Politically (in)correct – Il contributo essenziale dell’Inps nella denuncia delle fake news

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Nei giorni scorsi ha avuto luogo la presentazione del XVII Rapporto dell’Inps, riguardante, nel complesso, la situazione economica, occupazionale e sociale del Paese. L’Istituto di via Ciro il Grande (nomen omen) è un osservatorio qualificato e privilegiato. Come un “Grande fratello” buono entra in tutte le case e in tutti i posti di lavoro; vanta un bilancio che è secondo soltanto a quello dello Stato (dal quale riceve 110 miliardi di trasferimenti) provvede a gestire non solo le pensioni, ma anche le altre prestazioni previdenziali (malattia, maternità, ANF, disoccupazione involontaria, ecc.), i c.d. ammortizzatori sociali, gli sgravi contributivi per le aziende, le misure di carattere assistenziale (attraverso la GIAS).

 

Il Rapporto, col trascorrere degli anni – soprattutto durante la presidenza Boeri – è migliorato in qualità, per il monitoraggio dell’occupazione in generale e delle sue diverse tipologie, ma soprattutto fornisce un quadro esaustivo di tutte le prestazioni erogate, in stretto rapporto, dinamico e basato su dati reali, con gli effetti dei provvedimenti di legge che le hanno istituite e le riguardano. Se proprio c’è da notare una criticità, a chi scrive il XVII Rapporto è sembrato molto laconico per quanto riguarda l’esposizione dei dati di bilancio dell’Istituto, anche se è riportato il saldo di esercizio del 2017 negativo per 6,9 miliardi (6,2 miliardi nel 2016) mentre la situazione patrimoniale, pertanto, si attesta anch’essa più o meno su quell’importo dopo aver azzerato il modesto avanzo di 78 milioni dell’anno precedente.

 

Come è noto, la relazione del Presidente Tito Boeri ha scatenato una dura polemica politica, con toni inaccettabili da parte del ministro Matteo Salvini, sulla questione degli immigrati. Sullo sfondo di tale polemica ci stanno, da parte di ambedue i contendenti, delle ambiguità non chiarite. Sia Salvini che Boeri fanno riferimento all’immigrazione regolare. Il ministro non la vuole confondere con i “clandestini” e si dichiara consapevole del ruolo che essa svolge nel mercato del lavoro. Tuttavia, nel pensiero leghista c’è sempre un sottofondo che non tarda a manifestarsi: anche degli immigrati regolari potremmo fare a meno e cavarcela da soli con i nostri giovani i quali, invece, sono costretti ad espatriare.

 

Per Boeri, il contributo essenziale sul piano demografico e quindi occupazionale e finanziario al sistema pensionistico è quello che proviene dall’immigrazione regolare e attiva, con un saldo positivo, tra contributi versati e prestazioni riscosse, di ben 5 miliardi. Dimentica il presidente di aggiungere che si tratta di una situazione necessariamente in evoluzione: gli immigrati sono tendenzialmente giovani e quindi in attività. Ma la ruota della vita è destinata a girare anche per loro; e verrà il momento che passeranno nel novero degli assistiti. In fondo tra i due ragionamenti esiste un filone comune che porta – hic Rodhus hic salta –  dall’accoglienza all’integrazione.

 

Resta solo da chiedersi fino a che punto sia sostenibile una considerazione un po’ apodittica del prof. Boeri, quando afferma che «per ridurre l’immigrazione clandestina bisogna aumentare quella regolare». È vero che i due fenomeni si muovono all’interno di una medesima “area grigia” (è frequente il caso che i “regolari” siano entrati nel Paese da “clandestini”, poi regolarizzati delle sanatorie), ma occorre mettersi in condizione di governare questi processi, non lasciarli alla tragica spontaneità dell’accoglienza se non si è in grado di fare il salto di qualità dell’integrazione.

 

Del resto che l’aumento dei lavoratori stranieri sia un’esigenza per il nostro Paese è indicato anche dallo scenario nazionale di base della RGS che ipotizza un incremento della spesa pensionistica sul Pil (il 16,3% anziché il 15,6% nel 2040) principalmente in conseguenza del deterioramento del quadro demografico. Determinante di fondo è la stima di una riduzione del flusso netto di immigrati (media annua di 154mila unità contro le 209mila della precedente previsione) che ridimensiona l’offerta di lavoro e quindi di occupati, determinando una contrazione del tasso di crescita medio del Pil reale (-0,3%).

