteremo magari un’altra volta.

Oggi si è portati a ritenere che tutto ciò che è in vigore lo sia sempre stato e che il diritto del lavoro sia cominciato nel 1970. Ma non è così. In passato, la raccolta dei contributi sindacali era assai laboriosa. Si trattava, però, di un’azione importante, vista che ci andava di mezzo il finanziamento del sindacato. Per spiegare bene la questione è opportuna una breve cronistoria. Ed un ulteriore passo indietro. Prima del contratto nazionale del 1963 le quote associative erano raccolte dai collettori: militanti sindacali che avevano il compito di avvicinare gli iscritti (in mensa o negli spogliatoi) con molta prudenza, perché i padroni allora erano assai maldisposti verso il sindacato, e farsi consegnare le poche lire del contributo mensile, consegnano in cambio il “bollino” da attaccare sulla tessera (distribuita a parte). È facile immaginare quanto fossero precarie le finanze di un’organizzazione siffatta e quanto modeste fossero le risorse recuperate con tanta fatica.

 

Nel 1963, i sindacati conquistarono un altro metodo di raccolta delle quote. Ogni tre mesi, i datori di lavoro mettevano nella busta paga di tutti i dipendenti un assegno circolare da mille lire. In questo periodo i sindacalisti (esterni al luogo di lavoro) erano mobilitati allo spasimo. Con tante levatacce all’alba. Nei giorni precedenti svolgevano un lavoro di “pastura”, con la distribuzione di volantini che spiegavano quanto fosse importante il sindacato o con lo svolgimento di piccoli comizi volanti (si impiantava sul tetto dell’auto un portabagagli con altoparlanti). Poi, la mattina della paga si presentavano, insieme ai colleghi delle altre federazioni, con dei pacchi di buste rosse dove erano stampigliate (anche la timbratura era stata eseguita in precedenza) le sigle dei sindacati di categoria (nel caso dei metalmeccanici la Fim-Cisl, la Fiom-Cgil e Uilm-Uil) e le si distribuiva ai lavoratori. Occorreva essere molto attenti e veloci perché il grosso dei dipendenti arrivava poco prima che suonassero le sirene. La sera, i funzionari sindacali arrivavano davanti ai cancelli con grandi scatoloni di cartone, a mo’ di urna, e aspettavano che i lavoratori, uscendo, infilassero la busta con incluso il fatidico assegno. Sia in entrata sia in uscita si doveva tener conto dei turni e dei diversi orari di lavoro. Nei giorni successivi, gli attivisti facevano un puntuale lavoro di spigolatura, avvicinando personalmente i lavoratori. Tutto però si svolgeva nell’anonimato. Finita la raccolta, i fiduciari sindacali si spartivano, seduta stante, gli assegni sulla base delle croci tracciate sulle buste. I responsabili di zona più avveduti tenevano un elenco degli iscritti, fabbrica per fabbrica, e lo mettevano a confronto con gli assegni raccolti. In generale, rispetto agli aderenti, erano in numero maggiore i lavoratori che versavano l’assegno. Tanti, però, se lo tenevano. Il sottoscritto, allora giovane dirigente della Fiom, aveva uno zio che gestiva un distributore di benzina dell’AGIP in un quartiere a forte insediamento industriale: nel giorno fatidico raccoglieva centinaia di mini-assegni. Allora, con mille lire ci si procurava un discreto rifornimento di benzina o di miscela per le moto. E gli operai specializzati guadagnavano circa 300 lire l’ora.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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