Perché i laureati faticano a trovare lavoro in Italia*

Francesco Seghezzi


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Bollettino ADAPT 2 settembre 2019, n. 30

 

Il tema della formazione e delle competenze, sia dei giovani che degli adulti, sembra essere scomparso dal dibattito pubblico salvo qualche discussione sporadica come accaduto per i commenti, spesso ben poco approfonditi, sui risultati dei test Invalsi.

 

Se poi il tema è quello dei rapporti tra mondo della formazione e mondo del lavoro lo scenario è ancora più silente, soprattutto dopo il passo indietro sull’alternanza scuola-lavoro.

 

Ma periodicamente vengono diffusi dati che dovrebbero farci riflettere e giungere alla conclusione che forse stiamo ignorando il vero nodo centrale non solo del futuro dei lavoratori italiani, ma del Paese stesso.

 

Tra questi dati ce n’è uno diffuso da Eurostat nelle scorse settimane che è passato inosservato ma che dovrebbe interrogarci non poco e riguarda le statistiche occupazionali dei laureati in Europa. Se infatti spesso si discute (a ragione) del fatto che l’Italia è al penultimo posto nel continente per numero di laureati, con solo il 27,8% dei 30-34enni in possesso di un titolo di studio terziario, il problema non è solo questo.

 

Eurostat calcola la percentuale di persone tra i 30 e i 34 anni in possesso di un titolo di studio terziario che ha un lavoro a distanza di tre anni dall’ottenimento del titolo, escludendo coloro che sono impegnati in nuovi percorsi di formazione (master, dottorato o ulteriori lauree). Il risultato è che la media europea dei 28 Paesi è dell’85,5%, l’Olanda e la Germania superano il 94% mentre l’Italia si posiziona al penultimo posto con un preoccupante 62,8 per cento. All’ultimo posto, come spesso capita risparmiandoci tristi primati, la Grecia con il 59 per cento. Ma anche Paesi quali Turchia e Serbia, che Eurostat inserisce come termini di paragone, hanno performance migliori di quelle italiane. In poche parole, quattro laureati su 10 non hanno un lavoro dopo ben 36 mesi dall’ottenimento del titolo.

 

Le cause sono tante e di diversa natura. La prima è la strutturale debolezza dell’occupazione in Italia, con tassi di occupazione che mai hanno superato il 59%, unitamente all’elevata percentuale di lavoro irregolare, e questo in parte può spiegare la distanza dagli altri Paesi europei. Ma c’è una ragione più profonda e complessa che riguarda, da un lato, la struttura produttiva del nostro Paese e, dall’altro, i percorsi universitari. Se i laureati sono pochi e allo stesso tempo non trovano lavoro vuol dire che c’è o un problema di qualità della domanda o uno di qualità dell’offerta, o forse entrambi. Il dualismo strutturale delle imprese italiane, sia dimensionale che territoriale, che si traduce nei livelli di innovazione e quindi di competenze ricercate sul mercato incide profondamente nel determinare la domanda di lavoro. Perché non basta formare un laureato per generare un posto di lavoro, soprattutto se università e mondo dell’impresa vivono in mondi paralleli. E così si spiega una delle conseguenze più paradossali ossia la presenza di lavoratori sovra-qualificati che si trovano a svolgere mansioni inferiori rispetto alle competenze di cui il mercato ha bisogno.

 

La domanda di tecnici nel settore manifatturiero e la domanda, fortissima, di lavoratori nei servizi alla persona, ad esempio, se non viene soddisfatta da una offerta di pari livello verrà soddisfatta da chi, piuttosto che rimanere disoccupato, si convincerà a fare un lavoro al di sotto delle sue capacità. E chi non accetta questo rischia spesso di rimanere ai margini del mercato del lavoro.

 

Ma allo stesso tempo c’è una grande difficoltà delle università di rimodellare i corsi di laurea rendendoli rispondenti alle esigenze del lavoro di oggi. Che non significa affatto allinearli alle esigenze del mercato o delle imprese, ma rinnovare la didattica e l’integrazione con la realtà al di fuori delle aule per formare tutte quelle competenze trasversali che contano di più di quelle specialistiche, soprattutto in un panorama dove i livelli di innovazione spesso sono bassi.

 

La tentazione potrebbe essere quella di mettere una pietra sopra le lauree umanistiche, spingendo solo e unicamente per le cosiddette materie Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Ma questo vorrebbe dire impoverire il mercato del lavoro italiano e privarlo di profili che possono portare proprio quell’innovazione che a volte i tecnici applicano senza progettarla. La condizione però è davvero quella di smontare la struttura verticale degli atenei, far dialogare discipline diverse, creare ponti tra le scienze sociali, le materie scientifiche e quelle umanistiche, come da tempo accade nelle università anglosassoni.

 

Francesco Seghezzi

Presidente Fondazione ADAPT

@francescoseghezz

 

*pubblicato anche su Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2019

 




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22 luglio 2019