 

Sull’offerta di lavoro influiscono, in aggiunta al flusso netto di immigrati, la revisione al ribasso del tasso di fecondità (valore iniziale del 2016 pari a 1,34 figli per donna in condizione fertile rispetto al precedente 1,44%). La differenza di stima nella spesa pensionistica comporta un effetto cumulato (si veda anche il Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica a cura della Corte dei Conti) sul debito pubblico in rapporto al Pil pari a 8,9 punti percentuali nel 2040 (circa 150 miliardi di euro 2016) e di 32,6 punti alla fine del periodo di previsione.

 

Ma del tema immigrazione si è parlato a lungo nei giorni scorsi: ad insistere su questo tema si mortificherebbero altri argomenti trattati nel Rapporto, ognuno dei quali meriterebbe un ampio riferimento. L’Inps ha messo a fuoco, infatti, tante altre questioni che stanno, sia pure in modo sbilenco, al centro del dibattito.

 

Al di là del balletto dei costi e delle coperture, il presidente Boeri, nella sua relazione, ha fatto delle affermazioni risolutive per quanto riguarda l’impostazione basilare delle proposte contenute nel programma giallo-verde (i colori dell’itterizia e della bile) e costruite sulla centralità del pensionamento anticipato. “Ripristinare le pensioni d’anzianità significa ridurre il reddito netto dei lavoratori. In un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro – ha ribadito –  i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva. Oggi abbiamo circa 2 pensionati per ogni 3 lavoratori. Questo rapporto è destinato a salire nei prossimi anni. Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale a legislazione invariata, a partire dal 2045 avremo addirittura un solo lavoratore per pensionato. Oggi un reddito pensionistico vale l’83% del salario medio. In queste condizioni, con un solo lavoratore per pensionato, quattro euro su cinque guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare la pensione a chi si è ritirato dalla vita attiva. Il passaggio al sistema contributivo (ci sono dei progetti in proposito? ndr), con regole pensionistiche meno generose, serve proprio ad evitare che questo avvenga. Ma se dovessimo oggi – ha continuato il presidente dell’Inps – abbassare l’età di pensionamento con prestazioni che hanno ancora una forte componente retributiva, condanneremmo i lavoratori a destinare fino a due terzi del proprio salario al pagamento delle pensioni. Ad esempio, ripristinando le pensioni di anzianità con quota 100 (o 41 anni di contributi) si avrebbero subito circa 750mila pensionati in più”.

 

Spulciando nel Rapporto si scoprono altre scomode verità su questo tema. Restringendo ancora di più l’attenzione alle sole prestazioni di vecchiaia e anzianità/anticipata ci si accorge che sono le seconde ad aver presentato la dinamica di spesa più sostenuta. Se nel 1995 (prima della entrata in vigore della riforma Dini che pure introdusse un requisito anagrafico per usufruire di quel trattamento) la spesa per pensioni di anzianità/anticipata rappresentava il 25% del totale della spesa per prestazioni pensionistiche da lavoro (al netto dei prepensionamenti), la quota è continuata ad aumentare per arrivare a più del 45% nel 2016. Va però sottolineato che questa crescita è accompagnata da un progressivo incremento dell’età a cui è consentito l’anticipo”.

 

Nel periodo esaminato è cambiato in maniera significativa anche il valore dell’età media al pensionamento. Sia per le pensioni di vecchiaia che per quelle di anzianità/ anticipata si registra una importante tendenza alla crescita dell’età di uscita dal mercato del lavoro. La crescita è continuata lungo tutto il periodo esaminato e sostanzialmente simile per le due tipologie di pensione, seppure più discontinua nel caso delle pensioni di anzianità/anticipata. In media nel periodo esaminato l’incremento si aggira intorno ai 5 anni.  Questo è un aspetto rilevante quando si vuole valutare l’adeguatezza delle prestazioni in quanto ad età di pensionamento più elevate corrispondono maggiori anzianità contributive e dunque importi medi delle prestazioni maggiori, seppure calcolate con la regola retributiva che ancora non incorpora le aspettative di vita al pensionamento nella formula di computo della prestazione.

 

