25 novembre 2019

Politically (in)correct – L’orizzonte del lavoro

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 25 novembre 2019, n. 42

 

Nei giorni scorsi il Coordinamento statistico-attuariale dell’INPS ha diffuso (si veda il Bollettino Adapt n.41/2019) i dati dell’Osservatorio sul lavoro dipendente  privato  nel  corso  del 2018. Il monitoraggio, per la sua completezza, fa aggio rispetto al limite della pubblicazione di statistiche non recenti. E consente di verificare, a posteriori, gli effetti delle misure di incentivazione delle assunzioni a tempo indeterminato di cui alla legge di bilancio 2015, nonché le conseguenze di taluni provvedimenti intervenuti in questi ultimi anni. Nel 2018 il numero di lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi operai agricoli e domestici) con almeno una giornata retribuita nell’anno è stato pari a 15.713.289 (+2,6% rispetto al 2017), con una retribuzione media annua di 21.530 euro e un numero medio di 243 giornate retribuite. Con riferimento alla distribuzione per qualifica, nel 2018 la componente più numerosa è stata quella degli operai che, con 8.729.609 lavoratori, il 55,6% del totale, contro il 36,6% degli impiegati, il 3,8% degli apprendisti, il 3,0% dei quadri e lo 0,8% dei dirigenti. Da rilevare l’incremento, rispetto al 2017, degli apprendisti (+15,1%) favorito anche dalla conclusione delle agevolazioni contributive (legge di bilancio n.190/2014) previste per le assunzioni a tempo indeterminato e per le trasformazioni dal lavoro a termine. Per quanto concerne la struttura per età, nel 2018, le classi col maggior numero di occupati erano quella tra i 45 e i 49 anni con 2.203.056 (14,2% sul totale), e quella tra i 40 e i 44 anni con 2.202.915. Rispetto al genere, i lavoratori maschi rappresentavano il 57,5% del totale. La retribuzione media annua nel 2018, è risultata molto differenziata sia per età sia per genere. In particolare è aumentata al crescere dell’età, almeno fino alla classe 55 – 59, ed è stata costantemente più alta per gli uomini (24.759 euro contro 17.156 euro per le lavoratrici).

 

Nel 2018 il numero medio di lavoratori dipendenti con un orario di lavoro a tempo pieno è stato pari a 9.319.919, il 71,2% del numero medio dei lavoratori, di poco inferiore all’anno precedente (71,4%). La principale forma di lavoro a tempo parziale è stato il part-time orizzontale che nel 2018 ha interessato, in media annua, 3.343.323 lavoratori con un incremento rispetto all’anno precedente pari al 3,2%. Molto più bassi sono risultati i livelli del part-time verticale con 160.865 lavoratori nel 2018 e del part-time di tipo misto (orizzontale e verticale) con 270.629 lavoratori (sempre medie annue): quest’ultima forma di lavoro a tempo parziale presenta incrementi percentuali consistenti rispetto al 2017 (+7,1%). La composizione per genere evidenzia che il part-time è una peculiarità prevalentemente femminile: nelle tre forme di part-time, orizzontale verticale e misto, la componente femminile nel 2018 ha rappresentato rispettivamente il 66,7%, il 65,4% e il 70,3%.

 

 

Dalla distribuzione mensile dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato nel periodo 2009-2018 si è osservato un lungo trend decrescente culminato nel minimo di febbraio 2015 (sotto 10 milioni di occupati). Tra marzo e dicembre 2015 c’è stato un forte incremento, in particolare negli ultimi mesi dell’anno, legato evidentemente agli effetti della legge 190/2014 (esonero contributivo triennale per le nuove assunzioni a tempo indeterminato e per le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato). Il livello raggiunto si è mantenuto, poi, tendenzialmente stabile fino ai primi mesi del 2017, a cui è seguito un leggero calo; infine, dalla seconda metà del 2018,  si è avuto un nuovo trend di ripresa.

 

 

La distribuzione mensile dei lavoratori dipendenti a tempo determinato nel medesimo periodo 2009-2018 ha presentato, in parallelo, un trend leggermente crescente nei primi anni, con un picco di stagionalità a giugno 2011 con oltre 1,9 milioni di lavoratori. È seguito un calo consistente dalla fine del 2012 ai primi mesi del 2013 e successivamente un periodo di stabilità. Nella seconda metà del 2015 si è registra un nuovo calo (effetti della legge n. 190/2014) mentre a partire dall’aprile 2017 si è osservata una crescita prolungata, riconducibile anche all’abolizione dei voucher avvenuta nel marzo 2017, con una punta massima, limitatamente al periodo considerato, a giugno 2018 con 2.569.628 lavoratori.

 

 

I dati (destagionalizzati) sui lavoratori in regime di somministrazione (Ebitemp, novembre 2019) si intrecciano con quelli di altre forme di occupazione, con particolare riferimento al lavoro a termine.  Il rapporto fra occupazione in somministrazione e occupazione totale è pari all’ 1,77% a settembre 2019 contro l’1,89% di settembre 2018. Rispetto al totale dell’occupazione a termine la somministrazione pesa per il 13,32% contro il 14,19% di settembre 2018. In rapporto all’occupazione dipendente la somministrazione pesa per il 2,28%, contro il 2,45% di settembre 2018.  Quanto al fabbisogno occupazionale 2019-2023, il modello Excelsior-Anpal di stima prevede complessivamente che tra il 2019 e il 2023 lo stock nazionale di occupati possa crescere in una misura compresa tra 374.000 e 559.000 unità, a un tasso medio annuo che potrà quindi variare tra lo 0,3% e lo 0,5%. L’expansion demand (come effetto della crescita e dello sviluppo), sarà trainata dalla componente relativa ai lavoratori dipendenti, che si prevede possa crescere a un tasso annuo compreso tra lo 0,5% e lo 0,6%; mentre i lavoratori indipendenti potranno andare da un minimo del -0,2% e un massimo dello 0% (cioè nel migliore dei casi resteranno invariati).  Per quanto riguarda l’andamento previsto della replacement demand (in pratica la ricomposizione del turn over) questa potrà variare tra 2.351.700 e 2.470.700 unità nel periodo 2019-2023. Si stima un tasso medio annuo di replacement compreso tra l’1,9% e il 2% per i lavoratori dipendenti, mentre si dovrebbe attestarsi intorno al 2,6-2,7% per i lavoratori indipendenti. Il settore privato coprirà tra il 75% e il 76% della replacement demand, mentre il settore pubblico concorrerà per una quota compresa tra il 24% e il 25% del totale. Le nuove tecnologie digitali non interesseranno, però, solo la expansion demand con la creazione di nuove professioni emergenti, ma riguarderanno l’intera platea di replacement demand con il mutamento delle competenze richieste ai nuovi entrati nelle professioni esistenti, le quali, anche se non cambieranno nel nome, lo faranno, in modo più o meno rilevante, nel contenuto professionale.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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