1° dicembre 2014

Occupazione, ecco i veri numeri del disastro italiano

Francesco Seghezzi


Negli ultimi giorni si è consumata una guerra di numeri tra governo, Istat, giornali e social networks. Il casus belli è stata la concomitante pubblicazione degli ultimi dati Istat sull’occupazione e dell’anticipazione dei dati delle comunicazioni obbligatorie da parte del Ministero del lavoro (che verranno diffusi integralmente il 4 dicembre, proprio il giorno dopo l’approvazione del Jobs Act).

A scorrere i dati è chiaro che si tratta principalmente di una guerra fra poveri, combattuta alle spalle di centinaia di migliaia di italiani in cerca di occupazione.

 

Nel dibattito è stato centrale il commento di Luca Ricolfi sulla Stampa che, dati alla mano, descrive una situazione meno rosea di quella vantata da via Veneto. In particolare al sociologo va il merito di aver posto sotto la sua lente il tasso di occupazione italiana. Tuttavia il suo articolo si sviluppa poi nella comparazione dei picchi di disoccupazione in diversi momenti della storia italiana.

 

È invece importante concentrarsi sul tasso di occupazione, poiché molto indicativo della situazione italiana, ed evita i numerosi dibattiti statistici sulla positività o meno dell’incremento della disoccupazione scatenati dalle parole del Premier sul nesso causale tra aumento della fiducia e aumento del numero dei disoccupati.

 

I numeri dell’occupazione in Italia

 

Veniamo ai numeri: in Italia abbiamo 59,6 milioni di abitanti, un potenziale numero di lavoratori (tra i 15 e i 64 anni) di 38,7 milioni ma il numero dei soggetti attivi (ossia coloro che lavorano o cercano lavoro, occupati più disoccupati) è di soli 25 milioni (55,6%), di cui 3,8 part-time e di cui 3,4 milioni di disoccupati. In sintesi, percepiscono un reddito pieno circa 18 milioni di italiani, meno di un terzo della popolazione.

 

Mancano all’appello soprattutto donne e giovani, con un tasso di occupazione rispettivamente del 46,8% e del 15,5% (in calo di 0,3% rispetto allo scorso anno).

È chiaro come in una situazione del genere qualche migliaia di lavoratore in più o in meno non cambia la sostanza del problema: in Italia chi lavora mantiene in media sé stesso e circa due persone, come ha più volte ricordato il professor Michele Tiraboschi.

A questo bisogna aggiungere che le previsioni di aumento demografico nei prossimi anni vedono un generale invecchiamento della popolazione italiana, con circa il 4% in più di over 65 nel 2030. Invecchiamento che è economicamente insostenibile in un paese come il nostro che eroga all’anno 23 milioni di pensioni.

 

E in Europa?

 

Una breve comparazione con gli altri stati europei può chiarire facilmente il deficit in cui ci troviamo. Il tasso di occupazione medio dell’Europa a 28 è del 64,1% (+8,5), quello della Germania del 73,3% (superiore di un terzo all’Italia), abbiamo un tasso più basso di Cipro, Slovenia e Polonia e ci batte solo la Grecia dopo che la Spagna ha recuperato nell’ultimo anno e è tornata sopra di noi con un tasso del 59%. Colpa dell’elevata età degli italiani? Nel confronto con l’Europa no, in quanto tutto il continente ha una media anagrafica elevata e soprattutto ricerche mostrano come negli ultimi 10 anni il numero di italiani lavoratori over 50 sia aumentato di circa 8 punti.

Le conseguenze di questo scenario sulla competitività del nostro paese sono altissime, sia dal punto di vista dei consumi interni, sia dal punto vista delle entrate fiscali nelle casse dello Stato.

 

Serve un Jobs Act che guardi al futuro

 

Analizzare le cause di questi dati è un lavoro lungo e complicato. Più semplice è individuare quali sono i fattori nel breve e lungo termine che possono aumentare questo tasso:l’invecchiamento della popolazione, l’obsolescenza di molti mestieri causata dallo sviluppo tecnologico, il basso tasso di innovazione, il basso tasso di laureati.

 

Una volta colto il problema, e individuate alcuni dei fattori che possono peggiorarlo, l’obiettivo è quello di limitare i danni ed invertire la rotta. Non servono piccole scosse ma un vero e proprio terremoto, e l’eliminazione (molto parziale) dell’articolo 18 è un Jobs Act che non guarda al futuro non hanno certo la potenza sismica oggi necessaria.

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di ADAPT

@francescoseghez

 

* Pubblicato anche in formiche.net, 1° dicembre 2014.

 

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