Sempre nel dibattito di questi mesi ci si è chiesti quali siano stati gli effetti indotti dalle incentivazioni a favore delle assunzioni a tempo indeterminato. E di conseguenza che cosa sia successo ai lavoratori assunti dalle aziende che hanno usufruito di queste agevolazioni. La vulgata è quella di un giudizio sostanzialmente negativo per ambedue le fattispecie, che tuttavia è parzialmente smentito dai dati. Al di là di una valutazione corretta del rapporto costi/benefici, secondo il Rapporto, la crescita del tempo indeterminato è stata rapidissima nel 2015 e, successivamente, il livello raggiunto è stato sostanzialmente difeso. La modesta flessione osservata sul finire del 2017 (anche per l’attesa degli sgravi previsti per gli under 35 ed entrati in vigore il primo gennaio 2018) è stata recuperata nei primi mesi del 2018. Complessivamente si può dire, con il Rapporto, che, dopo il boom del 2015, gli ulteriori schemi di incentivazione adottati (dall’esonero 2016 a Garanzia Giovani etc.) hanno contribuito ad assicurare il turn-over – vale a dire un numero di assunzioni tale da controbilanciare l’insieme delle cessazioni determinate da pensionamenti, licenziamenti o dimissioni – ma non sono stati in grado o non hanno potuto produrre ulteriori incrementi in valore assoluto.           
Per quanto riguarda specificamente la dinamica dei flussi di nuovi rapporti a tempo indeterminato nel primo trimestre 2018 merita segnalare la netta differenza tra le performance delle regioni del Nord e quelle delle regioni del Sud. Per le prime la numerosità delle attivazioni a tempo indeterminato nel primo trimestre 2018 si è avvicinata ai livelli massimi del 2015, è risultata ben maggiore a quella del biennio 2016-2017 e ha riguardato in modo particolare i giovani attorno ai 30 anni, raccogliendo quindi anche la spinta dovuta al nuovo sgravio strutturale; per le regioni del Sud, invece, non si nota alcuno scostamento rispetto al trend.

 

Oltre che sulla sopravvivenza dei rapporti di lavoro agevolati, si temeva una possibile ondata di licenziamenti sul finire del triennio incentivato con la decontribuzione 2015. Tale triennio si è concluso a gennaio 2018 per le attivazioni di gennaio 2015, a febbraio 2018 per le attivazioni di febbraio 2015 e così seguendo le misure previste nelle successive leggi di bilancio. Secondo talune previsioni critiche, i rapporti di lavoro agevolati sarebbero destinati ad esaurirsi appena e solo quando l’incentivo non è più attivo.

 

Una verifica puntuale se i tassi di licenziamento siano effettivamente “esplosi” alla fine del triennio agevolato può essere proposta per le attivazioni a tempo indeterminato del primo trimestre 2015. Per confronto, ai tassi mensili di licenziamento dei rapporti attivati con esonero nel primo trimestre 2015 il Rapporto accosta i tassi di licenziamento dei rapporti attivati nel primo trimestre 2014: tra questi, per ottenere un gruppo di controllo maggiormente omogeneo con i rapporti esonerati del 2015, vengono selezionati solo i rapporti che avrebbero avuto il requisito essenziale per l’esonero, vale a dire l’assenza di altri rapporti di lavoro a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti. Il risultato è che il tasso di licenziamento per i rapporti agevolati attivati nel 2015 è minore di quello osservato nel 2014 per i primi 18 mesi mentre si è del tutto normalizzato successivamente, senza alcuna apprezzabile anomalia di comportamento anche attorno ai 36 mesi. Quanto la realtà si differenzi da queste attese pessimiste è evidenziato dal confronto tra i tassi di sopravvivenza per tutti i rapporti di lavoro a tempo indeterminato iniziati tra il 2014 e il 2016.  Secondo il Rapporto si registra che:

 

a. il tasso standard di sopravvivenza a un anno per le attivazioni a tempo indeterminato si aggira attorno ai due terzi. Per i rapporti esonerati con le decontribuzioni 2015 e 2016 esso risulta maggiore, pari rispettivamente al 79% e al 75%. Ciò spiega il tasso complessivo di sopravvivenza più alto per le attivazioni 2015 (71%);

b. il tasso standard di sopravvivenza a due anni si colloca attorno al 50%; per le attivazioni 2015 è risultato più elevato (58%) per effetto della maggior sopravvivenza segnalata per i rapporti esonerati (65%).

c. il tasso standard di sopravvivenza a tre anni si colloca poco sopra il 40%; i rapporti attivati nel 2015 si collocheranno probabilmente su valori prossimi al 50%.

 

Se, infine, si passa a valutare, anziché l’incidenza sui flussi di attivazione, quella sugli stock, assumendo due anni come ipotesi media di durata di un rapporto incentivato, è possibile stimare che fisiologicamente la quota di rapporti a tempo indeterminato agevolati sul relativo totale sia al di sotto del 10%. In alcuni momenti peraltro (ad es. nel 2016) tale incidenza può aver superato il 20%. Pertanto non pare che le agevolazioni abbiano influito più di tanto sulla ripresa del mercato del lavoro. Sicuramente meno di quanto sia attribuibile al contestato decreto Poletti del 2014 sulla liberalizzazione dei contratti a termine: una misura che oggi viene messa in discussione.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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