7 gennaio 2020

Politically (in)correct – Il sindacato al tempo dei giganti 

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 7 gennaio 2020, n. 1

 

“Passato prossimo, Memorie di un sindacalista d’assalto, 1973-1985” (Castelvecchi, 2019) è un saggio che Pierre Carniti scrisse nel 2003, ma che non era mai stato pubblicato. A darlo alle stampe è stato Marco Bentivogli (l’attuale leader della Fim-Cisl e vero erede di Pierre) che ha scritto un’ampia prefazione. Bentivogli potrebbe essere definito un “figlio d’arte” perché suo padre Franco fu uno stretto collaboratore di Carniti e suo successore alla guida della federazione dei metalmeccanici, quando Pierre entrò in segreteria confederale. 

 

Il libro narra, con la testimonianza di uno dei principali protagonisti, le vicende di un periodo cruciale della storia del sindacato in Italia, saldamente intrecciata con quella del Paese. Si tratta di eventi lontani, ancora più adesso di quando vennero scritti. Eventi – come afferma Pierre – che costituiscono, tuttavia, un “passato prossimo”, il tempo di un verbo che richiama azioni del passato che producono ancora degli effetti sul presente

 

In quei 12 anni venne varato e naufragò il progetto di riunificazione sindacale; fu messo in campo il tentativo di trasformare il sindacato in un soggetto politico (la c.d. strategia dell’Eur), che si frantumò quando venne meno, a livello del governo del Paese, il disegno della “solidarietà nazionale” che consisteva nell’associare il Pci (e le classi lavoratrici) nelle sfide di quei tempi. Il saggio ne descrive le cause e le dimensioni– le due crisi petrolifere e la fine dei cambi fissi negoziati a Bretton Woods – che sconvolsero gli assetti e gli equilibri dell’economia mondiale.

 

Per chi come il sottoscritto, “c’era” la lettura di queste pagine dà il senso di riavvolgere la moviola della propria vita e rivedere dall’angolo di visuale di un protagonista di primo piano le vicende di cui si è stati partecipi, magari combattendo in trincea.  Credo però che, in un Paese che ha perso la memoria, si debba avere la mia età per comprendere quella fase ed apprezzare compiutamente lo scritto di Carniti

 

La ricostruzione storica parte dall’ultimo anno (il 1973) in cui Carniti rimase alla guida della Fim (per amministrare al meglio il rimpallo che i gruppi dirigenti metalmeccanici avevano subito con il blocco del processo di riunificazione e la costituzione della c.d. Federazione unitaria) e per concludere la stesura dell’importante ed innovativo contratto del 1972. L’anno dopo entrò in Confederazione come segretario generale aggiunto di Luigi Macario a cui subentrò nel 1979. Pierre continuò a guidare la Cisl fino al 1985, quando si ritirò spontaneamente dopo il successo nel referendum (e la sconfitta del  Pci che l’aveva promosso), per l’abrogazione del decreto Craxi dell’anno precedente che aveva rallentato gli effetti inflazionistici della scala mobile e che era stato condiviso da Cisl, Uil e corrente socialista (non da quella comunista) della Cgil. 

 

In quegli anni sono tanti gli avvenimenti che sconvolsero lo scenario politico e sindacale. A partire dal terrorismo: la Cisl assistette all’assassinio  di Ezio Tarantelli, l’economista che aveva persuaso Carniti della necessità di rivedere l’istituto dell’indennità di contingenza, che consolidava l’inflazione e gonfiava apparentemente le retribuzioni, avvelenando le fonti dell’economia. L’evento centrale di quel periodo fu – come abbiamo ricordato prima – il nuovo quadro politico che condusse ai governi della solidarietà nazionale. Aldo Moro pagò con la vita la sua attenzione per coinvolgimento del Pci; il suo omicidio – tuttora avvolto da aspetti non chiariti – per mano delle BR mutò il corso della storia del Paese

 

Se dovessi trovare un  filo conduttore di quel “Passato prossimo” penso che andrei a cercarlo nel rapporto tra sindacato unitario e politica, che ebbe il suo epicentro nel 1978 con il varo della c.d. Piattaforma dell’Eur, un documento che, in fondo, proponeva ai governi di solidarietà nazionale uno scambio tra una politica di moderazione salariale e l’avvio di riforme che (allora si chiamavano) di struttura. Non sorprese e non sorprende tuttora che la Cgil di Luciano Lama portasse avanti quella linea, nei fatti fiancheggiando la scelta del “compromesso storico” in cui era impegnato il Pci. 

