12 febbraio 2018

Politically (in)correct – Giornalisti: quando si fa la morale con l’etica degli altri

Giuliano Cazzola


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Nei giorni scorsi, un noto conduttore televisivo si è lasciato scappare un’affermazione solenne a proposito del saggio “La Casta” di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella, definendolo “il libro che ha cambiato la storia politica del Paese”.  Un siffatto elogio mi ha ricordato ciò che disse un celebre Maresciallo con riferimento a “Le mie prigioni” di Silvio Pellico: che la pubblicazione di quel libro era costata all’Impero degli Asburgo più di una battaglia perduta. “La Casta”, infatti, ha dato il via ad un fortunato filone letterario che ha contribuito a screditare – ben al di sopra dei suoi demeriti effettivi – la c.d. classe politica italiana, che non solo ha subito tutte le possibili sottoposizioni alle gogne mediatiche, ma che è ancora braccata fin negli atrii muscosi e nei fori cadenti in cui sono andati a nascondersi gli ultimi superstiti.

 

L’aspetto singolare è che le attenzioni rivolte alle altre Caste (un bravo giornalista come Stefano Livadiotti si è occupato dei privilegi dei magistrati e dei sindacalisti) sono scivolate via come l’acqua sulla pietra, nel disinteresse dell’opinione pubblica. In un Paese i cui abitanti vorrebbero percepire la pensione quando ricevono il sacramento della Cresima, per suscitare la più accanita invidia sociale nei confronti di qualcuno occorre denunciare quanto percepisce di pensione o, ancora meglio, di vitalizio (Papè Satan. Papé Satan, aleppe). E i giornalisti d’assalto si sono conquistati delle fortune scrivendo di “pensioni d’oro” e di quant’altro va annoverato come inaccettabile privilegio, che stride contro l’incerto futuro dei giovani. Dimenticandosi sempre, però, di appartenere ad una delle categorie che garantiscono un alto livello di protezione agli insiders e “freddo e stridore di denti” a chi si accinge ad intraprendere questa nobile professione.

 

Per farla breve (ne abbiamo già scritto ampiamente in questa rubrica) la categoria dei giornalisti è quella che eroga, attraverso l’Inpgi,  un discreto livello di pensione (in media 50-55 mila euro l’anno: il terzo posto dopo i notai e i docenti universitari) a chi è già in quiescenza o è in procinto di andarvi (molti, vista la crisi del settore, stanno usufruendo del  prepensionamento a 58 anni), mentre i nuovi entranti patiscono uno dei più gravi stati di precarietà tra quelli che fanno da leitmotiv nelle giaculatorie sui giovani.

 

Non intendiamo essere cattivi profeti, ma è nostra convinzione che non trascorreranno troppi anni prima che l’Inpgi (la Cassa previdenziale dei giornalisti in regime di privatizzazione come le gestioni dei liberi professionisti) chieda di trasferirsi all’Inps. Peraltro, mentre i giornalisti quando parlano di pensioni (degli altri) si trasformano in veri e propri propagandisti del calcolo contributivo, nel loro Istituto lo hanno applicato pro rata e per ultimi.

 

Ma la cuccagna – peraltro in via d’estinzione – non si esaurisce qui. Un recente accordo tra la Fieg (la federazione degli editori) e la Fnsi (il sindacato unitario dei giornalisti) ha messo in liquidazione un fondo che erogava un’indennità definita fissa (e che adesso si chiama in gergo “ex fissa”). La strada scelta prevede, fermo restando il credito maturato da ciascun giornalista, la possibilità di aderire ad un’opzione su base esclusivamente volontaria. L’opzione consiste nel richiedere la liquidazione del 50 per cento, del 55 per cento o del 60 per cento della somma maturata, rispettivamente in una, tre o cinque rate annuali.  È opportuno, tuttavia, ricostruire un po’ di storia, avvalendoci di una documentazione chiara e trasparente della stessa Fnsi.

