Percorsi di lettura sul lavoro/3 – Cittadinanza e Lavoro di Thomas H. Marshall

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Bollettino ADAPT 10 giugno 2019, n. 22

 

Thomas H. Marshall, Citizenship and social class and other essays, Cambridge University Press (trad. it. S. Mezzadra (a cura di) (2002), Cittadinanza e classe sociale, Edizioni Laterza, Bari)

 

Il saggio di T. H. Marshall, pubblicato per la prima volta nel 1950, è un fondamentale riferimento per lo studio delle politiche sociali, della cittadinanza e, secondo Mezzadra, è di indispensabile utilità anche alla comprensione del pensiero politico occidentale che si è sviluppato nei venticinque anni successivi alla sua prima pubblicazione. In questo testo, come ben evidenziato da Mezzadra (2002), l’autore, condividendo l’idea dell’utilità pratica della Sociologia nello studio e nell’analisi dei fatti sociali, studia la cittadinanza e la classe sociale come strutture sociali “in cui i processi e le funzioni basilari hanno significati determinanti [Mezzadra, 2002: XII]”.

 

È un testo scritto in occasione di alcune conferenze che T. H. Marshall ha tenuto a Cambridge nel 1949 per omaggiare il pensiero, le riflessioni e le teorizzazioni dell’economista Alfred Marshall. L’ambito disciplinare nel quale si muove la sua analisi è quello della Sociologia politica che in questo testo tende a consolidare la sua posizione accademica ma, proprio perché l’Autore parte dalle teorizzazioni di Alfred Marshall, sono contenuti anche argomenti di confine con la disciplina economica. Il frame contestuale nel quale si muove il saggio è la Gran Bretagna degli anni ’40 con un riferimento alle politiche sociali istituite in quegli anni. In particolare l’autore, scorporando il concetto di cittadinanza ne ripercorre il suo sviluppo storico.

 

Partendo da uno scritto di Alfred Marshall letto al Cambridge Reform Club nel 1873 intitolato “Il futuro della classe operaia” Thomas Humphrey Marshall si interroga sul problema dell’uguaglianza sociale. In particolare coglie la proposta di Alfred Marshall che sperava in un progresso della e nella società fino al punto in cui ogni uomo, per il lavoro che svolge, potrà essere considerato un gentleman. A. Marshall era convinto che ciò sarebbe avvenuto dopo aver osservato che gli artigiani specializzati, a differenza delle classi lavoratrici (il cui lavoro era pesante ed eccessivo), stavano vivendo un diverso modo di lavorare: “La sua fede si fondava sulla convinzione che la caratteristica peculiare delle classi lavoratrici fosse quella di un lavoro pesante ed eccessivo, e che il volume di tale lavoro potesse essere ridotto di molto. Guardandosi attorno egli trovò la prova che gli artigiani specializzati, il cui lavoro non era abbruttente e distruttivo, stavano già sollevandosi verso la condizione che egli prevedeva come la conquista finale di tutti. Stanno imparando, diceva, ad apprezzare l’istruzione e le occupazioni libere più di un “semplice aumento dei salari e delle comodità materiali”. Essi “continuano ad accrescere la loro indipendenza e il virile rispetto per se stessi, e, come conseguenza, una cortese considerazione per gli altri; accettano sempre più i doveri privati e pubblici di un cittadino; e afferrano sempre la verità che sono esseri umani e non macchine per produrre. Sempre più essi diventano dei gentlemen [A. Marshall, The future of the Working Class: 6 cit. in Mezzadra, 2002: 7]”.

 

L’Autore spiega al lettore che lo scritto di A. Marshall si fonda sia su un’ipotesi sociologica sia su un calcolo tipicamente economico. A detta dell’autore si basa su un calcolo economico perché studiando il costo dell’uguaglianza in termini economici dimostra che le risorse mondiali e la produttività potevano essere sufficienti a fornire le basi materiali necessarie per permettere ad ogni uomo di essere un gentleman, perché il costo per fornire l’istruzione a tutti e per eliminare il lavoro pesante era sostenibile. L’autore poi, affinando ed esplicitando l’analisi sociologica di A. Marshall asserisce che essa si trova nella frase relativa all’uomo delle classi lavoratrici e precisamente quando afferma che “pensiamo all’effetto che il suo lavoro ha su di lui, più che all’effetto che egli ha sul lavoro”. Marshall guardava all’aspetto qualitativo del lavoro e condivideva l’idea secondo la quale al di là delle disuguaglianze di sistema delle classi sociali ci debba essere un’uguaglianza di cittadinanza.

