8 aprile 2019

Politically (in)correct – INPPS 2019: Istituto Nazionale Populista di Previdenza Sociale

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 8 aprile 2019, n. 14

 

Sono uno dei pochi in Italia in grado di scrivere, da testimone diretto, la storia dell’Inps e dei suoi presidenti, almeno dal 1987 ad oggi.  Da quella data, ho lavorato a stretto contatto con tutti i presidenti dell’Inps dapprima come segretario della Cgil responsabile delle politiche sociali, poi come componente e presidente dei collegi sindacali dei due enti più importanti (prima l’Inpdap, poi l’Inps) dal 1994 al 2007; in seguito, in qualità di vice presidente della Commissione Lavoro della Camera.

 

In verità potrei risalire addirittura al 1970, quando la riforma del 1969 (legge n.153) affidò alle parti sociali la gestione dell’Istituto, assegnando la maggioranza in consiglio di amministrazione ai rappresentati dei lavoratori che così esprimevano, a rotazione ogni 4 anni, il presidente. La sequenza fu: Cgil, Cisl, Uil, Cgil, Cisl.

 

Poi nel 1994, dopo il capitolo di Tangentopoli connesso alla compravendita di immobili da parte degli enti previdenziali  (furono coinvolte anche persone legate alle organizzazioni sindacali, poi quasi tutte scagionate), venne istituito (col dlgs n.479) il c.d. modello duale a valere per tutti gli enti:  il Consiglio di indirizzo e vigilanza in cui siedono i rappresentanti delle parti sociali in modo paritetico (anche in questo caso l’organo è presieduto da un sindacalista a rotazione tra le principali confederazioni); il presidente e il CdA nominati dal governo. Ulteriori organi il collegio dei sindaci e il direttore generale.

 

La cordata dei presidenti di nomina governativa iniziò con il mitico Gianni Billia, il manager che in qualità di direttore generale promosse, con un’ampia visione del futuro, l’informatizzazione dell’Istituto. Poi fu la volta di Massimo Paci. Fabio Trizzino (già direttore generale di Billia), nominato dopo Paci, morì pochi giorni dopo. L’Istituto fu commissariato dal ministro Roberto Maroni che affidò l’incarico ad un suo consigliere, GianPaolo Sassi, che successivamente ne divenne presidente (cumulando un lungo periodo da commissario con il mandato canonico da presidente).

 

Nella XVI legislatura, furono soppressi i CdA e i loro poteri trasferiti al presidente. Sempre in quella legislatura si è proceduto a processi di incorporazione e fusione tra i diversi enti, tanto che ora troneggia, a fianco dell’Inail – divenuto polo della sicurezza –  il SuperInps (che ha assorbito, dopo Ipost, anche Inpdap e Enpals) affidandone la gestione ad Antonio Mastrapasqua (che presiedeva l’Inps dal 2008) fino a tutto il 2014, proprio per portare a termine il percorso dell’unificazione. Vicende giudiziarie imposero le dimissioni del superpresidente.

 

Poi fu il turno di due commissari straordinari: prima Vittorio Conti, poi Tiziano Treu. Quest’ultimo sembrava destinato a diventare il nuovo presidente, fino a quando l’ambito incarico non venne conferito dal Governo Renzi al prof. Tito Boeri. Ignoro quali siano stati i motivi di tale scelta, soprattutto in sostituzione di una persona di grande valore e multiforme esperienza come Treu. Tanto più non sono a conoscenza delle “regole di ingaggio” che Boeri aveva ricevuto, al momento della nomina.  Fatto sta che Boeri non ha avuto buoni rapporti con i governi in carica. I suoi predecessori si erano trovati, spesso, a gestire l’Istituto anche in tempi in cui aveva vinto le elezioni un esecutivo di diverso coloro politico di quello che li aveva nominati. Ma si trattava comunque di un’alternativa all’interno di un sistema condiviso. Al professore della Bocconi è capitato di continuare a guidare la “fabbrica delle pensioni” durante un vero e proprio cambiamento di regime dopo le elezioni del 2018. E lo ha fatto con onore e dignità, incurante delle critiche che riceveva dai nuovi potenti.

 

Va detto che la governance monocratica dell’Ente aveva suscitato ben presto delle riserve tra le forze politiche, che denunciavano, strumentalmente, ai tempi di Mastrapasqua, la questione di “un uomo solo al comando”. Nella XVI Legislatura i gruppi indussero il ministro Elsa Fornero (che nel frattempo aveva completato l’incorporazione nel SuperInps) a costituire una commissione di studio che varò anche una proposta, finita poi nel fondo di un cassetto, a causa della caduta del governo Monti e delle elezioni anticipate. Anche nella XVII Legislatura vi furono iniziative sul tema di una governance collegiale (consistenti nel ripristino del CdA) che però non approdarono a nulla.

 

Il governo giallo-verde, invece, non ha perso tempo. Nel decretone sul RdC e quota 100 (dl n.4/2019), recentemente convertito dal Parlamento, è stata inserita una norma che prevede un nuovo ordinamento dei maggiori enti previdenziali (Inps e Inail). Ai sensi della normativa previgente, sono organi dell’INPS e dell’INAIL: il presidente, il consiglio di indirizzo e vigilanza, il collegio dei sindaci, il direttore generale. Il dl n.4/2019 ha inserito tra gli organi degli enti in oggetto il consiglio di amministrazione. La novella ripristina, quindi, tale organo, già previsto prima dell’entrata in vigore del decreto legge n. 78 del 2010, il quale – come già ricordato –  lo aveva soppresso attribuendo le sue funzioni al Presidente dell’ente. A seguito delle modifiche approvate durante l’esame in sede referente si è aggiunta la figura del Vice Presidente tra gli organi degli enti in oggetto. In sostanza, nella spartizione tra i due azionisti di maggioranza il Presidente è toccato al M5S e il vice alla Lega.

 

Per ora, dopo la scadenza del mandato di Boeri, sono stati nominati un commissario (Pasquale Tridico, stretto collaboratore del ministro Di Maio e “padre” del RdC) e un subcommissario (Adriano Morrone). Il loro compito è quello di dedicarsi alla liquidazione del RdC e delle pensioni in quota 100, il più presto possibile e prima delle elezioni europee. Probabilmente sarà disposta – è già stato proposto per le pensioni – un’erogazione provvisoria a chiunque abbia presentato la domanda, con la riserva di esaminare successivamente la corrispondenza della documentazione ai requisiti richiesti.  Negli ambienti governativi – sia per il reddito che per le pensioni – ci si aspettava di più. I numeri sono ritenuti deludenti. Non sarà che gli italiani sono più saggi di chi li governa?

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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