 

Ma perché – mentre la Uil di Giorgio Benvenuto faceva il gioco di Bettino Craxi che non vedeva di buon occhio l’embrassons nous tra Dc e Pci – la Cisl di Carniti aveva aderito a quella impostazione e condiviso la c.d. strategia dell’Eur? Non era certo venuto meno uno dei cardini della cultura originaria della Confederazione di Via Po: l’autonomia dai partiti. In quella scelta c’era invece l’originalità del pensiero di Pierre: il sindacato “soggetto politico” che affronta come tale i problemi del Paese, assumendosi una diretta responsabilità. Una cosa diversa dal pansindacalismo della prima ora, proprio perché la nuova impostazione non era ostile alla politica, ma intendeva promuovere l’azione autonoma del sindacato senza alcuna delega ai partiti

 

Paradossalmente, Pierre  Carniti fu coerente con tale approccio culturale e pratico fino alla fine. Mentre la Cgil visse un periodo di doppia personalità dopo che il Pci aveva denunciato la politica di austerità portata avanti durante la solidarietà nazionale – nel senso che il Partito aveva deciso di intervenire direttamente sulle scelte a cui i lavoratori erano chiamati unitariamente dai sindacati – la Cisl rimase coerente non tanto con la piattaforma dell’Eur, quanto piuttosto con la difesa e l’affermazione del ruolo politico ed autonomo del sindacato, in quanto protagonista del destino di un Paese che era poi coincidente con l’interesse dei lavoratori. Fu  questo l’orientamento che portò alla clamorosa rottura con la Cgil (e al suo isolamento) dopo il decreto del 14 febbraio 1984 e all’ulteriore competizione, l’anno successivo, nel referendum

 

Dopo quella vicenda Carniti decise di lasciare la guida della Cisl, rivendicando nell’indirizzo di saluto, di “aver combattuto la buona battaglia”. Ma da uomo dell’unità non volle essere lui a gestire il ritorno del “tempo degli Unni”. Ma durante la vertenza sulla scala mobile fu irremovibile. Carniti, venuto a conoscenza del fatto che Bettino Craxi, per non inimicarsi troppo la maggioranza della Cgil (era grande la sua stima per Lama) e il Pci, aveva intenzione di ammorbidire il decreto, scrisse una lettera al premier in cui precisava che la Cisl era impegnata solo per quanto era stato concordato.  

 

Pierre ricorda, poi,  un episodio (peraltro confermato da Giorgio Benvenuto) che dimostra di che pasta fossero formati i leader della  generazione di sindacalisti che subentrò a quella dei fondatori a cui la politica impose di rompere il fragile Patto (di Roma) stipulato nel 1943 dai risorti partiti democratici ed antifascisti. Il giorno che precedeva una grande manifestazione contro il decreto Craxi (la questione che aveva diviso profondamente il sindacato) il leader della Cgil, il comunista Luciano Lama, che ne sarebbe stato l’oratore ufficiale, si premurò di mandare a Carniti e a Benvenuto la scaletta del comizio che intendeva svolgere. Era questo lo stile; al tempo dei giganti. 

 

Una particolare sottolineatura merita il capitolo dedicato alla vertenza Fiat dell’autunno del 1980 (con i suoi 35 giorni di sciopero ad oltranza): una vertenza chiusa con la sensazione di una sconfitta di quelle che costringevano il sindacato ad interrogarsi sugli errori compiuti e a cambiare linea di condotta.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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