 

La “fissa” era un istituto del contratto nazionale di lavoro giornalistico introdotto nel 1919 e rimasto in vigore fino al 1981: le prestazioni erano a carico della singola azienda. L’indennità fissa fu abolita con il contratto in vigore dal 1° gennaio 1982 e sostituita con l’indennità di mancato preavviso in caso di risoluzione del rapporto di lavoro da parte dell’azienda. In quello stesso contratto si confermò, comunque, che l’indennità fissa continuava ad essere erogata dalle rispettive aziende nei casi di dimissioni del giornalista con 55 anni di età e 10 anni di anzianità aziendale, ovvero con un’anzianità aziendale superiore a 15 anni, a prescindere dall’età anagrafica. Sempre con quel contratto le parti si impegnavano a concordare una diversa successiva disciplina contrattuale per salvaguardare il beneficio economico della “fissa” senza oneri aggiuntivi per le aziende. Con il contratto sottoscritto da Fieg e Fnsi il 15 luglio 1985 fu raggiunto un “accordo per prestazioni previdenziali integrative“, che prevedeva la costituzione di una gestione speciale presso l’Inpgi, a seguito di una convenzione stipulata tra Fieg, Fnsi e lo stesso Inpgi, in base alla quale, a decorrere dal 1° dicembre 1985, i giornalisti avrebbero avuto diritto a percepire al momento del pensionamento una “prestazione previdenziale integrativa” dalla gestione speciale Inpgi, in sostituzione della ex indennità fissa, che acquisivano in precedenza da parte dell’azienda al momento della risoluzione del rapporto. La nuova prestazione previdenziale integrativa poteva concretizzarsi, in base all’opzione del giornalista, nella liquidazione del capitale o nella liquidazione in rendita del capitale maturato. L’importo era compreso fra le 7 e le 13 mensilità, calcolate sull’ultima retribuzione comprensiva dei ratei di tredicesima e indennità redazionale.

 

I casi previsti per ottenere la prestazione erano i seguenti:

1. dimissioni dopo almeno 15 anni di servizio presso la stessa azienda;

2. dimissioni dopo almeno 10 anni di servizio presso la stessa azienda avendo superato il 55° anno di età;

3. dimissioni dopo almeno 3 anni di servizio presso la stessa azienda avendo superato il 60° anno di età.

 

A tali casi fu aggiunto anche quello della cessazione del rapporto di lavoro per decesso (che sostituiva l’indennità di mancato preavviso a carico dell’azienda, come previsto dalla legge) nonché il caso di risoluzione del rapporto di lavoro per limiti di età (anche in questo caso in sostituzione dell’indennità di mancato preavviso a carico dell’azienda).

 

Per il finanziamento della gestione speciale si introdusse un contributo a carico delle aziende editoriali nella misura dell’1% delle retribuzioni corrisposte ai giornalisti dipendenti a tempo indeterminato. Questa aliquota fu successivamente elevata, a decorrere dal 1° gennaio 1987, all’1,5% per garantire la sostenibilità della gestione.

 

Ma il Fondo era nato strutturalmente deficitario. Infatti, nel corso degli anni sono stati numerosi gli interventi con i quali si è cercato di assicurarne la sostenibilità, rivelatisi tutti insufficienti. Già il 25 luglio 1986 (appena un anno dopo l’entrata in vigore dell’ex fissa), fu previsto, a carico delle aziende, un contributo una tantum aggiuntivo pari a 200mila lire per ogni giornalista dipendente. Il 1° luglio 1987 fu previsto un successivo contributo una tantum a carico delle aziende di 230mila lire, sempre per ciascun giornalista dipendente.

Il 22 dicembre 1993 fu previsto un ulteriore contributo una tantum di lire 453mila lire alle stesse precedenti condizioni. Con accordo del 24 novembre 2010, a fronte dell’aggravamento della gestione del Fondo ex fissa e preso atto della disponibilità dell’Inpgi, le parti concordarono un’anticipazione al fondo da parte dell’Inpgi di 37 milioni di euro in due tranche. L’anticipazione sarebbe stata coperta con un’aliquota addizionale a carico delle aziende pari allo 0,35 per cento, in aggiunta all’aliquota dell’1,50 per cento.

