2 settembre 2019

Percorsi di lettura sul lavoro/7 – Fenomenologia dello spirito di Georg W.F. Hegel

Cecilia Leccardi


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Bollettino ADAPT 2 settembre 2019, n. 30

 

Georg W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807), tr. it. Fenomenologia dello Spirito di V. Cicero, Bompiani, Firenze 2017

 

Riprende, dopo la pausa estiva, il ciclo di letture sui classici del lavoro, con l’analisi della figura-allegoria del servo/signore contenuta nella “Fenomenologia dello spirito” di Hegel, che ci consegna una concezione feconda del lavoro quale strumento di autorealizzazione e di liberazione.

 

L’opera traccia quella che si può definire la “storia romanzata della coscienza” che, uscendo dalla propria individualità, acquista consapevolezza di sé e si prospetta a raggiungere l’universalità. La celebre figura del servo/signore è inserita nella seconda sezione della prima parte del testo, intitolata Autocoscienza, in cui l’attenzione dell’autore è focalizzata verso il soggetto che, intraprendendo rapporti con gli altri e il mondo, diviene cosciente di se stesso (auto-cosciente appunto). In queste pagine dense, viene tematizzo l’ingresso dell’umanità nella storia mediante quattro figure che raccontano il graduale processo di liberazione dell’uomo.

 

La maturazione della consapevolezza di se da parte della coscienza non può essere indolore per Hegel, ma deve passare per una dinamica conflittuale. La dialettica che si instaura tra il servo e il padrone è l’emblema di questo conflitto, destinato a concludersi con il trionfo dell’uno dei due attori in gioco sull’altro. Infatti, secondo Hegel, la consapevolezza dell’indipendenza dell’autocoscienza passa necessariamente attraverso un riconoscimento strappato ad altri: solo controllando un altro individuo, facendolo dipendere da noi, è possibile costruire un’immagine di sé che sia di proprio dominio, e che ci confermi nella nostra autonomia e identità. Nella lotta per il riconoscimento ognuno è chiamato a dimostrarsi pronto ad affrontare qualsiasi prova, anche mettendo a rischio la propria incolumità, per potersi affermare come indipendente.

 

La dinamica di questo conflitto è resa da Hegel attraverso la figura del servo/padrone, il quale precisa che la lotta tra le autocoscienze non debba mai portare al loro annullamento o alla morte di una delle due, poiché un’autocoscienza non può mai davvero essere tale se non in relazione ad altre autocoscienze. Quindi, il confronto tra le due autocoscienze definisce un vinto e un vincitore, e l’istaurarsi di un rapporto di sottomissione dell’una all’altra. Prende forma, in questo modo, la dialettica tra padrone e servo: chi non ha paura di perdere la propria vita si afferma come padrone su colui che, invece, teme la morte e diventa servo del primo. Il servo è costretto a lavorare, devolvendo il prodotto del suo lavoro al suo signore. Ma mentre il servo trasforma la realtà naturale con il proprio operato, umanizzandola e rendendola accogliente e accessibile per sé e per gli altri, il padrone, dal canto suo, vive la natura passivamente, senza imporre su di essa il proprio suggello. Proprio lavorando, il servo fa esperienza di essere libero, prende coscienza di sé, del suo potere sugli oggetti e della sudditanza del signore nei suoi confronti: «la coscienza [servile] giunge a se stessa mediante il lavoro.» (p. 289) Si delinea in questo modo un’inversione di ruoli tipica della dialettica hegeliana, una sovversione delle parti che si basa sulla consapevolezza acquisita dal servo. Nel prodotto del suo lavoro, il servo riconosce infatti se stesso – il proprio impegno e la propria capacità progettuale – e si appropria del sé perduto. «[Mediante il lavoro] la coscienza vede divenire la propria verità.» (p. 291) chiosa Hegel.

 

L’analisi hegeliana del lavoro è molto profonda e puntuale. Scrive l’autore: «Il lavoro è desiderio tenuto a freno, è un dileguare trattenuto, e ciò significa: il lavoro forma, coltiva.» (p. 289) Il lavoro insegna a controllare i propri istinti e ad indirizzarli in modo costruttivo verso un oggetto, il quale viene così strappato dalla sua mera naturalità per diventare un elemento culturale. Continua l’autore: «Il rapporto negativo verso l’oggetto diviene adesso forma dell’oggetto stesso, e diviene qualcosa di permanente, proprio perché l’oggetto ha autonomia agli occhi di chi lo elabora.» (p. 289) Il lavoro conferisce dunque un carattere di permanenza all’oggetto in questione, rendendo disponibile la sua fruizione per gli uomini a venire.

 

Ma l’intuizione più importante e feconda di Hegel riguarda la definizione del lavoro quale strumento di liberazione dell’uomo. Anzitutto, attraverso il lavoro, il servo – e il lavoratore in senso lato – si autodisciplina e impara a dominare i suoi impulsi biologici, pervenendo così alla coscienza della propria indipendenza. Il lavoro, infatti, non è qualcosa di istintivo, è la razionalità stessa che si incarna nel lavoratore, il quale «trasforma la cosa col suo lavoro.» (p. 285) In secondo luogo, il lavoro converte la paura della morte in un universale “formare e coltivare”, in potenza creatrice in grado di sfruttare e trasformare a proprio favore le risorse della natura. «Il servo rimuove […] il proprio attaccamento all’esistenza naturale, e, lavorandola, la trasforma e la elimina.» (p. 289) Il servo, diventando se stesso mediante il lavoro, si libera dai limiti dei propri bisogni naturali per elevare la propria esistenza ad una dimensione sociale e spirituale. Il lavoro si dimostra così come lo strumento capace di trasformare non solo le cose, ma anche le persone, permettendo al lavoratore di vedere negli oggetti cui ha messo mano il suo potere creativo e trasformativo. Infine, il lavoro libera il servo dal giogo del padrone, facendo maturare in lui la consapevolezza della dipendenza di quest’ultimo dalla sua attività lavorativa. L’autocoscienza servile, che si identifica con la capacità produttiva dell’uomo, si afferma come più autentica e duratura di quella signorile.

