23 giugno 2014

Apprendistato sui banchi di scuola, promosso con qualche riserva

Chiara Del Priore (La Repubblica degli stagisti)


All’inizio di giugno il Ministero dell’Istruzione, insieme a quello del Lavoro e dell’Economia, ha emanato un decreto che ha come oggetto «l’avvio di un programma sperimentale per lo svolgimento di un periodo di formazione in azienda, per il triennio 2014-2016, rivolto agli studenti del quarto e quinto anno delle scuole secondarie di secondo grado». Obiettivo la «realizzazione di percorsi di istruzione e formazione che consentano allo studente di conseguire un diploma di istruzione secondaria superiore e contestualmente, attraverso l’apprendistato, di inserirsi in un contesto aziendale di lavoro».

 

Soggetti coinvolti studenti e scuole e imprese pubbliche e private in possesso di una serie di requisiti descritti dal documento. Tra questi affidabilità economica e finanziaria, esperienza nella formazione di apprendisti e certificazione di qualità dei processi aziendali.  Il percorso formativo prevede l’alternanza di periodi in aula e apprendimento sul posto di lavoro, fino a un massimo del 35% dell’orario annuale delle lezioni. Le ore impiegate lavorando concorreranno alla determinazione del credito formativo necessario ai fini dell’ammissione all’esame di maturità. Ogni studente avrà un piano formativo personalizzato e sarà affiancato da un tutor scolastico, individuato tra i docenti del consiglio di istituto, e un tutor aziendale, designato dall’azienda.

 

Saranno le stesse aziende a farsi carico, secondo il decreto, degli oneri legati al programma di apprendistato. Obiettivo principale del provvedimento mettere i giovani in condizioni di affrontare il mondo del lavoro già nel corso delle scuole superiori attraverso un’esperienza «sul campo».

 

Quella di affiancare scuola e formazione pratica per il mondo del lavoro è un’abitudine già radicata in altri paesi europei. In Francia e Germania, ad esempio, l’apprendistato è indirizzato soprattutto a giovani a partire dai 15-16 anni (età in cui generalmente si conclude la scuola considerata dell’obbligo) ed è considerato parte integrante del percorso di istruzione e formazione professionale successivi.

 

In Gran Bretagna nel 2004 sono stati lanciati l’Apprendistato Giovani (Young Apprenticeship), che consente a ragazzi tra i 14 e i 16 anni di affiancare al percorso scolastico un’esperienza di lavoro finalizzata al conseguimento di una qualifica professionale, e il Pre-Apprendistato, che prepara i giovani di età compresa tra i 16 e i 18 anni all’ingresso nel mondo del lavoro. Oltremanica la scuola è obbligatoria fino ai 16 anni, mentre dai 16 anni in poi si può scegliere di iscriversi alla Tertiary Education, necessaria per l’iscrizione all’università.

 

In Italia invece si tratta di una vera e propria  novità: se l’apprendistato per la qualifica professionale si rivolge ai giovani dai 15 anni in poi, le altre due tipologie, professionalizzante e di alta formazione, sono indirizzate a ragazzi di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Nel primo caso però si parla unicamente di attività di formazione professionale sul campo e non di affiancamento scuola-lavoro.

 

Per comprendere meglio la portata del nuovo progetto, La Repubblica degli Stagisti ha parlato con Michele Tiraboschi, giuslavorista e docente dell’università di Modena. Tiraboschi ha evidenziato i meriti ma anche i limiti del decreto: «ogni apertura che consente la collaborazione tra mondo della scuola e del lavoro non può che essere giudicata favorevolmente, visti i pregiudizi sulla formazione e l’apprendimento in ambiente di lavoro che ancora circolano in abbondanza nel nostro Paese. Certo, non si esce dalla logica della sperimentazione, mentre i dati occupazionali dei giovani potevano spingere a scelte più organiche in linea con quanto fanno da tempo altri paesi come Germania, Austria e Olanda che non a caso segnano risultati eccezionali sul tema dell’occupazione giovanile». Insomma se da un lato si tratta di una mossa senza dubbio innovativa, anche se per ora solo sperimentale, dall’altro l’Italia sta cercando semplicemente di mettersi alla pari di altri paesi esteri, che da tempo adottano con successo formule simili. 

 

Un altro punto critico riguarda il tema delle eventuali garanzie di occupabilità per i giovani che effettuano l’apprendistato: «La sperimentazione, prevedendo l’utilizzo del contratto di apprendistato, consente ai ragazzi di essere contemporaneamente studenti e lavoratori. Secondo quanto previsto dal Testo Unico del 2011 l’azienda e l’apprendista potranno decidere se proseguire il rapporto di lavoro o meno. È difficile stabilire a priori cosa accadrà anche perché la congiuntura economica attuale non permette di fare previsioni a lungo termine. Tuttavia la formazione on the job e il contatto con il mondo del lavoro accresceranno di certo l’occupabilità del giovane, offrendogli maggiori possibilità di collocarsi al suo interno».

 

E la retribuzione? Nel decreto non è presente alcun accenno, ma Tiraboschi chiarisce che «trattandosi di un normale contratto di apprendistato la meteria è gia regolata dalla legge e della contrattazione collettiva. Il trattamento retributivo dell’apprendista corrisponde di regola a una percentuale che aumenta nel corso del tempo, ovvero un sottoinquadramento fino a due livelli rispetto alla retribuzione di destinazione. Parliamo in ogni caso di cifre tre-quattro volte superiori a quelle di uno stage, con una parte di contributi previdenziali».

 

Il provvedimento dà però in ogni caso l’impressione che si potesse fare di più: «Si poteva avere più coraggio intervenendo direttamente sul Testo Unico e consentendo all’apprendistato scolastico di decollare in tutti gli istituti superiori. Inoltre, perché possibilità di questo genere siano davvero utilizzate è necessario comporre delle vere e proprie task force di esperti del sindacato e delle imprese che assistano giovani, datori di lavoro e scuole nella costruzione dei percorsi» chiude Tiraboschi.

 

Così come accade per tutte le sperimentazioni, bisognerà attendere prima di verificarne l’effettiva portata e soprattutto l’effettivo ritorno in termini di maggiore occupazione giovanile. Al momento il nostro Paese ha solo fatto un passo in più verso l’Europa: se questo apprendistato a scuola “all’italiana” funzionerà o no, lo si potrà dire solo tra qualche anno.

 

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Sul tema vedi anche l’opinione di Emmanuele Massagli, Presidente ADAPT

 




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