10 giugno 2019

Politically (in)correct – Arrivano i minibot?

Giuliano Cazzola


Bollettino ADAPT 10 giugno 2019, n. 22

 

Ormai l’italian way of life è fondata sulla soggettività e sulla percezione. La regola dell’uno vale uno si applica in ogni campo e troneggia nel talk show televisivi. Se si deve parlare di pensioni non si devono fare dei ragionamenti troppo tecnici; e l’opinione del salumiere dell’angolo (con tutto il rispetto per la categoria) conta come quella di Elsa Fornero, perché – secondo gli autori – le questioni vanno affrontate dal punto di vista della gente. Tutto è diventato un’opinione.

 

In questi giorni le fumerie d’oppio televisive hanno scoperto i minibot. Si tratta di un grave infortunio in cui è incorsa la Camera, che ha votato all’unanimità una mozione contenente dieci fatiche parole, racchiuse in un inciso, che invitano ad esaminare “iniziative per l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”. Subito sono iniziati i festeggiamenti di “Scenari economici”, il think tank dei sovranisti.La misura permetterà la liquidazione dei circa 70 miliardi di crediti che le aziende private vantano nei confronti dello stato, e che stanno mettendo in crisi il sistema produttivo italiano legato al settore pubblico.

 

Ci sono aziende – proseguiva il comunicato – che sono sull’orlo del fallimento per non aver ancora ricevuto i pagamenti stessi, talvolta in ritardo da anni, e che si sono dovute indebitare a titolo oneroso con il settore bancario. La norma prevede che quindi siano pagate con mini titoli di stato, trasferibili al portatore, evidentemente in una prima fase in forma digitale, quindi in forma telematica, per poter potenzialmente essere trasferiti in forma cartacea, secondo il disegno a suo tempo previsto da Claudio Borghi. I tagli saranno da 100 a 5 euro e rappresenteranno dei crediti d’imposta utilizzabili per il pagamento delle imposte e delle prestazioni previdenziali, ma, essendo trasferiti, potranno essere ceduti a terzi per il pagamento. Insomma una sorta di “moneta parallela” la quale – come ebbe a dire il suo ideatore Claudio Borghi –  rappresenta il primo passo verso l’Eurexit: “È un espediente per uscire in modo ordinato, una specie di ruota scorta – ha dichiarato in passato il responsabile economico della Lega nonché presidente della Commissione Bilancio della Camera – Nel momento in cui si decide di uscire, il minibot diventerà il contante della nuova moneta”.

 

Tria è corso precipitosamente ai ripari per smorzare l’impennata dello spread: “Il MEF precisa che non c’è nessuna necessità né sono allo studio misure di finanziamento di alcun tipo, tanto meno emissioni di titoli di Stato di piccolo taglio, per far fronte a presunti ritardi dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni italiane”. Il Pd, coinvolto nel voto unanime, ha balbettato qualche giustificazione per l’errore compiuto. Troppo tardi però, perché la notizia ha fatto subito il giro del mondo e tutti gli osservatori l’hanno interpretata nell’unico modo possibile: un passo verso l’Italexit. L’eco è arrivata persino a Francoforte sul tavolo di Mario Draghi, il quale, su domanda, ha risposto che i minibot o sono illegali o concorrono a formare il debito. E ovviamente la presa di posizione ex cathedra di presidente della Bce, rimbalzata in Italia, non è piaciuta ai quotidiani sovranisti.

 

I minibot sono follia pura, senza alcuna logica. Tutta la letteratura economica è lì a dimostrare che la moneta cattiva scaccia quella buona.  Se il minibot avesse corso legale, le famiglie si ridurrebbero a nascondere sotto il materasso gli euro o ad esportarli illegalmente. Sorgerebbe un mercato nero del cambio, diventerebbe un reato il traffico di valuta estera. L’Italia si troverebbe nella stessa situazione in cui versavano i Paesi del socialismo reale. Il rublo e le altre monete nazionali all’estero valevano meno della carta straccia; non avevano alcun valore di scambio. Erano titoli di circolazione e distribuzione interna, una sorta di moderni “buoni pasto” da utilizzare al supermercato (ci fu un tempo in cui i gettoni telefonici erano dati di resto al posto della moneta da 50 lire). Così il commercio internazionale di quei Paesi si svolgeva con moneta pregiata sonante, con oro e materie prime. Per recuperare valuta estera a Mosca vi erano dei grandi negozi per stranieri dove si acquistavano prodotti soltanto con moneta occidentale (che al mercato nero veniva valutata numerose volte di più del cambio ufficiale). Poi se il commercio estero (in un Paese come l’Italia la cui economia è sorretta dalle esportazioni) si svolgesse in euro dove finirebbe la possibilità di dare corso alle tanto agognate (e sciagurate) svalutazioni competitive care agli economisti di “regime”?  E come verrebbe stabilito il tasso di cambio tra la moneta “esterna” e quella “interna”?  Se il tasso fosse fisso verrebbe garantito il formarsi di un mercato nero; se invece fosse flessibile vi sarebbero delle fasi economiche – come avveniva con lo Sme – in cui la Banca d’Italia dovrebbe difendere il valore della lira/rublo sovietico contro ogni tipo di speculazione.

 

Per rendersi conto dell’insostenibilità dell’operazione basterebbe leggere un semplice articolo del codice civile (art. 1277) contenente la c.d. lex monetae: “I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale. Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima”. In sostanza i nostri debiti, da quello pubblico a quello delle famiglie, continuerebbero a vedersela con l’euro. Se poi, Dio non voglia, l’Italia dovesse addirittura uscire dal club della moneta unica, l’ammontare dei nostri debiti in lire/rublo neo-sovietico aumenterebbe per l’effetto di svalutazione della moneta a circolazione interna rispetto alla solidità dell’euro.

 

La bufala che raccontano i minibotisti è la seguente: lo Stato paga i debiti commerciali con le imprese mediante questa nuova valuta, con la quale i soggetti che la ricevono in pagamento possono girarla allo Stato a saldo di tasse e contributi. In sostanza: o i minibot sono una moneta vera e propria (illegale come afferma Draghi) oppure è fuffa. Con la fuffa lo Stato onorerebbe i suoi debiti; e i creditori a loro volta la girerebbero al fisco, come una cambiale “a babbo morto”.  Pertanto, le aziende resterebbero senza le risorse spettanti e lo Stato incasserebbe entrate finte. Non fanno così anche gli illusionisti?

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 




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