 

L’eredità hegeliana è stata raccolta da numerosi autori; tra questi, Marx rappresenta l’intellettuale che, forse più di qualunque altro, ha saputo cogliere il significato autentico e profondo del pensiero di Hegel – non solo rispetto per quanto concerne il lavoro – radicalizzandone i presupposti. Rispetto al tema in esame, Marx riconosce l’analisi del rapporto tra servo e padrone come la prima valorizzazione del lavoro umano fatta in termini filosofici.

 

Nel “Manifesto del partito comunista” (1848) Marx propone una nuova, rivoluzionaria, interpretazione della figura hegeliana del servo/padrone, adattata alla realtà storica a lui contemporanea, per cui il padrone viene identificato con il capitalista, mentre il servo con il proletariato. Tale lettura consente a Marx di eliminare il carattere astratto che rimproverava alla versione hegeliana della figura del servo/signore, dando loro i volti concreti di persone reali – capitalisti e operai. Questo permette a Marx di mettere in luce la forza liberante dell’attività lavorativa del proletariato – che sarà il fautore della rivoluzione comunista -, e di fare della lotta tra capitalista e operaio il paradigma della storia come eterna lotta di classe, come dialettica tra le forze produttive e i rapporti di produzione.

 

Marx prenderà spunto da Hegel anche per quanto riguardo lo sviluppo di un altro concetto cardine della sua filosofia, quello di “alienazione”, che sviluppa a partire dalla figura della coscienza infelice, successiva a quella analizzata del servo/signore. In quest’altra figura della “Fenomenologia”, Hegel descrive l’alienazione in termini idealistici, come l’uscita di sé da parte della coscienza, che si oggettiva nella realtà; Marx, invece, approfondirà il concetto in chiave socio-economica, rendendolo celebre.

 

L’eredità hegeliana del potenziale liberatorio del lavoro è stata accolta, e travisata, anche dai regimi totalitaristici del secolo scorso. Basti pensare al celebre motto “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”) che capeggiava sui cancelli di campi di concentramento quali Auschwitz e Dachau. Ai prigionieri, disumanizzati e ridotti in schiavitù, veniva promessa la libertà proprio mediante l’attività lavorativa che li teneva assoggettati ai loro padroni. A questo proposito si è espresso anche Primo Levi, precisando che il Lager di Auschwitz era stato concepito inizialmente come campo di sterminio, e non di lavoro – finalità cui sarebbe stato adibito dopo il 1943, ma solo in modo accessorio. Per tali ragioni, Levi ritiene che sia da escludere che il celebre motto fosse da intendere in senso letterale e nel suo ovvio valore morale. È più probabile che avesse un significato ironico e sarcastico, che scaturisse dalla vena umoristica tedesca, e che fosse piuttosto da intendersi in questi termini: “Il lavoro è umiliazione e sofferenza, e la libertà che vi aspetta è la morte”.

 

In realtà, il disconoscimento e il vilipendio del valore morale del lavoro era ed è essenziale al mito fascista in tutte le sue forme. Sotto ogni militarismo e colonialismo si cela la volontà precisa, da parte di una classe o di un gruppo di individui, di sfruttare il lavoro altrui, negandogli al contempo ogni valore umano e sociale. Questa volontà appare già chiara nell’aspetto antioperaio che il fascismo italiano assume fin dai primi anni, e va affermandosi con sempre maggior precisione nell’evoluzione del regime totalitario nella sua versione tedesca, fino alle massicce deportazioni in Germania di lavoratori provenienti da tutti i paesi occupati, fino a trovare il suo coronamento, ed insieme la sua riduzione all’assurdo, nell’universo concentrazionario.

 

Il lascito di Hegel incide ancora oggi, ricordandoci di concepire il lavoro non solo come strumento di indipendenza economica, ma anche come attività che permette all’uomo di conoscere se stesso e di realizzarsi. Per quanto concerne invece il legame tra lavoro e libertà, questo si declina oggi per lo più nei termini di un ripensamento della libertà (di scelta) del lavoro e della libertà dal (peso e/o alienazione) del lavoro.

 

La rivoluzione tecnologica in corso sta contribuendo in maniera sostanziale a ridefinire i termini del mondo lavorativo, incentivando nuove occupazioni e condannandone molte altre al tramonto. Ma se studi statistici smentiscono la prospettiva di un futuro senza lavoro, invalidando lo spauracchio della liberazione dal lavoro, i cambiamenti in atto ci offrono la possibilità di attuare una liberazione del lavoro. Si può cioè fare in modo che questo non sia più concepito come mero strumento di sussistenza, ma come un ambito di realizzazione e di soddisfazione personale.

 

Cecilia Leccardi

ADAPT Junior Fellow

@CeciliaLeccardi

 




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