29 gennaio 2018

Politically (in)correct – Ci voleva un conte per riscattare una campagna elettorale plebea

Giuliano Cazzola


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«Non è tempo di scardinare i pilastri del nostro sistema, da quello pensionistico, a quello fiscale. Non è il tempo delle cicale è il tempo della competenza, della serietà e dell’investimento sul futuro». Con queste parole – pronunciate all’apertura dell’anno accademico alla Luiss – Paolo Gentiloni Silveri ha rotto l’incantesimo di una campagna elettorale scriteriata e irresponsabile ed ha impresso una svolta nella stessa linea di condotta del suo partito, che dopo quel discorso ha smesso di inseguire le forze sovran-populiste sul loro terreno (chi non ricorda l’infortunio dell’abolizione del canone tv?) e si è collocato – purtroppo in colpevole ritardo – sull’unico spazio politico lasciato libero dagli altri movimenti e coalizioni: la difesa dell’Unione europea, dell’euro e delle riforme compiute nella XVII legislatura.

 

Perché – va riconosciuto – i cinque anni alle nostre spalle sono stati importanti. Per quanto riguarda le politiche del lavoro il governo Renzi – dapprima con la riforma del contratto a termine poi con il “pacchetto” di norme riconducibili al jobs act – ha introdotto parecchie innovazioni nella disciplina di istituti giuridici per decenni ritenuti immodificabili (le tutele del licenziamento, lo jus variandi, i controlli a distanza, ecc.), nel campo della razionalizzazione e dell’estensione degli ammortizzatori sociali e delle regole dei contratti atipici, proseguendo, consolidando e valorizzando, così, le prime aperture contenute nella legge n.92 del 2012. Anche se è doveroso notare che nella legge varata dal governo Monti sul mercato del lavoro, l’articolo 18 “novellato” vale per tutti i lavoratori, mentre il dlgs n. 23 del 2015 istituisce un contratto a tempo indeterminato (a tutele crescenti) che, per la normativa del recesso, si affianca a quella del 2012.

 

L’approvazione del “pacchetto” è stata una campagna condotta alla stregua di una blitzkrieg che non ha dato agli avversari il tempo di capire che cosa stava succedendo (non a caso “Liberi e Uguali” è nato per protesta contro quelle leggi che i parlamentari scissionisti a suo tempo avevano votato).

 

Molto più complessa è la questione delle pensioni, una sfida nella quale gli avversari avevano avuto il tempo di prepararsi fin dalle ultime battute della XVI legislatura. Il governo è stato costretto a difendersi per non subire l’onda d’urto contro la riforma Fornero: sfornando dapprima, una dopo l’altra,  nuove sanatorie per i c.d. esodati, cancellando qualche norma scomoda come lo spartiacque dei 62 anni di età per non subire una modesta penalizzazione economica in caso di pensionamento anticipato, inventandosi, alla fine, la trovata dell’Ape nelle sue diverse tipologie, allo scopo di dare un risposta – rischiosa ma sostenibile – a taluni problemi reali che i demolitori della riforma del 2011 intendevano risolvere con onerose (e ormai fuori tempo massimo) soluzioni di flessibilità dell’età pensionabile.

 

Dopo aver dovuto rimediare agli effetti della sentenza della Consulta sulle misure di blocco dell’indennità di rivalutazione dei trattamenti, in ordine all’andamento del costo della vita, nella legge di bilancio per il 2018 il governo è riuscito a respingere anche l’ultimo assalto al principale fortilizio della nuova disciplina pensionistica: l’aggancio automatico all’incremento dell’attesa di vita, il cui blocco sarebbe stato l’anticamera della soppressione. Ci sono stati però “morti e feriti”: la mistica dei lavori disagiati è destinata a farsi strada e ad allargare le uscite di sicurezza delle deroghe (che fino ad ora hanno prevalso rispetto all’andata a regime delle nuove norme). Sempreché ovviamente non dovessero vincere (Dio non voglia!) le elezioni quelle forze e coalizioni che agitano la clava dell’azzeramento o dell’abrogazione della famigerata legge Fornero.

Nel momento in cui scriviamo si conoscono soltanto talune sintesi di massima del programma dem. Giustamente il partito, che è stato la colonna portante dei tre governi succedutisi nella legislatura, non sta facendo finta di essere “nato ieri”, di aver gestito, per anni, il Paese a propria insaputa. Difende il proprio operato e quello dei governi di cui ha avuto la principale responsabilità. Al tema del lavoro dovrebbe essere indicato ampio spazio, “nel solco di quanto fatto con il Jobs Act, con il recupero di quasi un milione di posti di lavoro e con gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato”.

 

Anche per recuperare il voto dei giovani – che, stando alla maggioranza dei sondaggi, continuano a preferire il MoVimento 5 Stelle – il Partito Democratico vuole ripartire dalla “questione giovanile”, definita “la prima sfida da affrontare per liberare energie, creatività e talenti di generazioni essenziali per il futuro dell’Italia”.

 

Tra le misure proposte, anche l’investimento di maggiori risorse “sulle politiche attive”, il potenziamento della “contrattazione decentrata” e del “sistema duale” e il taglio “del costo del lavoro a tempo indeterminato”. E, infine, largo sostegno ai “lavoratori autonomi, agli artigiani, ai commercianti e ai professionisti che vivono il loro impegno con passione, generosità e ingegno”. In poche parole, un’Italia che ripensi il sistema alla luce del fatto che, oggi, sempre meno persone hanno un rapporto di lavoro di tipo subordinato.

 

Come si vede si tratta ancora di ragionamenti di contesto, al cui interno circolano talune proposte concrete: la riduzione del costo del lavoro in termini strutturali; il salario minimo legale e quant’altro. In materia di welfare si rimane ancora nel vago, ma le rassicurazioni di Gentiloni consentono di tirare avanti. Del resto, come affermava un uomo politico del secolo scorso, “i programmi sono bandiere piantate nella testa della gente”.

 

Quando si sceglie, sia pur tardivamente e dopo una serie di stupidi battibecchi, la prospettiva dell’Europa e della moneta unica (una scelta, tuttavia, inficiata dall’equivoco inaccettabile dell’abbandono del fiscal compact) le politiche e gli atti di governo conseguenti divengono un semplice corollario.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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