OCSE. Pensioni italiane sostenibili, ma a rischio povertà

Immacolata di Stani


Dalla valutazione che l’OCSE, attraverso il suo recente studio Pensions at glance 2013, ha condotto sul modello previdenziale italiano, è emerso che, sebbene l’aumento dell’età pensionabile dei lavoratori, conseguenza della riforma Fornero sulle pensioni, costituirà un fattore determinante per la riduzione della spesa pensionistica nel nostro Paese, che passerà dal 15,4% del Pil del 2009 al 14,3% nel 2060, dall’altro, è forte il monito all’Italia, di porre al centro della sua agenda politica, i temi dell’adeguatezza dei redditi pensionistici e della lotta contro il rischio di povertà degli anziani.

 

Adeguatezza dei redditi pensionistici, quale possibile sfida per le generazioni future: così esorta l’OCSE

 

Quando si parla di redditi pensionistici e, in particolare, della loro adeguatezza, non si può non far riferimento a tutti coloro che entrano solo oggi nel mercato del lavoro.

 

Per quest’ultimi, infatti, le future prestazioni pensionistiche saranno strettamente legate al versamento effettivo dei contributi, per effetto del metodo contributivo che la riforma del sistema pensionistico italiano del 2011, ha previsto come obbligatorio per tutti i lavoratori, a partire dal gennaio 2012.

 

Questo significa che, durante la vecchiaia, saranno maggiormente vulnerabili al rischio di povertà, tutti quei lavoratori che attualmente svolgono una carriera intermittente, o esercitano un’attività lavorativa precaria e mal retribuita.

 

«Lavorare più a lungo potrebbe aiutare a compensare parte delle riduzioni», si legge nel rapporto, «ma, in generale, ogni anno di contributi produce benefici inferiori rispetto al periodo precedente tali riforme», sebbene «la maggior parte dei paesi abbia protetto dai tagli i redditi più bassi».

 

L’accusa dell’OCSE verso il metodo contributivo italiano è evidente, con l’aggravante che, attualmente, oltre alle pensioni sociali, erogate secondo il reddito, per tutte le persone con 65 anni di età o ancor più, l’Italia non prevede alcuna pensione sociale per attenuare il rischio di povertà per gli anziani.

Non solo, l’Ocse prevede che gli standard di vita degli anziani saranno influenzati anche dalla domanda di accesso ai servizi pubblici che, in futuro, aumenterà a causa dell’invecchiamento precoce della popolazione.

 

Questo significa che il costo di assistenza per le persone non autosufficienti ridurrà notevolmente il reddito disponibile dei pensionati futuri, a dispetto dei redditi degli anziani degli altri Paesi Ocse che, invece, godranno di un miglioramento, grazie ad una maggior spesa statale per i servizi in natura.

 

Quanto all’allungamento dell’età pensionabile dei lavoratori disposta dalla medesima legge di riforma Fornero del 2011, l’OCSE considera questa manovra non sufficiente a garantire la permanenza più a lungo delle persone nel mercato del lavoro.

 

I dati OCSE parlano chiaro. Si stima che in Italia, l’età effettiva alla quale uomini e donne lasciano il mercato è molto bassa: 61,1 anni per gli uomini, e 60,5 anni per le donne, contro la media dei Paesi OcCSE che arriva a 64,2 per gli uomini e 63,1 per le donne.

 

Una situazione di fatto resa possibile dall’esistenza di meccanismi che consentono ai lavoratori di lasciare il posto di lavoro in anticipo; si pensi ai prepensionamenti o alle uscite incentivate.

 

Per questi motivi, l’OCSE auspica la promozione di politiche che puntino a favorire l’occupabilità dei lavoratori, e, al tempo stesso, un miglioramento delle loro capacità per poter rimanere più a lungo all’interno del mercato del lavoro.

 

Infine, occorrerebbe rafforzare il pilastro del sistema pensionistico privato che, ad oggi, non è favorito, a causa del pesante prelievo contributivo di risorse che, in Italia è pari al 33% della retribuzione lorda, rispetto alla media OCSE che è pari al 19,6%.

 

Gli spunti offerti dall’OCSE potrebbero essere di buon auspicio, affinché, al fine di salvaguardare i più giovani dai futuri e “miseri” redditi pensionistici, si possa intraprendere la strada di alcune riforme del mercato del lavoro che abbiano al centro il lavoratore e la sua occupabilità nonché un maggiore sostegno del servizio pubblico sul versante dell’assistenzialismo individuale e familiare.

 

Immacolata Di Stani

Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo
 

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