L’Autore sostituisce alla parola gentleman il termine civile, poiché Alfred Marshall rivendicava per i gentleman il godimento di una condizione di vita civile che consisteva nell’essere accettati come membri a pieno diritto della società, cioè come cittadini.

 

Le domande che si pone l’Autore sono le seguenti: è ancora vero che l’uguaglianza di fondo, una volta arricchita di sostanza e incorporata nei diritti della cittadinanza, si concilia con le disuguaglianze di classe sociale? L’uguaglianza di fondo può essere creata e conservata senza invadere la libertà del mercato concorrenziale? Qual è l’effetto del marcato mutamento di accento dai doveri ai diritti? Si tratta forse di un aspetto inevitabile della cittadinanza moderna; inevitabile e irreversibile? Esistono dei limiti oltre cui il moderno impulso verso l’uguaglianza sociale non può andare o è improbabile che vada?

 

L’Autore è il primo che scompone la cittadinanza in tre elementi: civile, politico e sociale. A detta dell’Autore “L’elemento civile è composto dai diritti necessari alla libertà individuale: libertà personali, di parola, di pensiero e di fede, il diritto di possedere cose in proprietà e di stipulare contratti validi, e il diritto a ottenere giustizia. Quest’ultimo è di carattere diverso rispetto agli altri, perché è il diritto di difendere e di affermare tutti i propri diritti in condizione di uguaglianza con gli altri e secondo un processo regolare. Questo serve a mettere in evidenza che le istituzioni più direttamente connesse ai diritti civili sono le corti giudiziarie [p. 12-13]”; con elemento politico l’Autore intende “il diritto a partecipare all’esercizio del potere politico, come membro di un organo investito di autorità politica o come elettore dei componenti di un tale organo. Le istituzioni corrispondenti sono il parlamento e i consigli amministrativi locali [p. 13]”. Per elemento sociale l’autore fa riferimento a “tutta la gamma che va da un minimo di benessere e sicurezza economica fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vivere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società. Le istituzioni che hanno più stretti rapporti con questo elemento sono il sistema scolastico e i servizi sociali [p. 13]”.

 

L’Autore mette anche in luce come nella storia questi tre elementi fossero fusi, senza alcuna differenziazione, all’interno del concetto stesso di cittadinanza perché le stesse istituzioni a cui fanno capo erano confuse e unite fra loro. Aggiunge anche che in passato i diritti sociali di un uomo erano dettati dallo status “che determinava altresì il tipo di giustizia che poteva ottenere e il luogo in cui poteva ottenerla, e il modo in cui poteva partecipare all’amministrazione degli affari della comunità di cui era membro [p. 14]”. L’Autore sostiene che ciascun elemento individuato rimanda a una distinzione avvenuta in uno specifico secolo: i diritti civili nel diciottesimo secolo, quelli politici nel diciannovesimo e quelli sociali nel ventesimo, chiarendo comunque che ci possono essere state delle sovrapposizioni temporali tra i differenti sviluppi. Intraprendendo poi un percorso di sviluppo storico dimostra che ad ogni elemento della cittadinanza corrisponde il riconoscimento di uno specifico diritto in una legge o atto (Act).

 

Riconosce che “In campo economico, il diritto civile fondamentale è il diritto al lavoro, cioè il diritto di svolgere l’occupazione scelta liberamente, a condizione solo di avere i requisiti legittimi di addestramento tecnico preliminare. Questo diritto era stato negato [in Inghilterra] sia dal diritto che dal costume [p. 18]”.

 

Il testo di Marshall risulta oggigiorno di fondamentale rilettura per lo studio e l’analisi della società odierna, in particolare in relazione al tema della cittadinanza e del lavoro.

 

Il testo è di estrema attualità proprio in accordo ai dibattiti pubblici e politici che si sono alimentati negli ultimi anni attorno al tema delle modalità di acquisizione della cittadinanza nel nostro paese e alla proposta dello ius soli che, qualche tempo fa, ha animato i salotti televisivi, le prime pagine dei quotidiani e i social network. Altro aspetto a cui il libro rimanda direttamente è il diritto al lavoro che spetta a ciascun cittadino e che inevitabilmente solleva alcune attuali questioni come: Cosa si intende oggi per Lavoro? A cosa ci si riferisce quando si parla di “occupazione scelta liberamente”? Quale formazione per quale lavoro? e rimanda ai fondamenti stessi della nostra Costituzione.

 

Stefania Negri

ADAPT Junior Fellow

@StefaniaNegri6 

 

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