 

Nel 2014 si è resa necessaria la messa in liquidazione. La crisi di liquidità, inizialmente tamponata con un finanziamento di 12 milioni da parte dell’Inpgi al tasso del 4,60 per cento, si era riproposta in tutta la sua drammaticità quando il ministero del Lavoro aveva impedito allo stesso Inpgi di erogare la seconda tranche del finanziamento di complessivi 35 milioni previsto dall’accordo contrattuale del 2014.

 

Il Fondo ex fissa – sostiene la Fnsi –  è diventato una voragine perché ha assicurato prestazioni non sostenute dalle contribuzioni. Il meccanismo è tale, infatti, che fin dal primo giorno c’era la certezza del default.  Per comprenderne le ragioni, non servono – spiega la Fnsi – nozioni di matematica finanziaria; basta conoscere le quattro operazioni elementari. Per esempio, l’assegno è stato calcolato sempre sull’ultima mensilità. Aumenti di stipendio o promozioni ottenute negli ultimi anni della vita lavorativa (ci sono stati tempi in cui abbondavano), determinavano l’ammontare dell’indennità.

 

Alcuni giornalisti sono riusciti a percepire l’ex fissa fino a 3 volte. Tutto legittimo, perché previsto dal contratto, ma economicamente insostenibile perché a pagare non era l’azienda di cui il giornalista era dipendente, ma il Fondo comune. Le uscite massicce dal mondo del lavoro degli ultimi anni, incentivate dagli editori, hanno aggravato ulteriormente la situazione fino al dissesto. Per dare un’idea di come funzionava (o non funzionava) il Fondo, la Fnsi riporta alcune somme liquidate in un’unica soluzione nel periodo 2005-2015. Nella prima colonna della tabella seguente è indicato l’importo liquidato al beneficiario in un’unica soluzione, nella seconda i contributi al fondo calcolati sulla base dell’1,50 per cento delle retribuzioni percepite nel corso della carriera; nella terza colonna, l’incremento percentuale dell’assegno percepito rispetto a quella effettivamente versata.

 

Importo lordo liquidato Contr. 1,50% (a carico delle aziende) % incremento
€ 903.236,00 185.000  488%
€ 874.878,00 176.000  497%
€ 786.588,00 140.000  560%
€ 686.740,00 100.876  680%
€ 652.751,00  34.887 1871%
€ 577.217,00  80.937  713%
€ 474.203,00  65.472  724%
€ 425.084,00  67.517  630%
€ 372.191,00  49.840  747%
€ 369.522,00  68.058  543%
€ 368.153,00  57.236  643%
€ 367.164,00  51.033  719%
€ 340.544,00  65.116  523%
€ 336.924,00  61.993  543%
€ 519.878,00  98.086  530%
€  94.137,00  20.018  470%
€ 399.660,00  33.455 1194%

 

Si tratta – precisa la Fnsi –  soltanto di pochissimi esempi di casi concreti riferiti a giornalisti con nome e cognome: casi che, tuttavia, rendono bene l’idea dell’insostenibilità del fondo e l’irragionevolezza del meccanismo. Anche guardando agli importi più bassi, qui non riportati, il rapporto fra versamenti e prestazioni è fuori dalla norma: l’incremento va dal 100 al 350 per cento. Va poi aggiunto che fra gli importi in corso di rateazione ce ne sono alcuni di particolare consistenza. Su tutti, uno da 1.436.528,00 euro e un altro da 1.424.240,00 euro.

 

I debiti fanno capo al Fondo che deve essere alimentato dalle aziende Fieg e devono essere pagati. Una considerazione (amara) però si impone, ad avviso della Fnsi (e nostro): queste prestazioni, maturate a prescindere dal montante contributivo, non hanno niente a che vedere con la previdenza integrativa. Era risaputo dall’inizio, ma si è preferito far finta di niente, prendere fino a quando possibile, lasciando ai posteri l’onere del default. Qualcuno è a conoscenza – commenta la Fnsi – in un qualche angolo del mondo, di un fondo integrativo previdenziale che assicura rendimenti come quelli sopra indicati?

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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