Osservatorio ADAPT sulla ricerca in impresa e nel settore privato / 2 – Intervista a Stefania Brancaccio, Vice Presidente di Coelmo

Giulia Rosolen


Coelmo affonda le proprie radici nell’immediato dopoguerra a Casoria, in provincia di Napoli. A soli due anni dalla sua fondazione, nel 1948, diventa il primo produttore “indipendente” italiano di gruppi elettrogeni. Da allora, il percorso di crescita, anche grazie ai sostanziosi investimenti in ricerca e innovazione, è stato inarrestabile. Stefania Brancaccio è Vice Presidente di Coelmo e membro del Consiglio Centrale PMI Confindustria Nazionale. Nel 2009 è anche diventata Cavaliere del Lavoro. Oggi fa parte della task-force di Federmeccanica impegnata sui temi collegati a Industry 4.0.

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Dott.ssa Brancaccio, lei è alla guida di un gruppo dinamico e intraprendente che ha sempre fatto dell’innovazione e della ricerca il suo punto di forza. Vuole raccontarci come è iniziato il suo percorso?

 

La mia esperienza in azienda è iniziata collaborando con l’ufficio estero perché conoscevo bene l’inglese. Il primo obiettivo che mi diedi fu quello di studiare. Ho partecipato a corsi di formazione di gestione aziendale, controllo qualità. Ho frequentato il quinto anno di ragioneria per capire cosa fosse un bilancio. Rimango pur sempre una filosofa. A chi mi chiede cosa ci faccia una filosofa al capo di un’azienda metalmeccanica rispondo sempre con orgoglio che senza cultura non si fa impresa. Ho cercato di avere sempre una visione a globale, dando particolare attenzione patrimonio umano che è cresciuto con noi e ha reso possibile il nostro successo. Da qui, il nostro impegno anche nella ricerca e nello sviluppo.

 

Il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, sostiene che aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo sia l’unica risposta per rilanciare la produttività e la crescita in Europa. Può commentare questa frase?

 

L’Italia ha bisogno di innovazione che è l’essenza dello spirito imprenditoriale, centro di ogni strategia di crescita e di sviluppo. Un rilancio di questo tipo non può che passare attraverso un rilancio degli investimenti in ricerca, perché senza ricerca non c’è innovazione né crescita. Dobbiamo ritrovare la competitività perduta, ma per farlo abbiamo bisogno di una nuova stagione di politiche industriali che riavvicini l’Italia all’Europa.

 

A proposito di Europa: il nostro Paese continua a registrare un notevole ritardo rispetto agli altri Stati europei in termini di investimenti in ricerca e sviluppo. Secondo gli osservatori internazionali, ciò dipenderebbe soprattutto dalla scarsa propensione del sistema imprenditoriale ad investire in questa direzione. Che cosa ne pensa?

 

Uno dei principali obiettivi della strategia Europa 2020 è quello di riorientare le politiche in materia di ricerca e sviluppo verso le principali sfide sociali, come i cambiamenti climatici, l’uso efficiente delle risorse e dell’energia, la salute e l’evoluzione demografica, rafforzando così tutti gli anelli della catena dell’innovazione: dalla ricerca teorica a quella applicata. Un obiettivo concreto che si dovrebbe poter misurare anche in termini quantitativi. La strategia prevede infatti che tutti i Paesi europei entro il 2020 debbano arrivare ad investire almeno il 3% del PIL in ricerca e sviluppo (1% di finanziamenti pubblici, 2% di investimenti privati) con l’obiettivo di creare 3,7 milioni di posti di lavoro e realizzare un aumento annuo del PIL di circa 800 miliardi di euro. In Italia la strada da fare rimane molta (L’obiettivo italiano di spesa destinata ad attività di ricerca e sviluppo rispetto al PIL si attesta intorno al 1,53%, nda). Finlandia, Austria e Danimarca investono tradizionalmente più del 3% del loro prodotto interno lordo in ricerca e sviluppo e la quota cresce ancora se guardiamo a Paesi come la Corea o Israele, dove gli investimenti superano il 4%. È un mondo spaccato a metà. Ma lo è anche il nostro Paese: in Italia la spesa per la ricerca e lo sviluppo viene effettuata per il 47,3% da imprese del Nord e solo per il 9,2% da imprese del Mezzogiorno (circa 1 miliardo di euro). Ecco, sono questi i paradossi che dovremmo capire come risolvere. Vivere in un Paese a due velocità non fa bene a nessuno. Dobbiamo cambiare le cose e per farlo c’è bisogno di una grande rivoluzione culturale che parli alle persone e poi alle aziende. Se noi partiamo da qui, davvero non credo andremo molto lontano.

 

Le persone appunto. L’Italia è anche uno dei paesi sviluppati con il minor numero di ricercatori al mondo e ciò dipenderebbe – secondo gli osservatori internazionali – soprattutto dall’esiguo numero di ricercatori lavorano all’interno delle aziende e più in generale nel settore privato. Da cosa dipende secondo lei questa scarsa propensione del sistema privato ad accogliere al suo interno la figura del ricercatore? In particolare bisogna rafforzare secondo lei gli incentivi come previsto nel piano Calenda?

 

In questi mesi sta prendendo forma il piano Industria 4.0, credo questa debba costituire anche l’occasione per una riflessione ampia sul futuro del sistema industriale del Paese, affrontando temi chiave per le imprese quali la loro crescita dimensionale, la realizzazione di investimenti innovativi, la creazione di nuove professionalità. Ciascuna impresa opera nel contesto delle condizioni organizzative fiscali, burocratiche, culturali e sociali del proprio territorio e del suo mercato. Ogni imprenditore deve perciò essere consapevole che il valore della sua azienda è strettamente connesso alla qualità del contesto nel quale si opera. L’Italia è inefficientemente organizzata, al nostro paese manca una vera infrastruttura di soggetti che operando sul territorio sappiano svolgere il ruolo di motori di innovazione pubblica e privata aiutando le PMI a promuovere la trasformazione digitale. Avremmo bisogno di soggetti in grado di accompagnare le imprese nella progettazione degli investimenti che potrebbero essere finanziabili, favorendo le iniziative imprenditoriali nell’area del digitale.

 

E le piccole imprese che vogliono “innovare”? Esternalizzano la ricerca affidandola a università o a start-up?

 

Nessuno conosce meglio dell’imprenditore qual è il bene della sua azienda e quali decisioni può prendere per difenderla, farla crescere, e prosperare. Ogni imprenditore è chiamato a prendere decisioni fondamentali per la propria impresa, consapevole che oggi le opportunità di crescita risiedono nella capacità di innovare e l’innovazione non è una partita che si gioca da soli. Non tutte le buone idee possono venire dall’interno dell’azienda. Molto spesso si apprendono dall’esterno e sono assorbite nell’impresa. Ma per saperle far proprie occorre comprenderle fino in fondo. Anche questo è uno dei compiti dell’imprenditore: tenere sempre la mente aperta per imparare. Innovare è quindi sempre più spesso frutto di un lavoro in rete. Le imprese, soprattutto se piccole, devono potere attingere a tutte le fonti possibili di innovazione e contribuire a cercarne sempre di nuove. Spesso le buone idee sono generate da giovani start-up, ma anche meno giovani ricercatori dell’università. Sarebbe auspicabile un programma per aiutare imprese, anche le più piccole, che fornisca competenze energie, visioni, esperienze, innovazioni e tecnologie. Ciò potrebbe rappresentare per le PMI un’opportunità per accelerare l’innovazione, far comprendere loro quale direzione sta prendendo l’innovazione tecnologica e aiutarle ad aprirsi a nuove prospettive di sviluppo.

 

Fare ricerca in impresa, anche nelle PMI, è dunque possibile. In Italia esistono, ormai da diversi anni, sia i dottorati industriali che l’apprendistato di ricerca. Si tratta di forme di collaborazione tra università e azienda tutt’altro che rigide, assistite peraltro da incentivi normativi ed economici sostanziosi. Li conosce e li utilizza?

 

Non conosco questi strumenti, ma le dico una cosa: non possiamo pensare che le piccole e le medie imprese siano davvero interessate a fare accordi con i “grandi” centri di ricerca distanti da quelle che sono le loro esigenze e che parlano spesso linguaggi diversi. Servono nuove alleanze.

 

L’apprendistato di ricerca, nelle intenzioni del legislatore che l’aveva introdotto, doveva servire al reclutamento e alla formazione di giovani ricercatori da inserire nelle imprese e porre così le basi di un sistema della ricerca privata o para-universitaria, più legata alle esigenze di innovazione espresse dal sistema privato.
Perché secondo lei questo strumento non è diffuso? Cosa si potrebbe fare per valorizzarlo all’interno delle piccole e medie imprese?

 

Mi sembra uno strumento davvero interessante, anche se non lo conosco. Va raccontato a partire dalla narrazione delle storie delle imprese che l’hanno sperimentato, coinvolgendo le parti sociali, le camere di commercio e comunicando la semplicità. Se le aziende percepiscono rigidità e lentezza, è inevitabile che si allontanino.

 

In Italia non esiste ancora un sistema della ricerca privato che offra ai ricercatori percorsi di carriera strutturati e adeguate retribuzioni di riferimento. Come sono classificati e inquadrati i ricercatori che lavorano nella sua azienda?

 

In Coelmo applichiamo il Contratto Collettivo della Metalmeccanica Industria ma non utilizziamo la qualifica di ricercatore che pure esiste nel contratto. I nostri ricercatori sono impiegati che qualifichiamo come progettisti o quadri.

 

Giulia Rosolen

Adapt Senior Research Fellow

GiuliaRosolen 

 

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